Il delitto di via Poma è un caso di omicidio che vide vittima la ventenne Simonetta Cesaroni nel pomeriggio di martedì 7 agosto 1990. Il delitto avvenne in un appartamento al terzo piano del complesso residenziale di via Carlo Poma n. 2 nel quartiere Della Vittoria a Roma. Il caso non è stato mai risolto in trentasei anni di indagini.

Varie inchieste e piste investigative hanno messo sotto accusa in momenti successivi diverse persone nel corso degli anni, tutte poi scagionate: Pietrino Vanacore (1932-2010), dal 1986 al 1995 portiere dello stabile dove avvenne l'omicidio; Salvatore Volponi (1943), datore di lavoro della vittima; Federico Valle (1972), il cui nonno Cesare Valle (1902-2000), progettista del complesso, risiedeva nello stabile; Raniero Busco (1965), fidanzato della vittima; Francesco Caracciolo di Sarno (1940-2016), presidente dell'A.I.G., l'Associazione Italiana Alberghi per la Gioventù; Mario Vanacore (1961), figlio del portiere Pietrino Vanacore.

Il caso attirò un grande interesse dell'opinione pubblica e a esso sono stati dedicati libri, numerose trasmissioni televisive di approfondimento e, nel 2011, un lungometraggio televisivo. Appare nell'immaginario collettivo come un caso per troppi anni segnato da errori gravi che hanno compromesso le indagini, impedendo di scoprire l'autore del delitto. Oltre all'identità dell'assassino, non si è mai avuta certezza del movente, dell'arma del delitto, dei presenti nel comprensorio di via Poma quel giorno e neppure dell'ora della morte della vittima.

Simonetta Cesaroni è stata sepolta nel cimitero comunale di Genzano di Roma.

La storia Simonetta Cesaroni Simonetta Cesaroni, nata il 5 novembre 1969,Data ricavata dalla lapide sulla tomba della vittima. viveva a Roma nel quartiere Don Bosco, zona Lamaro, in via Filippo Serafini 6. La sua famiglia era composta dal papà Claudio (1939-2005), tranviere presso l'A.co.tra.l, dalla mamma Anna Di Giambattista (1939), casalinga, e dalla sorella Paola (1963), che nel 1990 aveva un fidanzato, Antonello Barone, suo coetaneo. Simonetta era fidanzata dall'estate del 1988 con Raniero Busco, un ragazzo di quattro anni più grande di lei, che viveva nel quartiere di Morena.

Nel gennaio 1990 Simonetta aveva trovato lavoro come segretaria contabile presso la Reli Sas, studio commerciale sito in zona Casilina. La Reli Sas, che era gestita da Ermanno Bizzocchi e Salvatore Volponi, annoverava tra i suoi clienti la A.I.G. – Associazione Italiana Alberghi per la Gioventù e Volponi aveva proposto a Simonetta di prestare lavoro come contabile presso gli uffici dell'A.I.G. a partire dal 19 giugno 1990. La settimana lavorativa di Simonetta si svolgeva quindi il lunedì, il mercoledì e il venerdì dalle 9:00 alle 12:30 e dalle 16:00 alle 19:30 presso la Reli Sas, mentre nei pomeriggi di martedì e giovedì, dalle 15:30 alle 19:30, si recava presso gli uffici A.I.G., che si trovavano in via Poma, 2.

Nessuno dei più stretti congiunti di Simonetta era a conoscenza dell'ubicazione degli uffici dell'A.I.G.: Simonetta, infatti, pur avendo ottimi rapporti con loro, lavorava con molta riservatezza e non parlava ai suoi familiari, tranne che alla madre, neppure di alcune telefonate anonime provocatorie che aveva ricevuto sul posto di lavoro.

Via Carlo Poma 2

L'edificio dove era ubicato l'ufficio dell'A.I.G. è uno stabile di prestigio costruito negli anni 1930, con un cortile che ha nel centro una fontana. È formato da sei palazzine con i portoni ai lati del cortile e si trova nella zona elegante del quartiere Della Vittoria, a pochi passi da piazza Mazzini. Nel 1990 il portiere dello stabile era da quattro anni Pietro Vanacore, detto Pietrino, che abitava lì con la seconda moglie, Giuseppa De Luca, detta Pina. Gli uffici dell'A.I.G. si trovavano nella scala B, al terzo piano, nell'appartamento numero 7.

