Figlia primogenita di un nobile spagnolo, il conte di Monza Martino de Leyva y de la Cueva-Cabrera, a tredici anni fu costretta dal padre a entrare come novizia nell'Ordine di San Benedetto; a sedici anni pronunciò i voti e diventò la monaca suor Virginia Maria, dal nome della defunta madre. A fare scalpore fu la sua relazione (durata dal 1598 al 1608) con un uomo, il conte Gian Paolo Osio, dalla quale nacquero almeno due figli, un maschio nato morto o deceduto durante il parto e una bambina, che Osio riconobbe come propria figlia, Alma Francesca Margherita (8 agosto 1604), affidata alla nonna paterna, ma vista sovente dalla madre.Guarneri, p. 56
L'amante di suor Virginia, che già in precedenza era stato condannato per omicidio, uccise tre persone per nascondere la tresca, ma fu scoperto, condannato a morte in contumacia e poi assassinato il giorno prima della sua condanna da un uomo che egli riteneva suo amico. L'arcivescovo Federico Borromeo, messo al corrente della vicenda, ordinò un processo canonico nei confronti della monaca di Monza: al termine del procedimento suor Virginia fu condannata a essere "murata viva" nel Ritiro di Santa Valeria, dove trascorse quasi quattordici anni chiusa in una stanzetta (1,50 × 3,50 mt circa) priva quasi completamente di comunicazione con l'esterno, ad eccezione di una feritoia che permetteva il ricambio di aria e la consegna dei viveri indispensabili. Sopravvissuta alla pena, rimase a Santa Valeria fino alla morte.Guarneri, p. 99
Fu contessa di Monza (1600-1607) durante il regno di Filippo III di Spagna e amministrava il territorio (circa trenta chilometri quadrati) dal monastero, insieme ai fratelli Luigi, Antonio II e Gerolamo (due anni per uno).Mazzucchelli, pp. 28-29. Un altro fratellastro di Marianna fu il figlio di primo letto di sua madre Virginia Marino, il signore di Sassuolo Marco Pio di Savoia, il quale morì a Modena, nel 1599, a seguito delle ferite riportate in un attentato rimasto privo di colpevoli.. Dai fratelli de Leyva il titolo di Conte di Monza passò a don Giovanni Battista Durini nel 1648; la dinastia duriniana governò Monza e il suo territorio fino alla fine del regime feudale.
La sua notorietà è dovuta soprattutto al romanzo I promessi sposi, nel quale Alessandro Manzoni si ispirò alla storia di questa vicenda, enfatizzando però gli eventi, cambiando ad esempio la composizione della famiglia, la cronologia, particolari biografici e il nome stesso degli amanti che diventano Egidio e suor Gertrude. Secondo alcuni, Manzoni inserì nella vicenda narrativa anche elementi dell'omicidio di Lelio Buonvisi.
Biografia Famiglia e giovinezza
Marianna de Leyva era figlia di Martino de Leyva e di Virginia Maria Marino; Martino era per diritto ereditario conte di Monza, quindi bisnipote di quell'Antonio de Leyva distintosi nella battaglia di Pavia del 1525 per i cui meriti fu investito del feudo di Monza da Carlo V. Martino de Leyva era a sua volta figlio di Luigi de Leyva, primo governatore spagnolo di Milano. La madre di Marianna, Virginia Maria, era figlia di Tommaso Marino. Virginia Maria Marino, vedova dal 1573 del conte Ercole Pio di Savoia, signore di Sassuolo, da cui ebbe un solo figlio maschio, Marco, e quattro femmine, il 22 dicembre 1574 sposò Martino de Leyva, portandogli una cospicua dote fra cui i fondi delle cascine "Mirabello" e dei "Pomi" di Monza.
Neanche un anno dopo aver dato alla luce la figlia, Virginia Maria Marino morì di peste a Milano, nel 1576, lasciando eredi universali in parti uguali i figli avuti dai due matrimoni (a Marianna spettò la proprietà di palazzo Marino e metà del patrimonio da dividere con Marco Pio di Savoia) e l'usufrutto al marito vedovo Martino de Leyva.
