Noi vivi è un film del 1942 diretto da Goffredo Alessandrini, prima parte dell'adattamento dell'omonimo romanzo scritto da Ayn Rand.

Presentato come pellicola unitaria alla Mostra del cinema di Venezia del settembre 1942, successivamente, data la sua lunghezza (circa quattro ore), è stato commercializzato dalla Scalera in due film separati, dei quali il primo mantenne il titolo originario del romanzo, mentre la seconda parte venne denominata Addio Kira!.

I due film furono realizzati senza l'approvazione dell'autrice, ma sono stati in seguito oggetto di una revisione approvata da Rand nel 1980, pubblicata come unico lungometraggio con il titolo We the Living nel 1986.Rossano Brazzi in Cinecittà anni trenta, cit. in bibliografia, p.105, racconta di avere incontrato personalmente Rand durante il suo soggiorno hollywoodiano: «Abbiamo rivisto assieme il film e mi assicurò che tutto era perfetto».

Trama Unione Sovietica, 1922: la giovane Kira, figlia di commercianti impoveriti dalla rivoluzione, si trasferisce dal Caucaso a Pietrogrado per studiare ingegneria. Viene ospitata dalla famiglia Dunaiev, il cui figlio Victor è attratto da lei e la implora di attenuare le sue posizioni anti-bolsceviche. Kira, però, incontra Leo, un giovane misterioso e sconosciuto del quale la ragazza ben presto si innamora. Denunciati da Sjerov, giovane studente fanatico, Kira viene arrestata, mentre Leo, che è in realtà il figlio di un ammiraglio zarista fucilato dai rivoluzionari, riesce a fuggire.

Durante l'arresto Kira viene difesa da Andrej, commissario politico, che si innamora di lei e si adopera per ottenere la sua liberazione, nonostante l'opposizione di Sjerov e i sospetti che con tale comportamento attira su di sé. Kira, liberata, riallaccia i rapporti con Leo, e i due giovani decidono di fuggire via mare all'estero, ormai persuasi di non avere un futuro nel proprio Paese. Il tentativo però non riesce perché la loro imbarcazione viene intercettata e affondata. Loro riescono a salvarsi, ma nella disavventura Leo si ammala di tisi e ha necessità di essere inviato in un sanatorio in Crimea. Per ottenere queste cure Kira ricorre all'intervento di Andrej e si rassegna a diventarne l'amante.

Realizzazione del film Soggetto e sceneggiatura Noi vivi venne tratto, «abusivamente e senza autorizzazione»Cardillo in Storia del cinema italiano, cit. in bibliografia, p.67. dal romanzo omonimo di Ayn Rand, su cui si appuntò l'attenzione di Alessandrini che, considerando la vicenda molto accattivante per un largo pubblico medio, ne propose al produttore Scalera il trasferimento sugli schermi.Alessandrini in Cinecittà anni trenta, cit. in bibliografia, p.48. Alla sceneggiatura lavorarono in parecchi, dal futuro maestro dello sceneggiato televisivo italiano Anton Giulio Majano allo scrittore Corrado Alvaro, che poteva vantare una conoscenza diretta della situazione russo-sovietica,Caldiron in Storia del cinema italiano, cit. in bibliografia, p.240. mentre i dialoghi furono curati da Oreste Biancoli, non accreditato.Cavallo, cit. in bibliografia, p.126.

La trasposizione sullo schermo seguì quasi per intero e senza modifiche il romanzo, scelta non apprezzata da alcuni commentatori tra i quali il futuro regista Antonio Pietrangeli, secondo cui «il film poteva benissimo essere portato nei limiti dei 3.000 metri o poco più. Con qualche spirito di sacrificio qualche scena piuttosto secondaria o addirittura pleonastica non si poteva tagliare?».Antonio Pietrangeli. Corrispondenza da Venezia, Bianco e nero, settembre 1942.

