Pedace è una località di abitanti della provincia di Cosenza in Calabria. Ex comune autonomo, dal 5 maggio 2017 è confluita nel nuovo comune di Casali del Manco.

Il comune confinava con i comuni di Aprigliano, Casole Bruzio, Cosenza, Pietrafitta, San Giovanni in Fiore, Serra Pedace e Spezzano Piccolo.

Geografia fisica Territorio Il paese si colloca alle pendici del monte Stella, comunemente conosciuto con il nome dialettale di "timpune e Stilla". Si affaccia sulla sottostante valle del fiume Cardone. La superficie del territorio comunale era di 51,47 km² e si estendeva fino all'Altopiano Silano. Pedace è posto ad un'altitudine che oscilla tra i 450 e i 700 m s.l.m. per quanto riguarda il paese, mentre l'ex frazione Lorica è posta a metri di altitudine, di poco superiore all'altitudine del lago Arvo, pari a s.l.m. La cima più elevata è Monte Botte Donato, già nel territorio di Pedace, successivamente in quello di Serra Pedace e oggi in quello di Casali del Manco.

Nel territorio di Pedace, tra le vette di Timpone Tenna e Timpone Bruno ci sono le sorgenti del fiume Crati le cui acque scorrono poi nel confinante territorio di Aprigliano. A breve distanza nelle foreste di Macchia Sacra (già territorio di Pedace, successivamente di Serra Pedace e oggi di Casali del Manco) ci sono le sorgenti del secondo più grande fiume Calabrese: il Neto. Il torrente costeggiando la collina dove sorge il centro abitato prende il nome di Cardone. La denominazione esatta è probabilmente Cratone cioè grande Crati, infatti nei pressi di Cosenza incontra il Craticello o "Graticella" certamente più lungo, ma di minore portata d'acqua. Un importante sub-affluente del Cardone è il Fiumicello o "Jumiciellu" il cui vero nome è, invece, IscolaPlatea della Chiesa di San Pietro e Paolo scritta da Domenico Martire e conservata negli atti del notaio Leonetti e in altri atti di diversi notai Casalini.

La montagna di fronte Pedace è una maestosa foresta di castagni. Una monocultura mantenuta per secoli e che ha consentito la produzione di tonnellate di castagne che hanno costituito la ricchezza del paese fin dall'alba delle sue origini. Oggi con l'abbandono sta subentrando una spontanea, e per questo probabilmente originaria, foresta di cerri o querce. A livello altimetrico la fine del castagneto segna il confine tra la Presila e la Sila. Alla confluenza dei due fiumi, Cardone e Iscola, sorge il monte chiamato in dialetto locale "U Petrune", in italiano "La grande pietra". La montagna, caratterizzata dalla presenza di grandi rocce, è sormontata da una croce di metallo, visibile dal paese. Osservando la montagna dallo spiazzo tra la chiesa madre e il campanile, si percepisce una certa sacralità che richiama il monte calvario.

Origini del nome Le origini del nome “Pedace” sono incerte, per alcuni deriva dal pedaggio che gli stranieri erano obbligati a pagare per attraversare il suo territorio. In effetti proprio di fronte al paese passava un'antica carovaniera che collegava la città di Cosenza con Mesoraca attraverso la Sila Piccola e con Crotone attraverso la valle del Neto sul Mar Ionio. Altra tradizione orale riferisce che il luogo del pagamento del pedaggio fosse dove sorge l'attuale campanile. Si aggiunge a queste considerazioni l'origine del termine "pedaggio" che deriva da piede e proprio un piede era rappresentato nell'antico stendardo del comuneSchede su eventi e personaggi nella storia di Pedace e della Presila, Giovanni Curcio, pag 17, consultabile presso la biblioteca comunale.