Da qui nacque una serie di controversie legali e malversazioni finalizzate a privare la piccola Marianna dell'eredità materna e anche per questo la ragazza fu indotta a entrare nel monastero di Santa Margherita in Monza, decisione a cui non fu certo estranea l'algida e bigotta zia paterna, marchesa Marianna Stampa-Chiari, alle cui cure era stata affidata dal padre assente. L'alternativa proposta alla giovane fu quella di unirsi in matrimonio con Gustavo Branciforte (o Branciforti), principe di Butera, di ben venticinque anni più vecchio di lei.
Martino de Leyva si risposò a Valencia, in Spagna, nel 1588 facendosi una nuova famiglia e dimenticandosi del tutto della figlia Marianna a Monza. È interessante rilevare che la nuova sposa del padre, Anna Viquez de Moncada era la sorella di Ferdinando Moncada, conte di Cammarota e duca di San Giovanni, il cui figlio Luigi rinsaldò i legami con la famiglia Branciforte.
Monacazione
Entrò, dunque, nel monastero urbano benedettino di Santa Margherita a Monza, che oggi non esiste più in quanto demolito verso il 1890 (ne resta solo la chiesa, antistante la piazzetta Santa Margherita, oggi reintitolata a San Maurizio). Suo padre l'aveva accompagnata il 15 marzo 1589 per depositare la dote alla badessa Beatrice Castiglioni: il 12 settembre 1591, compiuto il noviziato, Marianna pronunciava i voti. È significativo che Marianna abbia assunto il nome materno, Virginia, per affrontare la sua nuova vita monastica. Nei tempi precedenti agli scandali tenne una corrispondenza con il noto uomo di scienze Bartolomeo Zucchi (1570-1630) che si vantava di avere una lontana parentela con i de LeyvaGiuseppe Marimonti, Memorie storiche della città di Monza, 1841, p. 277.
Nella comunità la nobildonna aveva una posizione privilegiata: risiedeva in un piccolo appartamento separato, assistita da quattro suore ausiliarie e dame di compagnia, oltre ad una conversa per le mansioni di servizio. Riscuoteva i tributi e s'informava sui problemi dei monzesi. Il temperamento di suor Virginia, in quanto feudataria di Monza e appartenente ad una delle più influenti famiglie del ducato spagnolo di Milano, era altezzoso e arrogante: malmenava alcune consorelle non obbedienti e perseguitò la sospettosa priora Francesca Imbresaga, destituendola dall'incarico e assegnandole umili lavori da svolgere. La causa predominante di tale comportamento era la relazione che aveva intrecciato con il nobile monzese Gian Paolo Osio, la cui abitazione confinava con il monastero.
Relazione con Gian Paolo Osio
Il monastero urbano di Santa Margherita, dove risiedeva suor Virginia, confinava con la casa di Gian Paolo Osio. Si è certi del fatto che l'Osio prese la cattiva abitudine di osservare, dalla sua tenuta, le educande che passeggiavano e giocavano nel cortile del monastero. Un giorno ne adocchiò una e cominciò ad amoreggiare con lei. L'educanda in questione si chiamava Isabella, figlia di Giovanni Maria e di Isabella degli Hortensi, ricca famiglia di Monza. Venuta a conoscenza della relazione, Suor Virginia (contessa di Monza e maestra delle educande) riprese aspramente l'educanda e fece letteralmente una scenata all'Osio.Farinelli-Paccagnini, p. 58
La faccenda non si limitò solo ad una sgridata: il fatto fu riportato ai genitori di Isabella e questi la portarono via dal monastero. Dopo qualche giorno in Monza venne ucciso da un colpo di archibugio un certo Molteno, agente fiscale dei de Leyva. Circolarono voci che il mandante dell'omicidio fosse l'Osio al fine di vendicarsi del rabbuffo subito e dell'allontanamento dell'oggetto delle sue concupiscenze, così egli restò a lungo chiuso in casa o nel proprio giardino, da lì riprendendo le osservazioni verso le finestre del monastero.
