La spedizione al K2 del 1954 è stata una spedizione alpinistica italiana patrocinata dal Club Alpino Italiano, dal Consiglio Nazionale delle Ricerche, dall'Istituto Geografico Militare e dallo Stato italiano, e guidata da Ardito Desio. La spedizione portò il 31 luglio 1954, per la prima volta nella storia, al raggiungimento della vetta del K2, la seconda montagna più alta del mondo.

La via seguita fu lo Sperone degli Abruzzi e i due alpinisti che raggiunsero la vetta furono Achille Compagnoni e Lino Lacedelli, con il supporto dell'intero gruppo. Un contributo fondamentale fu fornito da Walter Bonatti e Amir Mahdi che, con un'impresa senza precedenti e affrontando il rischio della morte in un forzato bivacco notturno a oltre 8100 metri, trasportarono a Compagnoni e a Lacedelli le bombole d'ossigeno rivelatesi poi essenziali al compimento della missione.

Componenti della spedizione

La spedizione del 1954 al K2 era costituita, oltre ad un gran numero di portatori di bassa quota utilizzati per portare il materiale della spedizione dall'ultimo scalo aereo al campo base, da 30 componenti:

13 alpinisti italiani: Erich Abram (1922-2017): nonostante non fosse molto noto al grande pubblico, presentava un ampio curriculum di salite di sesto grado nelle Dolomiti. Ugo Angelino (1923-2016): di professione rappresentante di commercio, aveva svolto la maggior parte della sua attività alpinistica nelle Alpi Occidentali. Walter Bonatti (1930-2011): con i suoi 24 anni (compiuti il 22 giugno durante la spedizione) era il più giovane della spedizione. Nonostante questo era già considerato tra i più forti alpinisti del mondo grazie alle sue realizzazioni tra cui la parete est del Grand Capucin. Achille Compagnoni (1914-2009) (giunto in vetta il 31 luglio): guida alpina e maestro di sci, con attività alpinistica soprattutto sul Monte Rosa e sul Cervino. Mario Fantin (1921-1980) (fotografo e cineoperatore): nonostante non presentasse un curriculum alpinistico sullo stesso livello dei suoi compagni, era conosciuto per le sue riprese fotografiche e cinematografiche in ambito alpinistico. Cirillo Floreanini (1924-2003): aveva compiuto notevoli imprese alpinistiche nelle Alpi Giulie. Di professione faceva il disegnatore. Pino Gallotti (1918-2008): in quanto ingegnere, fu designato come responsabile del materiale tecnico della spedizione, fra cui le bombole d'ossigeno. Fu suo anche il compito di redigere il diario della spedizione. Alpinisticamente aveva una notevole esperienza nelle Alpi Occidentali e in particolare sul Monte Bianco. Lino Lacedelli (1925-2009) (giunto in vetta il 31 luglio): guida alpina e maestro di sci, facente parte del gruppo degli Scoiattoli di Cortina, aveva compiuto diverse salite estreme sulle Dolomiti, ma aveva esperienza anche nelle Alpi Occidentali. Guido Pagani (1917-1988): in quanto medico e alpinista di discreto livello, fu selezionato quale medico della spedizione. Mario Puchoz (1918-1954) (deceduto per edema polmonare nelle prime fasi della spedizione): guida alpina, svolgeva la maggior parte della sua attività sul Monte Bianco. Ubaldo Rey (1923-1990): guida alpina e gestore di un rifugio alpino, con notevole esperienza sul Monte Bianco e nelle Alpi Occidentali in genere. Gino Soldà (1907-1999): il più anziano del gruppo (47 anni) con notevole esperienza nel sesto grado sulle Dolomiti. Sergio Viotto (1928-1964): guida alpina e falegname, aveva salito tutte le "grandi classiche" del Monte Bianco.

