L'M33 (o Elmetto Modello 1933) è stato l'elmetto da combattimento standard delle forze armate italiane dal 1934 fino agli inizi degli anni novanta del XX secolo. Progettato dall'ingegnere Nicola Leszl della Smalteria e Metallurgica Veneta di Bassano del Grappa come evoluzione dell'M31, fu adottato ufficialmente il 29 novembre 1934 e si distingueva per un guscio in acciaio al manganese-nichel con tre fori di ventilazione laterali e posteriori, che garantiva una protezione balistica superiore rispetto ai modelli precedenti.
Impiegato dal Regio Esercito in tutti i teatri della Seconda guerra mondiale, rimase in dotazione all'Esercito Italiano anche nel dopoguerra grazie alle ingenti scorte rimaste disponibili, venendo sostituito dagli elmetti in kevlar solo a partire dal 1992. Il suo design influenzò la realizzazione di elmetti simili in altri paesi, tra cui una copia quasi identica adottata dalla Bulgaria.
Storia L'M33 nacque come evoluzione dell'elmetto M31, a sua volta derivato dall'elmetto Adrian francese adottato dall'Italia durante la Prima guerra mondiale. Nel 1932, dopo una serie di prove comparative, si decise di adottare un nuovo modello di concezione interamente italiana. L'M31 presentava però un foro di ventilazione superiore a forma di cupola, ritenuto un punto debole sia dal punto di vista strutturale che balistico. Per ovviare a questo difetto fu sviluppata una versione migliorata, caratterizzata da tre fori di aerazione laterali e posteriori, che prese il nome di M33.
La paternità del progetto è oggetto di dibattito tra gli studiosi. Secondo alcune fonti la riprogettazione si deve all'ingegnere ungherese Nicolas Leszl, direttore della Smalteria e Metallurgica Veneta di Bassano del Grappa, che avrebbe rielaborato il modello ideato dall'ing. Guido Rosso dell'Arsenale di Torino. Altre fonti attribuiscono invece l'intero progetto a Guido Rosso, già autore dell'M31. Non si può comunque escludere una collaborazione tra i due ingegneri.
L'M33 fu adottato ufficialmente il 29 novembre 1934 e entrò in servizio in tempo per essere impiegato nella guerra d'Etiopia (1935-1936). Successivamente fu utilizzato anche nella guerra civile spagnola (1936-1939), dove equipaggiò i reparti italiani inviati in appoggio alle forze nazionaliste di Francisco Franco, anche se molti reparti del Corpo Truppe Volontarie continuarono ad utilizzare l'elmetto Adrian mod. 16. Durante la Seconda guerra mondiale divenne l'elmetto standard del Regio Esercito in tutti i teatri operativi. Dopo l'armistizio dell'8 settembre 1943 continuò a essere impiegato sia dalle forze della Repubblica Sociale Italiana sia dai volontari italiani arruolati nelle Waffen-SS.
Nel dopoguerra l'Esercito Italiano mantenne in dotazione l'M33 per diversi decenni, grazie alle ingenti scorte accumulate durante il conflitto. Furono effettuate solo limitate produzioni integrative negli anni Cinquanta (versione denominata M33/47, con lievi modifiche alla cuffia interna e al soggolo). Parallelamente, l'elmetto fu ampiamente adottato anche dalla Polizia di Stato, in particolare dai reparti della Celere e dalle unità antisommossa, che lo impiegarono per il mantenimento dell'ordine pubblico e il controllo delle manifestazioni per molti anni, spesso con livree specifiche e fregi dedicati. L'M33 rimase quindi in servizio sia nelle forze armate che nelle forze di polizia fino agli inizi degli anni Novanta, quando fu progressivamente sostituito dagli elmetti in kevlar.
Il design dell'M33 influenzò la produzione di elmetti in altri paesi: la Bulgaria ne realizzò una copia quasi identica, mentre Polonia e Cecoslovacchia ne adottarono soluzioni analoghe per la struttura interna dei propri modelli (tra cui il cecoslovacco M53).
