Fu allievo di Rabano Mauro (†856) nell'abbazia benedettina di Fulda e, successivamente, monaco nel monastero di Weissenburg (oggi Wissembourg) in Alsazia nel nordest della Francia. È noto principalmente per lEvangelienbuch o Liber Evangeliorum, un’armonia evangelica in versi, scritta in dialetto francone antico.

Biografia Le notizie sulla sua biografia sono abbastanza scarseI dati biografici sono tratti principalmente da Linda Archibald, Otfrid of Weissenbourg, German Literature of the Early Middle Ages, cur. Brian Murdoch, Rochester, NY, Camden House 2004 pp.139-56 e da Frédéric Théodore Horning, Conjectures sur la vie et l'éducation d'Otfrid, moine de Wissembourg, Université de Strasbourg, 1833.: nacque presumibilmente verso gli inizi dell’800 e sicuramente studiò presso l’abbazia di Fulda sotto la guida del grande maestro ed erudito Rabano Mauro. Questa preziosa informazione è lui stesso a fornircela in una delle lettere prefatorie di una sua opera, lEvangelienbuch, indirizzata all’arcivescovo di Magonza Liutberto (863-889)“A Rhabano venerandae memoriae, digno vestrae sedis quondam praesule, educata parum mea parvitas est”. Johann Kelle, Otfrids von Weissenburg Evangelienbuch: Text, Einleitung, Grammatik, Metrik, Glossar by Otfrid, p. 11.. Probabilmente fu allievo anche di Salomone vescovo di Costanza: sempre in una lettera prefatoria al Liber Evangeliorum, indirizzata proprio a Salomone, Otfrido lo definisce suo precettore (zuhtari)Horning, Conjectures cit.. Successivamente abbiamo notizie della sua presenza all'interno dello scrittorio del monastero di Weissenburg, dove, alla metà del IX secolo, fu un attivo compositore, studioso del testo sacro e maestro. Proprio a questo periodo risale la stesura della sua opera più famosa, lEvangelienbuch, e la compilazione di edizioni commentate di alcuni libri della Bibbia. Fu, inoltre, promotore di una intensa attività di copiatura di opere grammaticali e patristiche, indispensabili per una corretta esegesi biblicaCinzia Grifoni, Otfridus Wizanburgensis Glossae in Mattheum, Turnhout, Brepols, 2003 (Corpus Christianorum. Continuatio Mediaevalis 200), p. VII.. Non abbiamo informazioni precise sulla data della sua morte, ma questa è presumibilmente avvenuta a Weissenburg attorno all’870.

Opere esegetiche Nel suo lavoro di composizione, Otfrido ha seguito una duplice direzione: da una parte ha dato vita all'innovativa creazione di un’opera in volgare francone-renano; dall'altra si è inserito in una tradizione ben consolidata di opere in latino legate, soprattutto, all'esegesi e allo studio della Bibbia. Lo stato degli studi è attualmente molto disomogeneo: grande attenzione e interesse sono stati rivolti allEvangelienbuch, che dispone di una bibliografia molto nutrita; completamente opposta è la situazione che riguarda le sue opere in latino, quasi del tutto sconosciute e molte delle quali sono attualmente inedite.

Evangelienbuch È sicuramente la sua opera più famosa e studiata: si tratta di un’armonia evangelica (ovvero un accordo tra i quattro Vangeli canonici) scritta in versi, all'incirca settemila, in dialetto francone antico. L’opera venne realizzata da Otfrido dichiaratamente in favore dei confratelli o dei laici che avevano difficoltà a comprendere il latinoCinzia Grifoni, Otfridus, cit., p. VI.. Non si tratta di una traduzione diretta dal testo latino della Vulgata, ma di una libera composizione e parafrasi in una lingua che l’autore stesso definisce teothiscaSono proprio questi elementi a rendere l’opera particolarmente interessante per i linguisti e gli studiosi interessati alla nascita e sviluppo della lingua tedesca.. Lo scopo dell’opera era raccontare la vita e gli insegnamenti di Gesù, e di fornirne una interpretazione in chiave morale e allegorica, tipico dell’esegesi biblica medievale.