10 alpinisti hunza: indicati ufficialmente come "portatori d'alta quota", fra questi Amir Mahdi raggiunse 8100 metri (nei pressi dell'ultimo campo), e Isakhan raggiunse i 7300 metri del campo VII

5 ricercatori: Ardito Desio: capo spedizione e geologo. Paolo Graziosi: archeologo, docente presso l'Università degli Studi di Firenze. Antonio Marussi: geofisico, direttore dell'Istituto di Geofisica dell'Università degli Studi di Trieste. Bruno Zanettin: petrografo, docente dell'Istituto di Geologia presso l'Università degli Studi di Padova. Francesco Lombardi: geodeta e topografo dell'Istituto Geografico Militare.

2 membri pakistani: Muhammad Ata-Ullah: osservatore del governo pakistano. Badshajan: aiuto topografo.

Furono inoltre assunti moltissimi portatori Balti per il trasporto del materiale lungo il ghiacciaio del Baltoro fino al campo base, sul ghiacciaio Godwin-Austen.

Storia Le operazioni cominciano tra la fine di maggio e gli inizi di giugno. Si allestiscono i primi campi. Il 21 giugno Mario Puchoz muore al campo II, di polmonite secondo la versione ufficiale dell'epoca (in realtà un edema polmonare) e viene seppellito nei pressi del campo base, in corrispondenza del memorial Gilkey.Si tratta del luogo dove un tumulo di pietre ricordava Arthur Gilkey, morto l'anno precedente sul K2. In seguito è diventato un luogo di ricordo per tutti gli alpinisti morti su questa montagna

Viene predisposta una serie di corde fisse per consentire agli alpinisti di muoversi agevolmente tra il campo base e i campi avanzati, al fine di acclimatarsi all'alta quota e trasportare in alto il materiale destinato alla salita in vetta. Viene costruita una piccola teleferica manuale nella parte più bassa del percorso.

Il 18 luglio le due cordate composte da Bonatti-Lacedelli e Compagnoni-Rey finiscono di predisporre i circa 700 metri di corde fisse sulla cosiddetta Piramide Nera, la difficile zona rocciosa poco sotto i 7000 metri che contiene il famoso Camino Bill. Gli alpinisti, aiutati dai portatori hunza, si alternano nel trasporto di viveri ed altri rifornimenti ai campi avanzati.

Il 25 luglio viene raggiunta la quota di 7345 m ed allestito il campo VII nel luogo dove si era trovato il campo VIII della spedizione americana del 1953. Seguono 2 giorni di maltempo.