Produzione Il film, prodotto dalla Scalera Film nei propri stabilimenti romani, non fu l'unico di impronta propagandistica realizzato nel 1942 da questa importante società dell'epoca, che nello stesso anno presentò anche gli analoghi Alfa Tau! di De Robertis e Giarabub, diretto anch'esso da Alessandrini, anche se alternati a pellicole di tutt'altra natura come il proto-neorealista I bambini ci guardano di De Sica, il calligrafico Tragica notte di Soldati o il comico-parodistico Il fanciullo del West di Ferroni. La lavorazione iniziò alla metà di giugno 1942Primi piani, n. 6, giugno 1942. e andò avanti per tutta l'estate. Sorsero difficoltà quando ci si accorse che, arrivati alla metà del libro, il film era già lungo due ore: le riprese furono sospese per due settimane e fu a quel punto che si decise di risolvere il problema dividendolo in due pellicole da distribuire separatamente.Brazzi in Cinecittà anni Trenta, cit. in bibliografia, p.107.

Tutti gli ambienti, comprese le scene in San Pietroburgo con la neve, furono ricostruiti negli interni dei teatri di posa ricorrendo ai due scenografi di origine russa Andrej Bessborodoff e Georg Abhkazy. La Scalera si proponeva l'obiettivo di presentare Noi vivi alla Mostra di Venezia, ma per diverse settimane si dubitò di riuscire a completarlo per tempo, tanto che, ancora alla fine di agosto si annunciava che il film era sempre in lavorazione e non sarebbe stato presente.Articolo di Adolfo Franci, L'Illustrazione italiana, n. 35 del 30 agosto 1942. Accoglienza Contraddicendo le previsioni, Alessandrini riuscì a recuperare i ritardi e la pellicola, dell'inusitata lunghezza di ben 6.000 metri e per questo presentata come un "colosso" della cinematografia italiana,Primi piani, n. 10, ottobre 1942. arrivò in extremis alla Mostra, dove venne presentata il 15 settembre, giornata conclusiva della manifestazione.

Dubbi a Venezia Alla Mostra del cinema, nonostante il contesto bellico e propagandistico, il film non riuscì a convincere tutti i commentatori. Tra i più critici vi fu Adolfo Franci che scrisse di una «pletorica storia che avrebbe guadagnato se narrata con speditezza. Noi vivi è un film un po' informe, un po' monotono, troppo cupo e verboso»,L'Illustrazione italiana, n. 38 del 20 settembre 1942. mentre altri lo definirono «più spettacolare per la lunghezza che non per l'architettura, e coerente con il romanzo della Rand più di quanto fosse lecito attendersi; talvolta le sequenze dialogiche soverchiano quelle narrative e tal'altra la curiosità ristagna».Giuseppe Bevilacqa in Primi piani, n. 9, settembre 1942.

Anche osservatori meno critici appuntarono l'attenzione più sul contesto descritto da Noi vivi che sul suo intrinseco valore artistico. Guido Piovene descrisse il film come «il più serio tentativo fatto finora di mettere in un film la vita interna dell'Unione Sovietica. Il suo valore è specialmente nella greve, lugubre atmosfera che vi grava sin dall'inizio, atmosfera di una monotonia opaca dove nulla riesce a prendere rilievo, nemmeno i fatti di sangue».Guido Piovene, corrispondenza da Venezia, Corriere della sera del 16 settembre 1942. Altri esaltarono i meriti della produzione: «Anche qui la levatura tecnica e artistica della nostra (italiana - n.d.r.) cinematografia ha vinto una bella battaglia, proprio qui ha dimostrato l'alto livello della sua capacità realizzatrice».Articolo di Sisto Favre in Lo schermo, n. 9, settembre 1942.

Ad apprezzare completamente il film di Alessandrini non furono in molti. Tra questi Raffaele Calzini che lo giudicò «armoniosamente diretto, il regista non ha perso di vista la curva parabolica dell'azione che comincia con Noi vivi e termina con Addio Kira! in un lento fioccare di neve. Alida Valli tiene bene il centro del film complessa e triste, Giachetti fa del suo personaggio un'incarnazione superba, Brazzi ha dato consistenza e verosimiglianza al suo Leo».Articolo in Film, n. 35 del 16 settembre 1942. Anche Francesco Pasinetti giudicò che il film «quantunque prolisso, è mantenuto a un livello di tensione drammatica che suscita l'attenzione assidua dello spettatore».Francesco Pasinetti, articolo "I film veneziani", Cinema, n. 150 del 25 settembre 1942.