Lo spiccato interesse degli studiosi per questa opera è dato dal fatto che si tratta del più antico poema religioso in volgare alto tedesco, cosa che lo rende un esemplare unico e prezioso nel suo genere. Nonostante la grande fortuna di cui gode oggi, nel Medioevo non ebbe grande circolazione.

L’opera è suddivisa in cinque libri ed è accompagnata da quattro epistole dedicatorie; tre aprono il poema: la prima, Ad Ludovicum, è indirizzata al re Ludovico il Germanico, la seconda, Ad Liutbertum, a Liutberto arcivescovo di Magonza tra l’863 e l’889, e la terza, Ad Salomonem, a Salomone vescovo di Costanza; infine un’epistola chiude l’intero libro, Ad monachos St. Galli, diretta a Hartmuat e Werinberto, due monaci del monastero di San Gallo e amici di Otfrido. A parte la lettera dedicata a Liutberto, in latino, le altre epistole sono tutte in dialetto francone antico e caratterizzate dalla presenza di acrosticiNell’epistola a Ludovico si legge: “Luthovvico orientalium regnorum regi sit salus aeterna”, in quella a Salomone: “Salomoni episcopo Otfridus”, infine, in quella dedicata ai monaci di San Gallo: “ad monachos St. Galli Otfridus Vvizanburgensis monachus Harmuate et Vverinberto sancti galli monasterii monachis”.. L’esistenza di queste lettere in apertura dell’opera, in particolare quella a Liutberto e quella a Ludovico il Germanico, hanno permesso di datare la stesura dellEvangelienbuch all’incirca tra l’863 e l’871.

Il testo è tramandato da quattro manoscritti, il codice Wien, Österreichische Nationalbibliothek, 2687 (=V) e altri tre testimoni, conservati in maniera parziale: Pal. Lat. 52 (=P, della seconda metà del IX secolo) conservato alla Heidelberg Universitätsbibliothek,; Codex Discissus (= D, del X secolo), conservato in forma frammentaria in tre luoghi diversi (Berlin, Staatsbibliothek 4° 504; Bonn, Universitätsbibliothek 499 (78) folio; Wolfenbüttel, Herzog-August Bibliothek, Extravagantes 131.1-131.1a); München, Bayerische Staatsbibliothek, Cgm 14 (=F, del X secolo). Tra questi manoscritti il codice Wien 2687 ricopre un ruolo preminente: è l’unico che conserva l’opera in forma integrale, venne prodotto nello scrittorio di Weissenburg nella seconda metà del IX secolo, ed è stato riconosciuto come antigrafo e capostipite dell’intera tradizione, ma, soprattutto, come testimone autografo di Otfrido, almeno per quanto riguarda le correzioni e le aggiunte che si presentano lungo tutto il testoIl primo a identificare tale codice come originale di Otfrido fu Johann Kelle, il quale comprese che le numerose aggiunte e correzioni presenti in V erano attribuibili unicamente all’autore stesso dell’opera. Kelle considerò il manoscritto di Wien la “bella copia” (reinschrift) di una versione non ancora definitiva dell’Evangelienbuch, su cui l’autore sarebbe poi intervenuto di propria mano per apportare le ultime modifiche. (Cfr. Kelle, Otfrids von Weissenburg cit., vol. I p. 161, vol. II p. XXXIII)..

Glossae Otfrido, maestro a Weissenburg nella seconda metà del IX secolo, concepì, in funzione della scuola locale, un progetto di interpretazione del testo biblico. Di questo progetto ci danno testimonianza diversi commentari biblici per glossa, che riportano il testo di uno o più libri della Bibbia accompagnato da un apparato di spiegazioni marginali.

In tutti i casi si tratta di opere conservate in manoscritti provenienti dallo scrittorio di Weissenburg; Wolfgang Kleiber ha riconosciuto nella mano copista di questi codici la stessa del correttore del codice Wien 2687, precedentemente identificato come lo stesso Otfrido da Johann Kelle, e quindi, anche in questo, si tratterebbe di codici autografi. Molto interessante è il fatto che tutti questi codici presentano caratteristiche codicologiche e redazionali assai simili: il testo si presenta diviso su tre colonne, quella centrale destinata a ospitare il testo del libro biblico, mentre le altre due laterali accolgono una serie corposa di glosse collegate al testo principale mediante un ricchissimo sistema di segni richiamo tracciati corrispondenza del versetto e della spiegazione corrispondente a margine. Per rendere l’operazione più chiara e immediata, i segni di richiamo sono stati tracciati in inchiostro rossoPer i segni di richiamo si vedano le tavole II-IV dell’edizione delle glosse curata da Grifoni, Otfridus, cit., p. VI.. Si tratta sicuramente di un progetto editoriale unitario ed organico che mostrerebbe una forte intenzionalità e autorialità da parte di Otfrido.