Altri pensano che il nome derivi da un antico cognome greco Paedàkis.G. Rohlfs. Dizionario toponomastico ed onomastico della Calabria. Longo Ravenna 1974 p.232 La derivazione greca del nome porta anche a riflettere sull'ipotesi di un'origine greco-bizantina del paese, che risalirebbe alla diaspora dei monaci basiliani dall'impero bizantinoUna tomba del 781 ritrovata presso la Grangia di San Martino di Giove a Canale confermerebbe questa ipotesi. Avvalorata anche dall'alto valore simbolico che ne diede l'Abate Gioacchino che decise, intorno al 1200, all'apice della sua notorietà di riedificare una chiesa sui resti dell'antico luogo di culto che diede ospitalità ai monaci basiliani. Tali monaci rimasero in quella grancia fino alla venuta dei saraceni che li scacciarono.

Storia

Verso la seconda metà del X secolo, la situazione militare e politica divenne molto precaria a causa del venir meno dell'autorità dell'Impero bizantino. Le popolazioni erano continuamente esposte a invasioni longobarde e saracene. In particolare, molti storici concordano che in occasione della seconda invasione saracena della città di Cosenza (985 e 986 d.c.), ad opera dell'emiro Abucalsimo, la popolazione abbandonò la città fuggendo sulle colline circostanti. I cosentini rifugiati nei boschi dettero vita ai casali, tra i quali Pedace, Serra, Perito e Iotta.

Nel 1050, Roberto il Guiscardo, re dei Normanni, appoggiato dal papa, sottomise la Calabria. A Roberto succedette suo nipote Ruggero II che ricevette l'investitura dall'antipapa Anacleto II. Ruggero suddivise il territorio in 21 baglive, tra le quali Pedace che comprendeva anche i casali di Iotta, Serra e Perito. Degno di nota è il fatto che la bagliva viene citata nell'antico inno religioso cantato in occasione della processione per la festa della Pecorella.

Si organizzò insieme agli altri casali nella Universitas Casalium. Si avvicendarono diversi re normanni finò a quando Manfredi venne ucciso. Iniziò la dominazione angioina dell'Italia meridionale. Tra i re angioini, Roberto d'Angiò segnò notevolmente la storia calabrese. Il 24 dicembre 1333 dichiarò la Sila demanio regio elencando i diritti e i doveri degli abitanti dei casali e stabilendo pene per gli usurpatori. Allo stesso tempo la riscossione delle imposte venne affidata ai baglivi, sostanzialmente dei privati a cui veniva assegnato l'incarico di riscuotere i tributi. Vi furono violente lotte fra gli abitanti dei casali e i baglivi, in quanto i primi erano stati esentati dal pagamento per le terre della Sila. La discendenza degli Svevi non si arrese e con Pietro III D'Aragona, marito della figlia di Manfredi, dichiarò guerra agli angioini. Concluse una pace provvisoria nel 1302 a Caltabellotta. La guerra fra angioini e aragonesi ricominciò a più riprese fino al 1495 quando gli aragonesi con Federico I D'Aragona dominavano incontrastati sul regno di Napoli. Il 7 settembre 1539 Carlo V passò per Cosenza. Per l'occasione i casalesi vollero regalargli tremila ducati ed un bellissimo puledro. Il re per ricambiare i doni abolì la gabella della seta e elevò 24 chiese calabresi a cattedrali, tra le quali anche la chiesa di San Pietro e Paolo di Pedace. Con la pace di Chateaus Cambrèsis del 1559 il meridione venne annesso definitivamente alla Spagna e in particolare la Calabria fece parte del vicereame di Napoli.