Gli ultimi campi

28 luglio. Abram, Compagnoni, Gallotti, Lacedelli e Rey partono dal campo VII per andare a montare il campo VIII a 7750 m. Bonatti, indebolitosi negli ultimi due giorni per problemi di digestione, resta al campo VII. Rey (inizialmente designato per raggiungere la vetta insieme a Compagnoni), dopo una mezzora e 50 m di dislivello, colto da malore, è costretto ad abbandonare il suo carico e a rientrare al campo VII. Gli altri 4 montano il campo VIII più in basso del previsto, a una quota di 7627 m, al riparo di un muro di ghiaccio. Compagnoni e Lacedelli vengono designati per raggiungere la vetta, e passano la notte del 28 luglio al campo VIII, gli altri (Abram e Gallotti) riscendono al campo VII. Gallotti, durante la discesa, scivola sul ghiaccio per 50 ~ 70 m, non riesce a piantare la piccozza ma fortunatamente si gira e riesce a fermarsi piantando un rampone. 29 luglio. Compagnoni e Lacedelli partono dal campo VIII per montare il campo IX alla quota prevista di 8100 m, ma riescono soltanto a salire lungo il muro di ghiaccio per un centinaio di metri e sono costretti ad abbandonare il loro carico e a rientrare distrutti al campo VIII. Abram e Gallotti, ancora un po' stanchi, insieme a Rey e Bonatti, con quest'ultimo che si è invece ben ristabilito, partono dal campo VII verso il campo VIII, per trasportare materiale tra cui 2 bastini con bombole di ossigeno. Ma dopo poco Abram e Rey, sfiniti, abbandonano il loro carico e ridiscendono. Abram cercherà di riprendersi al campo VII, Rey sarà costretto dal mal di montagna a fare ritorno al campo base. Restano sul posto i due bastini con le bombole d'ossigeno mentre Bonatti e Gallotti continuano a portare viveri e altro materiale indispensabile al campo VIII che raggiungono nel pomeriggio per piantarvi una nuova tenda. La sera al campo VIII viene deciso che Compagnoni e Lacedelli partiranno il giorno successivo con il materiale per allestire il campo IX, piazzandolo però più in basso di quanto previsto, di modo da consentire a Bonatti e Gallotti di scendere a recuperare le bombole d'ossigeno, fondamentali per la salita e rimaste nei pressi del campo VII, e di portarle poi al campo IX. Si decide quindi di installare il campo IX a 7900 m. I quattro passano la notte al campo VIII. 30 luglio. Compagnoni e Lacedelli partono per installare il campo IX alla quota di circa 7900 m concordata la sera prima. Bonatti e Gallotti invece scendono fino a 7400 m per recuperare i due bastini con le bombole di ossigeno, abbandonativi il giorno prima. Sono raggiunti nel frattempo, dal campo VII, da Abram e dagli hunza Mahdi e Isakhan. Bonatti e Mahdi, i più in forma, si caricano sulle spalle le bombole mentre gli altri prendono i viveri e tutti e quattro salgono fino al campo VIII, dove Gallotti e Isakhan si fermano. Alle 15.30, dopo un riposo di 1 ora e mezza, Bonatti, Abram e Mahdi partono verso il campo IX, alternandosi nel trasporto delle bombole. I tre alpinisti superano il muro di ghiaccio e raggiungono il plateau sovrastante circa un'ora dopo, ma non trovano il campo nel punto concordato. Riescono a comunicare a voce con Compagnoni e Lacedelli, gridando per farsi dare indicazioni. Compagnoni e Lacedelli rispondono di seguire le tracce. Verso le 17.30-18 ci sono altri scambi di voci tra i due gruppi. Abram, sfinito, è costretto a riscendere. In seguito gli alpinisti non riusciranno a comunicare per diverse ore.Bonatti e Mahdi continuano quindi a salire verso il campo IX. Ma, essendo questo più in alto di quanto concordato, non riescono a raggiungerlo prima del sopraggiungere dell'oscurità. Quando arriva il buio i due si trovano a circa 8100 m su un ripido pendio ghiacciato sotto una fascia rocciosa (in seguito nota come "il collo di bottiglia")A questo punto Bonatti ha percorso circa 900 metri di dislivello, di cui 700 in salita, mentre Mahdi ne ha percorsi circa 750 e non sono in grado né di scendere né di salire senza luce. Chiamando a gran voce riescono finalmente a farsi udire da Lacedelli. Individuano la luce della torcia del campo in diagonale alla loro sinistra, oltre un pericoloso canale, impossibile da attraversare al buio. Lacedelli dice loro di lasciare le bombole e scendere, Bonatti risponde che potrebbe riscendere ma che Mahdi non è in grado. Vi è tuttavia un difetto nella comunicazione e Lacedelli si convince che i due stiano riscendendo, e rientra quindi nella sua tenda non sentendo più i loro richiami. Bonatti e Mahdi passano quindi la notte tra il 30 e il 31 luglio all'aperto, su di uno scalino di sessanta centimetri scavato nella neve con le piccozze, affrontando un bivacco notturno senza tenda e senza sacchi a pelo nella zona della morte, con temperature di -50°, aggravato da una bufera scatenatasi nella notte. Mahdi è in stato confusionale e Bonatti deve trattenerlo più volte per evitare che cada nel canalone.