Parti caratteristiche dell'elmetto M33 Guscio: è in acciaio ad alto contenuto di nichel e manganese, spesso 1,3 mm, stampato con bordo leggermente estroflesso privo di ribattitura, studiato per resistere a pallette di shrapnel lanciate alla velocità di 300 m/s (a titolo di confronto, il precedente mod. 16 poteva resistere solo alle pallette lanciate a 100 m/s); Visiera: poco pronunciata, è costituita dalla leggera sagomatura del guscio e termina a punta; Coprinuca: non è evidenziato; il bordo estroflesso del guscio prosegue nella parte posteriore con la stessa forma presente nelle parti laterali; Imbottitura o cuffia: è realizzata in pelle (i manuali di arsenale parlano di pelle di capra) ed è fissata tramite dodici fermacampioni ad un anello metallico elastico a sua volta fissato, con ribattini, ad un elemento metallico rigido a ferro di cavallo solidale all'interno del guscio; l'imbottitura di pelle è suddivisa in otto spicchi uniti da un laccio, anch'esso di cuoio, necessario per tenere fermi gli otto spicchi. Alla sommità di ciascun spicchio è presente un anello metallico nel foro attraverso cui scorre il laccio per tenere uniti gli spicchi. Nelle cuffie iniziali tale rinforzo metallico è assente. La cuffia è traforata da una serie di fori che agevolano lo scambio di aria. La cuffia presenta la parte posteriore opportunamente rinforzata da una cucitura che può avere forme diverse come ad esempio a zeta, a linee parallele, a clessidra oppure può non essere presente alcun rinforzo. Le ultime due caratteristiche sono infrequenti. Generalmente nel periodo bellico le cuciture di rinforzo erano a zeta o a linee parallele mentre nel periodo postbellico erano a zeta. Il colore della cuffia può essere diverso. Si conoscono i nomi di alcune fabbriche che producevano queste cuffie in epoca bellica come la F.lli Fiorio di Torino, la S. Maggiani di Torino, la Sinigagliesi di Torino e la A. Rejna di Milano. Queste fabbriche spesso timbravano le loro cuffie con timbri a secco ed anche ad inchiostro. Le cuffie erano prodotte in sette taglie, dalla 55 alla 61. La taglia della cuffia è indicata sulla cuffia stessa attraverso numeri alti circa 2 cm opportunamente traforati nella cuffia stessa generalmente all'altezza dell'attacco destro del soggolo (indossando l'elmo). Il feltro cui la cuffia è cucita era in colore arancio (ovvero giallo cannella come definito nei manuali di arsenale) o anche giallo arancio in epoca bellica, mentre in quella postbellica in giallo arancio, in giallo o più raramente in bianco. La Marina militare molto spesso ha usato sui suoi elmetti cuffie di arsenale cioè realizzate in arsenale manualmente. Sottogola o soggolo: quello bellico è in cuoio in due pezzi grigioverde con fibbia tinta in grigioverde per la chiusura, è fissato agli attacchi con due ribattini per lato, gli attacchi (o anelli) (di forma rettangolare per gli elmetti prodotti fino al 1945) sono fissati mediante una piastrina in alluminio all'anello metallico dell'imbottitura, dalla metà degli anni cinquanta circa si ha un nuovo sottogola in un unico pezzo di tela di cotone color sabbia della larghezza di 2,50 cm, rivettato da un lato con due rivetti in colore marrone rossiccio, poi oliva, con una fibbia metallica cachi o verde oliva (simile a quella utilizzata sugli elmi MK inglesi) scorrevole, dal 1975 circa il sottogola assume il colore verde oliva. Vasta è stata la produzione dei soggoli color sabbia, tant'è che spesso sono presenti anche sugli elmi ricondizionati nelle nuove livree (anni sessanta fino alla dismissione). Gli anelli cui il soggolo in canapa è ancorato hanno una forma trapezoidale. Tuttavia questo tipo di anello compare più tardi della comparsa del soggolo in canapa, tant'è che sugli elmetti degli anni cinquanta spesso il soggolo in canapa è ancorato agli anelli rettangolari. Sono stati riscontrati anche soggoli in canapa di larghezza inferiore a quella standard che si adattano perfettamente agli anelli rettangolari. In genere questi soggoli sono stati riscontrati proprio fissati a questi anelli rettangolari