Con sfrontata spavalderia l'Osio volle quindi osare riprendere la tresca, ma stavolta con una monaca di alto lignaggio, ovvero proprio colei che l'aveva ostacolato. Tuttavia, la Signora più di una volta declinò i suoi approcci.Farinelli-Paccagnini, p. 62
Il giovane riuscì infine ad attrarre l'attenzione della Signora:
La feudataria di Monza, tuttavia, reagì duramente e ne chiese l'arresto:
tanto che l'Osio sarebbe restato latitante da Monza per circa un anno. Qualche tempo dopo il bel Gian Paolo, impetrato il perdono della Signora grazie alla mediazione dei fratellastri di lei suoi amici, iniziò a presentarsi assiduamente alla Messa e continuò le osservazioni dalla finestra, che continuavano a procurar turbamento all'autorevole suora, ma ne scalfivano le resistenze. Secondo la testimonianza di suor Ottavia, avendo visto dalla finestra della sua camera l'Osio passeggiare nel giardino, ella avrebbe detto: "si potria mai vedere la più bella cosa..?".Farinelli-Paccagnini, p. 68
In un giorno imprecisato della primavera del 1598, l'Osio e suor Virginia iniziarono a scambiarsi lettere; questo carteggio avveniva grazie alle sue due più care collaboratrici e confidenti, suor Ottavia Ricci e suor Benedetta Homati. Queste manovre inconcludenti durarono alcuni mesi fino a quando i due s'incontrarono fuori dal parlatorio, ma nulla avvenne in quanto era presente suor Ottavia. La coppia s'incontrò una seconda volta, sempre con la presenza delle amiche fidate, e nel parlatorio l'Osio, secondo la successiva confessione di lei, abusò sessualmente della monaca.Farinelli-Paccagnini, p. 75
I due ripresero a frequentarsi solo dopo che l'Osio le inviò numerose lettere che attestavano il suo pentimento. Suor Ottavia, nella sua deposizione del 4 dicembre 1607, rivelò che i due amanti spesso s'incontravano nel monastero ed esattamente nella camera della Signora; sempre secondo lei la coppia aveva rapporti sessuali anche in sua presenza e di suor Benedetta, in quanto le tre monache avevano la camera in comune. La tresca intanto continuò assumendo carattere quasi consuetudinario con scambi di regali reciproci fra i due amanti.Farinelli-Paccagnini, p. 152
Una notte dei primi mesi del 1602 la Signora diede alla luce, assistita dalle sue confidenti, "un putto morto"; questo fatto venne confermato dalla testimonianza di suor Ottavia, la quale affermò inoltre che il cadaverino venne portato via dall'Osio. Secondo il Ripamonti due altre monache favorivano l'intrigo, coinvolte, forse non ignara la Signora, in una relazione a tre: esse infatti «soggiacquero con l'Osio». Ciò che fece durare la loro relazione a lungo fu il forte potere persuasivo della Monaca e dei molti privilegi dei quali abusava e il fascino esercitato dall'Osio anche sulle monache..
L'8 agosto 1604 suor Virginia diede alla luce la figlia Alma Francesca Margherita, che l'Osio portò a Milano perché fosse battezzata solennemente nella chiesa di Sant'Andrea, con un padrino all'altezza delle sue origini aristocratiche ovvero il conte Francesco D'Adda. Inoltre la bambina frequentava spesso il monastero di Santa Margherita in compagnia del padre. Ciò ha fatto ritenere che la relazione tra suor Virginia e l'Osio fosse ormai pressoché di dominio pubblico e non si facessero molti sforzi per nasconderla.
Scandalo
La situazione precipitò nel 1606, quando la giovane conversa Caterina Cassini da Meda, di povere origini e diventata monaca solamente per motivi economici, scoperta la storia, minacciò di rendere pubblica la relazione. Ormai era diventata un elemento scomodo in quanto continuava a ricattarli; così una sera Gian Paolo Osio la uccise con tre colpi sulla testa, usando un piede di porco, e poi, con l'aiuto di suor Virginia (di solito poco collaborativa), suor Benedetta e suor Ottavia, ne nascose il corpo nel pollaio del monastero e fece un buco nella muraglia per dare ad intendere che fosse scappata; successivamente rimosse il cadavere.Marazza, p. 205
In seguito Osio tentò di eliminare due suore complici, Ottavia Ricci e Benedetta Homati, già coinvolte nella relazione a vario titolo (probabilmente sorveglianti e, prima o in seguito, amanti dello stesso Osio e quindi complici attive), per assicurarsi che non parlassero l'uomo affogò l'una nel Lambro e gettò l'altra in un pozzo poco distante. La prima si salvò, l'altra sopravvisse per poco tempo ma sufficiente per denunciare tutto alle autorità.Marazza, p. 167