Nella stessa scala B abitava Cesare Valle, l'architetto che aveva disegnato l'edificio, ormai anziano e bisognoso di assistenza: a occuparsi di lui era lo stesso Vanacore.

Nel 1984 nello stabile era stata già trovata morta Renata Moscatelli, un'anziana donna benestante, soffocata con un cuscino sul viso, nel cui appartamento non era mai stato trovato alcun segno di scasso; l'inchiesta seguita al suo omicidio non riuscì mai ad accertare chi l'avesse uccisa.

Il delitto L'ultimo giorno di lavoro di Simonetta La mattina di martedì 7 agosto 1990 in via Giovanni Maggi 109, nella sede della Reli Sas, Salvatore Volponi discute delle ferie con Simonetta Cesaroni. Resta come ultimo impegno il pomeriggio da passare all'A.I.G. per sbrigare alcune pratiche. Simonetta è d'accordo che verso le 18:20 farà uno squillo a Volponi per dirgli come procede il lavoro. Lui sarà nella tabaccheria che gestisce con la moglie alla stazione Termini. All'incirca alle ore 15:00 Simonetta esce dalla sua abitazione di via Serafini 6, insieme a sua sorella Paola a bordo di una Fiat 126C per recarsi alla stazione metropolitana Subaugusta, distante poco più di un chilometro. La metropolitana di Roma impiega circa venticinque minuti nel tragitto che compie Simonetta, ovvero tra la fermata Subaugusta e Lepanto. Calcolando i tempi impiegati nel tragitto in metropolitana e dalla stazione agli uffici di via Poma, gli inquirenti sono arrivati a stabilire che Simonetta è entrata in ufficio alle 16:00 o poco prima.

L'ufficio quel giorno è chiuso al pubblico. Lei usa un mazzo di chiavi che le è stato dato da Volponi per aprire il portone. Le perizie eseguite sul programma per uso fiscale utilizzato per la contabilità, dimostrano che Simonetta inizia ad utilizzarlo alle 16:30. Alle 17:15 Simonetta fece una telefonata a Luigina Berrettini per superare una situazione di stallo che il programma per uso fiscale le aveva generato (operazione confermata dalla perizia sul medesimo programma). Alle 17:30 risale l'ultimo indizio che Simonetta Cesaroni sia ancora viva, in quanto questa è l'ultima operazione che viene registrata e validata dal medesimo programma per uso fiscale. Alle 18:20 ci dovrebbe essere la telefonata a Volponi per aggiornarlo sullo stato dei lavori, ma Simonetta non lo chiamerà. I familiari l'attendono a casa per le 20:00. Alle 21:30 la sorella Paola si preoccupa e cominciano le ricerche. Viene contattato Salvatore Volponi per sapere il numero di telefono degli uffici A.I.G. per sincerarsi che Simonetta stia bene. Volponi non conosce tale numero e a questo punto Paola Cesaroni, accompagnata dal fidanzato Antonello Barone, preleva Salvatore Volponi e suo figlio Luca dalla loro abitazione e i quattro si dirigono insieme nello stabile di via Poma numero 2. Qui, alle 23:30 circa, si faranno aprire la porta degli uffici A.I.G. dalla moglie del portiere e troveranno Simonetta morta, uccisa con 29 coltellate.

Il 7 agosto 1990 in via Poma 2 Dalle 16:00 alle 20:00 i portieri degli stabili di via Poma numero 2 si riuniscono nel cortile a parlare e mangiare un cocomero, come riferiranno agli inquirenti. Saranno tutti concordi nel riferire che non hanno visto entrare nessuno dall'ingresso principale in quell'orario. Dopo le 17:30, ultimo contatto di Simonetta, inizia la tragedia. Secondo le ricostruzioni degli inquirenti, negli uffici A.I.G. con ogni probabilità c'è già un uomo: Simonetta gli sfugge, dalla stanza a sinistra dove lavora, fino a quella opposta a destra, dove verrà ritrovata.

Viene colpita al volto con un manrovescio che la tramortisce. Viene immobilizzata a terra: qualcuno si mette in ginocchio sopra di lei e le preme i fianchi con le ginocchia con tanta forza da lasciarle degli ematomi. La colpisce con un oggetto oppure le sbatte la testa violentemente a terra, a ogni modo per via di questo trauma cranico Simonetta sviene. A questo punto l'assassino prende forse un tagliacarte e inizia a pugnalarla a ripetizione. Saranno 29 alla fine i colpi inferti, di circa 11 centimetri ciascuno di profondità. Sei sono i colpi inferti al viso, all'altezza del sopracciglio destro, nell'occhio destro e poi nell'occhio sinistro; otto lungo tutto il corpo, sul seno e sul ventre; quattordici dal basso ventre al pube, ai lati dei genitali, sopra e sotto.

