Paràbita è un comune italiano di abitanti della provincia di Lecce in Puglia.

Situata nell'entroterra salentino, poco a est di Gallipoli, la cittadina ha origini incerte, ma probabilmente la fondazione è da farsi risalire al periodo normanno. Nel suo territorio è presente il sito paleolitico della grotta delle Veneri, nota per il ritrovamento di due statuine in osso di bue raffiguranti veneri paleolitiche.

Geografia fisica Territorio

Parabita sorge sulle propaggini settentrionali delle serre salentine a Il comune ha una superficie di ed è compreso tra e (escursione pari a ). L'abitato si sviluppa al margine sud-occidentale della Serra di Sant'Eleuterio, che, con la sua quota massima di , costituisce il principale elemento morfologico della zona. Il territorio è tipicamente carsico, con affioramenti di rocce carbonatiche e assenza di idrografia superficiale. La natura carsica è anche all'origine delle numerose cavità, dette localmente vore, che frastagliano il territorio e alimentano i corsi d'acqua sotterranei.

Il comune confina con i comuni seguenti: a nord Tuglie e Neviano, a est Collepasso, a sud Matino, a ovest di Alezio.

Classificazione sismica: zona 4 (sismicità molto bassa), Ordinanza PCM n. 3274 del 20/03/2003

Clima

Dal punto di vista meteorologico Parabita rientra nel territorio del basso Salento, che presenta un clima prettamente mediterraneo, con inverni miti ed estati caldo-umide. La temperatura media del mese più freddo, gennaio, si attesta attorno ai , mentre quella del mese più caldo, agosto, si aggira sui . Le precipitazioni medie annue, che si aggirano intorno ai , presentano un minimo in primavera-estate ed un massimo in autunno-inverno.

Quanto alla ventosità, i comuni del basso Salento risentono debolmente delle correnti occidentali grazie alla protezione determinata dalle serre salentine che creano un sistema a scudo. Le correnti autunnali e invernali da sud-est, favoriscono in parte l'incremento delle precipitazioni, in questo periodo, rispetto al resto della penisola Tabelle climatiche 1971-2000 dall'Atlante Climatico 1971-2000 del Servizio Meteorologico dell'Aeronautica Militare.

Classificazione climatica di Parabita: Zona climatica: C Gradi giorno: 1235

Origini del nome Il toponimo secondo l'ipotesi più accreditata deriva dal neo-greco παρα-βατα (para-bata) con il significato di "“vicino ad un varco” o “vicino ad un passo” in relazione alla costruzione del borgo primigenio sul valico delle serre salentine attraversato dall'antica strada messapico-romana che da Gallipoli porta ad Otranto e presidiato dalla cittadina.

Altre ipotesi riconducibili all'esistenza di una presunta e leggendaria città antica di Bavota, sono state ampiamente smentite dall'archeologia moderna.

Il toponimo Bavota altro non sarebbe che la cattiva trascrizione del nome greco della cittadina di Vaste, Βαῡστα, (Bausta), dove il trascrittore ha confuso un "sigma" (σ) con una “omicron” (o), trasformando il toponimo Bausta (Vaste) in un inesistente Bauota.

Storia

Il territorio parabitano, come tutti i territori del basso Salento, è stato abitato sin dall'antichità: la presenza dell'uomo in quest'area risale probabilmente a anni fa. Con ogni probabilità si trattava di ominidi appartenenti alla specie Homo Neanderthalensis. L'evenienza confermata dal ritrovamento di alcune selci in diverse grotte della zona. I rinvenimenti effettuati nel corso del Novecento, alcuni frammenti ossei e le due statuine (Veneri di Parabita) in osso di bue o cavallo raffiguranti donne in gravidanza e datate fra i 12.000 e 14.000 anni fa, sono riconducibili all'Homo Sapiens Sapiens, apparso nel sud della Puglia intorno a 35.000 anni fa, nel Paleolitico Superiore.