La mano di Otfrido viene infine ricondotta, sempre da Kleiber, ad altri due codici di contenuto grammaticale i quali testimonierebbero l’attività di maestro svolta dal nostro autore all'interno della scuola monasticaSi tratta del codice Wolfenbüttel, Herzog-August-Bibliothek, Weissenburg 50 per le institutiones di Prisciano e del codice Wolfenbüttel, Herzog-August-Bibliothek, Weissenburg 77 per le opere di Prudenzio.. Uno contiene le Institutiones di Prisciano, mentre l’altro riporta alcune opere minori di Prudenzio, in particolare lHamartigenia,e lApotheosis accompagnate da un ristretto numero di carmi, i cosiddetti Carmina Weissenburgensia.

Glossae in Evangelia L’opera consiste in un corpo di glosse a commento e spiegazione del testo dei quattro Vangeli canonici. Il testo è tramandato dal codice Weissenburg 26, conservato presso la Herzog-August-Bibliothek di WolfenbüttelHans Butzmann, bibliotecario a Wolfenbüttel e impegnato nella catalogazione dei codici di Weissenburg, a inizio degli anni Settanta del ‘900, riconobbe questo manoscritto come proveniente dallo scrittoio di Weissemburg, e lo datò alla seconda metà del IX secolo, periodo in cui era attivo Otfrido. Butzmann ipotizzò anche che il codice Wiss. 26 potesse essere una delle fonti del più famoso poema Otfridiano: lEvangelienbuch..

Il manoscritto contiene al suo interno un’edizione commentata dei quattro Vangeli (ff. 14r-268v) preceduta da un corpo di prefazioni piuttosto consistente (ff. 1r-13v) e seguita da un Capitulare de anni circulo (ff. 269r-286v). A partire da un’analisi paleografica e dal confronto con il codice Wien 2867, testimone autografo dellEvangelienbuch, Wolfgang Kleiber rintracciava anche in questo codice la mano di Otfrido, riconoscendolo come redattore e principale copista sia delle glosse sia del corpo di prefazioni.

I commentari si presentano tutti con le stesse caratteristiche formali (pagina divisa in tre, testo evangelico al centro, colonne laterali occupate da un ricco apparato di glosse collegate al testo principale mediante un sistema di segni richiamo in inchiostro rosso) e tra questi quello al Vangelo di Matteo è sicuramente il più complesso e interessante.

Grazie a uno studio sistematico delle glosse si è potuto comprendere come il contenuto di queste non sia attribuibile a una diretta composizione originale di OtfridoQuesto dato non stupisce: l’opera si inserisce all’interno dei canoni di produzione esegetica di età carolingia estremamente legati alla scuola e alla realizzazione di compendi, a partire da interpretazioni patristiche, sulla base dei quali veniva studiato il testo sacro. Su questo cfr. Grifoni, Otfridus, cit., p. VIII.. L’autore ha recuperato materiale da fonti preesistenti, ha selezionato ciò che reputava più interessante e che meglio rispondeva alle sue esigenze e gli ha dato nuova forma, l’ha riordinato andando a creare un mosaico del tutto nuovo.

Per quanto riguarda le Glossae in Mattheum le fonti primarie a cui l’autore fa ricorso sono principalmente due: lo pseudo Beda nellExpositio in Euangelium Matthaei, per la parte che va dall’inizio al capitolo 26 versetto 8, e Rabano Mauro nel suo Commentarium in Matthaeum per la restante parteDifficile comprendere il perché del cambio di fonte primaria; l’ipotesi più accreditata è che alla base di questo cambiamento non ci sia una volontà dell’autore, ma una causa esterna: l’autore possedeva un codice mutilo dello pseudo Beda che arrivava fino a Mt. 26: 8, oppure l’esemplare di questa opera non è più stato a sua disposizione e quindi è dovuto ricorrere a un testo diverso..