Critica contemporanea Circa un mese dopo la presentazione veneziana la Scalera Film distribuì la prima parte del film, ma la sua minore lunghezza non mutò i giudizi dei commentatori. L'Illustrazione italiana confermò che «la lunghezza eccessiva dei dialoghi, la monotonia delle inquadrature, la lentezza dell'azione, l'uniforme grigiore degli ambienti aggiungono al film pesantezza e tediosità»,Adolfo Franci, L'Illustrazione italiana, n. 43 del 25 ottobre 1942. mentre per Cinema si tratta di «episodi quasi tutti insistiti o stucchevoli che vanno semplicemente seguendo l'ordine del "ciak" senza un filo spirituale che li leghi tra di loro».Recensione a firma "Vice" [Gianni Puccini], Cinema, n. 152 del 25 ottobre 1942. Fu ancora Guido Piovene a esprimere invece un apprezzamento: «Il film è stato accusato di monotonia e cupezza, ma forse nel coraggio con cui lo si è tenuto su una nota monocorde consiste il meglio di esso».Articolo di g.p. [Guido Piovene], Corriere della sera del 20 ottobre 1942.

Risultato commerciale Nonostante i rilievi della critica e i timori del regime, Noi vivi diventò un notevole successo di pubblico e commerciale. Infatti, sulla base dei dati disponibiliNon esistono dati ufficiali sugli incassi dei film italiani degli anni trenta e primi quaranta. Le somme indicate sono pubblicate in Storia del cinema italiano, cit. in bibliografia, p.666 e seg., e sono dedotte indirettamente dai documenti relativi ai contributi alla cinematografia concessi dallo Stato in base alle norme incentivanti dell'epoca. risulta, con un introito di circa 11.600.000 lire dell'epoca, uno dei film più visti e più "ricchi" del 1942, anno in cui fu un altro film di propaganda, Bengasi di Augusto Genina, a raggiungere il massimo con circa 16 milioni. Se però si aggiunge anche la somma incassata dal successivo Addio Kira!, che fu distribuito circa un mese dopo Noi vivi, il dato economico complessivo del film di Alessandrini supera i 20 milioni di lire, un risultato che nessun'altra pellicola riuscì a eguagliare neppure prendendo in considerazione il triennio 1940-1943.

Commenti successivi Con il passare del tempo Noi vivi, con il suo seguito Addio Kira!, restò nei commenti un'opera di propaganda.«Kolossal della propaganda di regime» lo definisce Alfonso Canziani in Cinema di tutto il mondo, Mondadori, Milano 1978, mentre per George Sadoul (ne Il Cinema, Sansoni Editore, Firenze 1967) è pellicola di «propaganda antisovietica». Alcuni, però, hanno aggiunto anche giudizi di natura artistica, quali «un melodrammone ambientato sullo sfondo della rivoluzione sovietica, in cui la logica del melodramma si afferma come un "fuori storia" dove l'amore, il privato, le scelte esistenziali prevalgono su ogni cosa», oppure «un moderno feuilleton di materia enfatica e debordante».Il cinema, grande storia illustrata, cit. in bibliografia, vol. 2, p.237. Più recentemente Il Mereghetti ne dà invece una visione meno negativa: «Benché nel complesso monotono e prolisso, all'epoca ha goduto di cattiva fama, ma rivisto oggi non è privo di interesse. Potrebbe essere segnalato come il prototipo del teleromanzo italiano».

Riconoscimenti Benché arrivato alla Mostra di Venezia all'ultimo momento, il dittico di Alessandrini riuscì comunque a ottenervi un premio, anche se di secondo piano: l'ambita Coppa Mussolini fu infatti attribuita a Bengasi di Genina, mentre il film di Alessandrini ottenne invece, in compagnia di altre quattro opere, sia italiane che estere, il Premio della Biennale.

Note

Bibliografia Pietro Cavallo, Viva l'Italia. Storia, cinema ed identità nazionale (1932-1962), Napoli, Liguori, 2009, ISBN 978-88-207-4914-9 Il cinema, grande storia illustrata (dieci volumi), Novara, Istituto Geografico De Agostini, 1981, Le città del cinema. Produzione e lavoro nel cinema italiano (1930 - 1970), Roma, Napoleone, 1979, Jean A. Gili, Stato fascista e cinematografia: repressione e promozione, Roma, Bulzoni, 1981, Paolo Mereghetti, Il Mereghetti 2014, Milano, Baldini e Castoldi, 2013, ISBN 978-88-6852-058-8 Francesco Savio, Cinecittà anni Trenta. Parlano 116 protagonisti del secondo cinema italiano (tre volumi), Roma, Bulzoni, 1979,