Come già riportato nella sezione precedente, la possibilità di una filiazione dell'attuale Parabita da una presunta antica città denominata Bavota e collocata appena 2 chilometri più ad est dell'attuale abitato è priva di ogni fondamento. La fonte storica più attendibile a tal proposito è Claudio Tolomeo, che, nella sua Geographia e descrivendo le città messapiche non fa alcuna menzione di una presunta Bavota. Molto probabilmente la leggenda della città è dovuta, come già evidenziato, ad un errore di trascrizione del nome antico della città di Vaste (Poggiardo). Non esistono prove storiche né citazioni documentali né nessun tipo di ritrovamento archeologico che facciano pensare ad una antica città, e nemmeno ad un insediamento di una qualche rilevanza nelle vicinanze di Parabita.

Le prime notizie documentali circa il casale risalgono al 1220 quando Parabìto, insieme a Zullini, Cutrofiano, Formicano, risultano facenti parte dei territori infeudati al barone di Galatone Tommaso Gentile e indicato come casale, quindi secondo la definizione dell'epoca, un piccolo insediamento rurale sparso e privo di mura difensive, che saranno quindi costruite in epoca successiva, probabilmente in periodo angioino e potenziate in periodo aragonese. Documenti del XIV secolo indicano una cinta muraria con 4 porte: la Porta di Lecce a nord, la Porta di Gallipoli a ovest, la Porta Falsa a est e una quarta a sud di cui il nome è andato perduto.

Tommaso Gentile, sostenitore della dinastia sveva morirà impiccato dagli angioini nel 1269 alla fine dell'Assedio di Gallipoli (1268-1269). Nella riorganizzazione della struttura feudale di Terra d'Otranto operata da Carlo d'Angiò, il casale viene scorporato dal feudo di Galatone e inglobato in quello di Matino e assegnato al francese Giovanni de Tillio (Jean Du Till).

Ad esso, staccatosi Matino assegnato dal D'Angiò a Sparano Da Bari, succedettero i figli nel 1280. Fu poi di Niccolò Aldimari intorno al 1300 e successivamente della famiglia Sanseverino. Nel 1378 il feudo di Parabita e di Matino "piccolo" (un piccolo insediamento abitativo probabilmente situato fra Parabita e Matino scomparso nel XV sec.) sono di proprietà della famiglia angioina dei D'Aspert Nei primi anni del XV secolo il casale fu inserito nelle proprietà di Ottino de Caris insieme a quello di Grottaglie, di Copertino, di Galatone, Fulcignano, Castrignano, Bagnolo, Maruggio, Monacizzo, Aradeo e Collemeto. Morto nel 1423 il De Caris, Parabita entrò a far parte degli immensi possedimenti degli Orsini del Balzo feudatari di Ugento e Principi di Taranto che la detennero per oltre un secolo. Nel 1484 Parabita fu invasa dai Veneziani che avevano occupato Gallipoli. Nei primi anni del Cinquecento in seguito alla guerra tra francesi e spagnoli nell'ambito delle dispute dinastiche e pretese sui territori italiani fra Francesco I e Carlo V, i Del Balzo perdettero i propri diritti sul casale che dal 1531 fu gestito dal Regio Fisco e nel 1535 venne acquistato da Pirro Branai (Granai) Castriota, figlio di Giovanni e discendente di Vrana Kont, al quale si deve la ristrutturazione del castello eseguita dall'architetto Evangelista Menga. Il feudo venne gestito da questa famiglia fino ad essere sequestrato dal fisco per debiti nel 1678 e nel 1689 fu venduto in asta pubblica al duca Domenico Ferrari. Alla sua morte passò al nipote Giuseppe e ai suoi discendenti che furono gli ultimi feudatari di Parabita fino all'emanazione delle leggi eversive della feudalità, attuate tra il 1806 e il 1808L. A. Montefusco, Le successioni feudali in Terra d'Otranto - Istituto Araldico salentino, Lecce, 1994.

Simboli

Lo stemma è stato riconosciuto con decreto del Capo del Governo del 10 gennaio 1929.

Il gonfalone è un drappo di azzurro.

