Nella Chiesa cattolica e in quella ortodossa, il presbitero (; dalla stessa parola greca, attraverso il latino presbyter, deriva anche il termine italiano prete) è quello tra i ministri del culto che ha ricevuto, in una specifica ordinazione, il mandato di presiedere il culto, guidare la comunità cristiana e annunciare la parola di Dio. Un termine usato in modo equivalente, ma più generico, è sacerdote.Secondo una terminologia utilizzata almeno dal V secolo, anche il vescovo è "ordinato al sacerdozio (ad sacerdotium)", mentre il diacono è "ordinato al servizio (ad ministerium)".
Nella gerarchia cattolica il presbiterato è il secondo grado del sacramento dell'Ordine (che si articola, appunto, nei tre gradi del diaconato, del presbiterato e dellepiscopato).
Chiese primitive In alcuni testi del Nuovo Testamento si usa il termine "anziani" (presbýteroi) per riferirsi ai membri di una sorta di consiglio che, sul modello delle comunità ebraiche della diaspora, amministrava una singola chiesa locale. Il sostantivo presbýteros, tuttavia, non compare mai con questo significato nei vangeli canonici, né nelle lettere sicuramente autentiche del corpus paolino.
Si parla invece di "anziani" negli Atti degli Apostoli, dove compaiono dei presbýteroi designati alla guida delle Chiese locali (; ; ). Interessante è il caso della Chiesa di Gerusalemme, per la quale si parla sempre di una presidenza esercitata dagli "apostoli e anziani" (; ).
La lettera a Tito () parla dell'organizzazione della Chiesa locale, citando "anziani (presbýteroi) e sovrintendenti (epískopoi)". Nel definire le qualità richieste a questi responsabili, viene messa in rilievo la necessità che siano buoni mariti e padri di famiglia (non si fa dunque nessun riferimento a un obbligo di celibato, che fu introdotto per i vescovi - e nelle chiese d'occidente anche per i presbiteri - soltanto dopo alcuni secoli).
Nella prima lettera a Timoteo (), là dove viene delineata la struttura della chiesa locale non si parla di "anziani" (presbýteroi), ma soltanto di "sovrintendenti-vescovi (epískopoi) e diaconi". Sono invece citate delle "donne" (gynâikes), richiedendo che esse siano «dignitose, non maldicenti (me diabòlous, 'non divisive'), sobrie, fedeli in ogni cosa»: probabilmente si tratta delle mogli dei "vescovi" e dei "diaconi", oppure di diaconesse che avevano il mandato di esercitare opere di carità e assistenza all'interno della comunità. Gli "anziani-presbiteri" compaiono invece ai versetti , dove si parla di un "collegio di anziani" che pratica la cheirotonia per confermare un carisma di profezia, e , dove si dice che gli anziani "tengono la presidenza" (in greco semplicemente con il participio perfetto proestôtes) e che alcuni di loro "si affaticano nella predicazione e nell'insegnamento".
Sempre nel Nuovo Testamento, l'autore della Prima lettera di Pietro scrive:
Il testo esprime dunque la coscienza che il servizio del presbitero sia una funzione assimilabile a quella del pastore, cioè di guida del popolo di Dio. Al tempo stesso il testo ci fa intuire che, alla fine del I secolo o inizio del II, quando veniva scritta l'epistola, il termine non aveva l'odierno significato tecnico cattolico-romano che indica il secondo grado del sacramento dell'Ordine, ma si riferiva in forma più ampia a un ministero di guida della Chiesa: di fatto l'autore dell'epistola scriveva immedesimandosi in Pietro apostolo, che nella visione odierna chiameremmo vescovo o papa, eppure si riferiva a sé stesso come "presbitero come gli altri presbiteri".
Nelle sette lettere di Ignazio di Antiochia († 107) troviamo per la prima volta la comprensione di una tripartizione vescovo-diaconi-presbiteri nella forma che ancora oggi è praticata nella Chiese cattoliche e ortodosse. Nelle chiese cui scriveva Ignazio, quindi, l'episcopato aveva già forma "monarchica": il vescovo era la guida unica della comunità a lui affidata, e i presbiteri erano suoi collaboratori, «attaccati a lui come le corde alla cetra»:
È interessante il fatto che nei primi tre secoli, quando si parlava di presbiteri, lo si facesse sempre al plurale, e mai al singolare: si trattava sempre di un collegio.