in elmi datati (anni "50) segno evidente che dovettero appartenere alle iniziali forniture di soggoli in canapa. La Marina Militare in epoca postbellica ha usato soggoli identici a quelli bellici ma in colore cachi e con mentoniera tonda rivettati all'elmo nella stessa maniera dei bellici, come si vede nella foto sopra. Ha altresì usato soggoli di arsenale lasciati in color cuoio naturale e di foggia diversa dai soggoli bellici e rivettati all'elmo con un solo rivetto di grandi dimensioni. L'Aeronautica in epoca postbellica ha usato soggoli in pelle simili ai bellici ma in colore blu. Ha usato anche altri tipi di soggoli in pelle. La Guardia di Finanza in epoca postbellica ha spesso usato un soggolo in cuoio scorrevole (come quello in canapa) in colore grigioverde ma di larghezza inferiore e con fibbia diversa nel disegno da quella standard per il soggolo in canapa. Aerazione: i fori sfiatatoi sono presenti nel guscio in numero di tre, uno posteriore e due in posizione latero-frontale, attraverso cui venivano inseriti i rivetti di sfiato in acciaio che servivano, oltre ad aerare l'interno dell'elmo, anche a fissare a quest'ultimo la struttura interna mediante l'apertura "a fiore" della loro parte posteriore. Questi rivetti di sfiato o meglio "coppiglie a bottone" come definiti nei manuali di arsenale dedicati proprio alla descrizione e montaggio dell'elmetto, presentano forme diverse a seconda dei periodi in cui vennero introdotte. Il primo tipo di rivetto di sfiato o coppiglie a bottone presenta due soli petali per il fissaggio e venne ben presto sostituito da quello con un piccolo scalino con otto petali. Molto più solido e stabile del precedente è il rivetto più caratteristico degli elmi bellici accanto a quello di forma troncoconica e a quello più bombato con ridotta svasatura. Nel periodo postbellico venne introdotto un rivetto molto bombato e svasato simile a quello bombato bellico. Questi rivetti di sfiato venivano applicati con un'apposita pinza rivettatrice che apriva a fiore la parte posteriore del rivetto determinando il fissaggio della struttura interna reggicuffia al guscio. Spesso, a causa della mancanza di questa apposita pinza, i rivetti di sfiato (o coppiglie a bottone) venivano applicati facendo uso del martello. In epoca postbellica sono stati utilizzati, sebbene in misura limitatissima, anche rivetti di sfiato in alluminio simili nella forma ai rivetti postbellici ma dalle dimensioni più contenute. L'utilizzo di questi particolari rivetti di sfiato in alluminio si è riscontrato, in particolare, per gli elmetti dell'Aeronautica.
La struttura interna o scheletratura: la struttura interna dell'elmetto era composta da un semicerchio superiore in metallo rigido e un cerchio inferiore in metallo elastico. Questi erano uniti per mezzo di cinque staffe o molle metalliche e precisamente due per ciascun lato e una posteriore attraverso rivetti. La superiore veniva fissata al guscio con i tre rivetti di sfiato come già detto. Infatti nel cerchio superiore erano presenti tre fori per questo montaggio. Il cerchio inferiore si presentava distanziato dalla circonferenza dell'elmo e questo accorgimento era importante per evitare traumi al capo. Sul cerchio inferiore veniva fissata la cuffia mediante dodici ferma campioni che venivano inseriti attraverso i dodici fori appositamente realizzati in questo cerchio inferiore. In questo cerchio erano altresì praticati appositi fori che andavano poi a combaciare con quelli della cuffia migliorando la traspirazione. Sui lati del cerchio inferiore in corrispondenza della seconda staffa o molla laterale venivano poi rivettate le piastrine in alluminio in cui erano inglobati gli anelli metallici che reggevano il soggolo. Le scheletrature belliche erano colorate in grigioverde mentre quelle postbelliche sono in livrea oliva. Anche le scheletrature belliche hanno subito ricondizionamenti in epoca postbellica. Questa struttura interna rappresentò una vera innovazione per gli elmi da combattimento dell'epoca.
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