Monumenti e luoghi d'interesse Architetture religiose

Chiesa di San Giovanni Battista La chiesa matrice di San Giovanni Battista forse sorge sul luogo di una chiesetta del XIII secolo dedicata a san Biagio. Ampliata più volte nel corso dei secoli, ha assunto la fisionomia odierna dopo gli interventi ampliativi del 1853 che ne hanno determinato l'allungamento della fabbrica e il conseguente rifacimento della facciata. Possiede una pianta a tre navate con altari databili dalla fine del XV al XVIII secolo. Nell'incrocio tra le navate e il transetto si innalza una cupola ottagonale che copre il presbiterio. La chiesa conserva le spoglie di san Vincenzo Martire, legionario romano, provenienti dalle catacombe di Commodilla in Roma, donate alla famiglia Ferrari nel 1737 e successivamente dalla duchessa Lucia la Greca alla parrocchia nel 1851.

Basilica santuario della Madonna della Coltura

La basilica santuario della Madonna della Coltura fu costruita tra il 1913 e il 1942 su progetto dell'architetto Napoleone Pagliarulo. Sorge su una precedente chiesa degli inizi del XVII secolo, a sua volta sorta sulle rovine di un'antica cappella del XIV secolo. Negli anni '70 del secolo scorso, la Basilica viene consolidata ed ampliata con le cappelle laterali e il campanile da Gaetano Leopizzi, noto imprenditore parabitano. Al suo interno è custodito un affresco bizantino dell'XI-XII secolo raffigurante la Vergine col Bambino. L'icona proviene da una laura basiliana, con ogni probabilità dal vicino insediamento monastico di S. Eleuterio, in agro della confinante Matino. Altre possibilità ma più remote sono la Cripta di S. Marina e la Cripta di Cirlicì. L'iscrizione in greco, presente sull'affresco, di difficile traduzione, forse invoca Maria come la portinaia, custode della laura. Dal luogo del ritrovamento ha preso il nome di Madonna della Coltura. Il tempio fu elevato a santuario mariano diocesano il 15 maggio 1949 dal vescovo Francesco Minerva e innalzato a basilica minore il 1º settembre 1999 da Giovanni Paolo II La basilica santuario della Madonna della Cultura.

Chiesa dell'Immacolata La chiesa dell'Immacolata risale al Cinquecento ma venne successivamente rifatta e l'attuale struttura risale alla seconda metà del XVII secolo. Fa parte delle tre chiese del centro storico del paese e presenta un sobrio e lineare prospetto composto da portale d'ingresso, sormontato da un affresco della titolare, posto in asse col finestrone. L'interno, a navata unica rettangolare, è caratterizzato da sfarzosi stucchi barocchi e da affreschi che ornano tutta la superficie con motivi floreali, volute e conchiglie. Grandi medaglioni accolgono tele raffiguranti i quattro evangelisti, alcuni santi, papi e scene di vita della Vergine. Sulla parete di fondo è addossato l'altare maggiore in stile barocco con intarsi, colonne tortili e capitelli; al centro è posizionata la tela dell'Immacolata.

Chiesa delle Anime del Purgatorio La chiesa delle Anime del Purgatorio, più correttamente intitolata a Santa Maria Liberatrice, risale ai primi decenni del Settecento. Il documento più antico che testimonia l'esistenza di suddetta chiesa risale al 25 novembre 1738 ed è rappresentato da una relazione di Monsignor Francesco Carafa stilata dopo una visita pastorale.

Presenta una semplice facciata inquadrata da due poderose paraste che racchiudono il portale sormontato da un affresco della Vergine delle Anime del Purgatorio e da una finestrella circolare. L'interno, a navata unica, è composto da due campate con volta alla leccese separate da un pilastro. Sul controprospetto trova posto la cantoria nella quale è allocato un ottocentesco organo a canne. Il presbiterio, affrescato di recente con immagini che richiamano episodi evangelici, ospita l'altare maggiore in pietra leccese che racchiude al centro la tela della Titolare.

La chiesa, officiata dalla Confraternita delle Anime, ha assolto per un lungo periodo anche la funzione di cimitero comunale prima che venissero emanate, nel 1804, le norme sui cimiteri con l'Editto di Saint Cloud.

Chiesa del Crocefisso e Convento degli Alcantarini La chiesa del Crocefisso, con l'annesso convento degli alcantarini, è un complesso conventuale fondato nel 1731 in seguito all'insediamento dei frati voluti dall'Universitas locale.