Tarda antichità
Terminata l'epoca della persecuzione dei cristiani nell'Impero romano, quando non era più in atto uno scontro dei cristiani né con il mondo pagano romano né con l'ebraismo (ormai estremamente marginalizzato dopo le guerre giudaiche), si poté usare correntemente anche la parola "sacerdoti" per indicare dapprima i vescovi (in Ambrogio di Milano "sacerdote" è solo il vescovo), e poi i presbiteri. Fino a quell'epoca, invece, la parola "sacerdote" era stata usata in ambito cristiano principalmente per parlare di Cristo o del popolo dei fedeli nel suo complesso (quello che oggi verrebbe chiamato "sacerdozio comune dei fedeli" o sacerdozio battesimale).
A partire dal III-IV secolo si diffuse nelle chiese la prassi di riscoprire tipi e figure dell'Antico Testamento. Fu solo in quest'epoca, dunque, che si cominciò a vedere nei sacerdoti dell'Antico Testamento una prefigurazione dei ministri cristiani. Una prima testimonianza di questa corrispondenza fra ministeri veterotestamentari e neotestamentari è rintracciabile già nelle preghiere di ordinazione riportate nella Tradizione Apostolica, tradizionalmente attribuita a Ippolito di Roma ma di fatto posteriore: qui si chiede a Dio che l'episcopato sia conferito «in virtù dello Spirito del sommo sacerdozio», il presbiterato sia dato «come volgesti lo sguardo sul popolo da te eletto e ordinasti a Mosè di scegliere dei presbiteri che riempisti dello stesso spirito che avevi donato al tuo servo». In questo stesso testo appare già evidente anche il ruolo del diacono, perché questi «viene ordinato non per il sacerdozio, ma al servizio del vescovo con il compito di eseguirne gli ordini [...] né riceve lo spirito comune di cui tutti i presbiteri partecipano».
Dopo l'editto di Milano, la vita religiosa dei cristiani aveva cominciato a perdere il suo primitivo entusiasmo, dal momento che il cristianesimo era sempre più religione istituzionalizzata. Come reazione, molti laici, inseguendo l'ideale di vivere il cristianesimo in maniera totalizzante, cominciarono a vendere i propri beni e a ritirarsi in solitudine: nasceva il monachesimo, inizialmente soprattutto in forma eremitica, poi cenobitica. Questo fenomeno produsse un certo influsso anche sugli altri cristiani che continuavano a vivere nei centri urbani, compresi i presbiteri: ad Alessandria d'Egitto il vescovo Atanasio (morto nel 373) cominciò a proporre una forma di vita comune dei preti proprio sul modello dei monaci cenobiti; a Costantinopoli Giovanni Crisostomo (morto nel 407) parlava già di presbyteri monastice viventes ("preti che vivono alla maniera dei monaci”); a Ippona il vescovo Agostino abitava con i suoi presbiteri ispirandosi alla apostolica vivendi forma ("il modo di vivere degli apostoli")L'espressione è stata tradizionalmente utilizzata lungo i secoli in riferimento alla Regula Augustini, sia nella versione adottata dai monaci agostiniani, sia in quella dei canonici regolari. Alla lettera, tuttavia, questa formulazione non è presente in nessuno scritto di Agostino; si ritrova, però, un cenno simile nel Sermone 356, De moribus clericorum secum habitantium: ; anche a Vercelli Eusebio tentò di unire vita clericale e vita monastica.
Tentativi simili a questi, li troviamo anche in Martino di Tours, Paolino di Nola e nella Regola pastorale di papa Gregorio I, che non a caso era stato un monaco, divenuto poi vescovo di Roma.
Nei secoli successivi, con la diffusione del cristianesimo nei centri rurali, si accentuò la funzione liturgica dei presbiteri: da collegio di collaboratori del vescovo, i presbiteri diventavano suoi rappresentanti e sostituti nelle comunità lontane dalla sede episcopale.