Alcuni abiti di Simonetta, fuseaux sportivi blu, la giacca e gli slip vengono portati via assieme a molti effetti personali che non saranno mai ritrovati, tra cui orecchini, anello, bracciale e girocollo d'oro, mentre l'orologio le viene lasciato al polso. Viene lasciata nuda, con il reggiseno allacciato ma calato verso il basso, con il seno scoperto e il top appoggiato sul ventre a coprire le ferite più gravi, quelle mortali. Porta addosso ancora i calzini bianchi corti, mentre le scarpe da ginnastica sono riposte ordinatamente vicino alla porta. Le chiavi dell'ufficio, che aveva nella borsa, vengono portate via.

I poliziotti setacciarono l'intero palazzo alla ricerca degli indumenti che mancano a Simonetta, ma non trovarono niente.

Le indagini La scena del delitto Il primo sopralluogo nell'appartamento di via Poma venne effettuato la sera del 7 agosto dal vicequestore Sergio Costa, all'epoca del delitto responsabile della centrale del 113 e non ancora in servizio al SISDE e genero dell'allora capo della Polizia Vincenzo Parisi.

Durante questo primo sopralluogo la vittima venne trovata stesa parzialmente svestita negli uffici della A.I.G. di via Poma numero 2, con numerosi segni di armi da taglio intrisi di sangue: i colpi sono su giugulare, cuore, aorta, fegato e occhi. Le coppe del reggiseno, di tipo a balconcino di pizzo leggero, fanno vedere i capezzoli e un segno sul seno sinistro causato apparentemente da un morso, ipotesi poi smentita dalle perizie richieste dalla Corte in fase dibattimentale d'Appello, in quanto a detta dei periti risultava mancare l'impronta dentaria opposta. Il corpo è disteso sul pavimento supino, capo spostato verso destra, braccio sinistro esteso verso l'alto, braccio destro piegato leggermente, dita della mano flesse. Nonostante le numerose coltellate, vengono rinvenute poche tracce di sangue: alle spalle della vittima, sul pavimento in marmo, si vede un alone, come se qualcuno avesse tentato di pulire una macchia di sangue.

Nelle altre stanze non vi sono tracce di colluttazione, tutto è ordinato e non c'è alcun segno che possa far pensare che il corpo sia stato trascinato. Gli inquirenti ritengono perciò che il delitto si sia consumato nella stanza dove Simonetta viene trovata. Viene comunque rilevata una minima traccia di sangue anche nella stanza di Simonetta, sulla tastiera del telefono, e c'erano tracce di sangue sulla maniglia della porta d'ingresso della stanza del delitto. Il sangue analizzato dirà che appartiene a un uomo con sangue di gruppo A.

Sempre nella stanza dell'omicidio venne rinvenuto un pezzo di carta con un appunto che riportava scritto "CE" e disegnato un pupazzetto a forma di margherita con in basso a destra scritto DEAD OK (inglese per "morta" o "morto" o "morti" OK"). A lungo si speculerà su questo disegno e sul suo significato, finché nel 2008 durante il programma televisivo Chi l'ha visto? venne rivelato che era stato opera di uno degli agenti di polizia che intervennero la notte del delitto e che lo aveva poi dimenticato lì.

L'autopsia La successiva autopsia accertò che la vittima riportava diverse ferite da taglio e in particolare sul volto, al collo, al torace e nella zona pubico-genitale che ne causarono la morte, avvenuta tra le 18 e le 18:30.

È stata colpita da un'arma bianca da punta e taglio, con lama bitagliente, ma non dotata di azione recidente. I lati della lama sono bombati, curvi, non affilati, la penetrazione è avvenuta per la pressione inflitta e per la punta aguzza.

L'emivolto destro è omogeneamente bluastro, una infiltrazione ecchimotica con componente tumefattiva. Il padiglione auricolare della stessa zona del volto appare anch'esso tumefatto da ecchimosi bluastra. Il volto presenta sei ferite della stessa arma bianca, ferite curve e oblique in corrispondenza delle strutture ossee orbitali.