Il 1600 fu un secolo terribile. Nel 1621 vi fu un'epidemia di difteriteStoria sociale della Calabria, Editoriale Jaca Book, pag. 110, chiamata mal della canna, che è un'affezione che colpisce la trachea e ha vari sintomi tra i quali lamenti continui, in dialetto ruocculi. La popolazione invocò l'aiuto di san Rocco, santo protettore degli appestati, e gli dedicò una cappella a lato dell'attuale chiesa madre. Dietro la cappella, il luogo tra il nuovo municipio e la chiesa, a Pedace è ancora chiamato addietru santu Ruoccu (dietro san Rocco).Ricostruzione a cura di Luigi Vencia, basata su Pedace negli scritti di Domenico Martire, Cosenza, Fasano editore, 1977, p. 83, e Dizionario dialettale della Calabria. Fino al 1626, il territorio fu continuamente sottoposto a terremoti. Successivamente insorsero varie epidemie e una molto grave fu quella del 1633 della quale parla Domenico Martire ricordando la morte dei suoi fratelli. La terra ricominciò a tremare il 18 gennaio 1638. Cosenza venne distrutta con i suoi casali. Pedace venne completamente rasa al suolo con la distruzione di 123 case. Nel 1644, insieme ad altri 82 casali, venne acquistato dal marchese Vincenzo Salvati, Granduca di Toscana. Si passò dal demanio regio al demanio feudale. Celico divenne capitale e da quel momento ospitò il governatore Saraceni. I casalesi, certi dei loro diritti, inviarono Giovanni Barracco dal re di Spagna e ottennero l'annullamento della vendita. Il viceré Duca d'Arcos non aveva nessuna intenzione di dare esecuzione ai dettami del re, e per tale motivo, nel 1647 la popolazione organizzò una rivolta armata. Capitanata dai cittadini di Pedace e Rovito e nel numero di circa 600 uomini portò ad un attacco a Celico dove misero in fuga il governatore Saraceni. Fu la scintilla di una rivolta anti spagnola, dove si distinse capitan Peppe Gervasi, e che si propagò in diversi luoghi della Calabria. Lo spirito di ribellione raggiunse anche Napoli con il moto di Masaniello. Per placare le turbolenze, il viceré reintegrò i casali nel demanio regio. Nel 1656 un'epidemia di peste infestò Cosenza. Il Martire riferisce che a Pedace, Serra e Perito morirono 450 persone.

La dominazione spagnola, fino al 1714 segnò la decadenza sociale ed economica della Calabria. Poi, fino al 1738 furono sottoposti alla dominazione austriaca che con la pace di Vienna l'Austria perse Napoli e la Sicilia in favore di Carlo III di Borbone. Iniziò la dominazione borbonica dell'Italia meridionale. Per mettere ordine alle intricate vicende locali nel 1790 venne incaricato il giudice Giuseppe Zurlo. Lo Zurlo effettuò un'indagine approfondita sulle proprietà dei terreni e sulle usurpazioni. Raccolse il frutto del suo lavoro in 3 volumi proponendo l'assegnazione delle terre ai proprietari, obbligando il pagamento delle imposte fondiarie, e sciogliendo l'abolizione degli usi civici in tutto il regno. L'avvento della Rivoluzione francese e il conseguente turbamento in tutta Europa impedì che i nuovi provvedimenti divenissero operativi.

La Prima Repubblica francese, frutto della rivoluzione, portò seri sconvolgimenti alla politiche dello stivale. La penisola venne conquistata passo dopo passo dal generale Napoleone Bonaparte, portandolo nel 1799, a sconfiggere i borboni e alla conseguente dichiarazione della repubblica partenopea. Come simbolo del cambiamento vennero piantati gli alberi della libertà nella città di Cosenza e in diversi casali presilani. La borghesia e i notabili aderirono alla nuova repubblica, mentre il popolo restò tenacemente fedele al re Ferdinando I. Pedace, il 6 marzo 1799, istituì una banda realista che prese il nome di armata pedacese e il nome di Pedace divenne sinonimo di realista. Alcuni documenti riconducicibili all'Andreotti, riportano che i francesi «ove incontravano i Pedacesi senza pietà li massacravano e questi di rimando tesseano loro mille agguati e dove potessero coglierli strage e sterminio ne menavano».