Dopo il crollo dell'Impero romano e un primo periodo di smarrimento, la chiesa cristiana in Occidente rinforzò la propria autoconsapevolezza di garante della civiltà terrena, oltre che della predicazione evangelica. Da questa visione globale di "spirituale" e "materiale" sarebbe nato il concetto tipicamente medievale di cristianità, intesa come tentativo di creare una società coercitivamente cristiana.
Alto Medioevo
Soprattutto nell'Alto Medioevo la Regola pastorale di Gregorio Magno fu in Occidente il principale documento normativo per il clero, esattamente come la Regola benedettina lo era per il monachesimo. L'influsso della Regola pastorale sarebbe continuato lungo tutto il Medioevo: al momento di emettere leggi che riguardavano i preti, la citarono esplicitamente i concili di Magonza (813), Tours (813), Reims (813), Aquisgrana (816).
Carlo Magno fece istituire presso le sedi episcopali e monasteriali delle scuole dove si preparavano i futuri presbiteri, ma anche i laici colti: la schola palatina di Aquisgrana, quelle monastiche di Fulda, Corbie, San Gallo, Tours.
La riforma gregoriana e il Basso Medioevo
Nonostante i tentativi di riforma dell'epoca carolingia, nei secoli centrali del Medioevo la qualità morale e culturale della vita del clero decadde rapidamente. In questo contesto, alcuni monaci (dapprima cluniacensi, poi cisterciensi e camaldolesi), che giunsero anche a ricoprire posizioni di autorità nella chiesa, tentarono di imporre una riforma del clero che si ispirava sempre di più a modelli monastici (Pier Damiani, papa Gregorio VII).
Non è un caso che proprio in questo periodo il celibato venne imposto ai preti di tutta la cristianità occidentale, comprese quelle "sacche di resistenza" (Milano, Italia meridionale) dove, per diverse ragioni, i preti continuavano a essere scelti anche tra gli uomini sposati.
Il XIII secolo si segnalò per la nascita degli Ordini mendicanti e per l'apogeo della filosofia scolastica. Gli Ordini, in questo periodo, non si dedicarono direttamente alla formazione del clero secolare, ma il loro stile di vita e le loro campagne di predicazione ebbero una ricaduta anche sul clero, che talvolta si scontrò violentemente con i frati per la cura pastorale dei fedeli e la raccolta delle offerte, ma cominciò anche a ispirarsi proprio ai frati in alcuni aspetti del proprio ministero (per esempio si riscoprì la predicazione al popolo sul modello francescano e domenicano, mentre fino ad allora normalmente l'omelia liturgica non era altro che un brano di autori del passato letto in latino durante il culto). D'altronde, molto presto diversi vescovi e papi cominciarono a essere eletti proprio dalle file degli ordini mendicanti, e inevitabilmente nelle loro direttive tendevano a uniformare sempre più la vita del clero sul modello di quella dei frati.
Nella Chiesa cattolico-romana dalla controriforma in poi Controriforma cattolica
Tra le loro accuse contro le pessime condizioni del cristianesimo al loro tempo, Martin Lutero, Giovanni Calvino e gli altri riformatori mettevano in rilievo anche la mancanza di preparazione culturale del clero e il suo basso livello morale. In realtà, diversi tentativi di riforma (la cosiddetta "riforma cattolica prima della Riforma", di cui ha scritto soprattutto lo storico del cristianesimo Hubert Jedin) erano stati posti in atto già prima del XVI secolo (nel Regno di Castiglia, per esempio, il vescovo Francisco Jiménez de Cisneros aveva tentato di porre al centro della vita dei preti l'attenzione pastorale verso i fedeli), ma non erano riusciti a cambiare le condizioni generali in cui versava il clero cattolico.
In effetti, l'accusa dei primi riformatori toccava un nervo scoperto della chiesa cattolico-romana, tanto che con il Concilio di Trento si istituzionalizzò e si uniformò un modello di formazione dei preti: il seminario.