Il Museo civico archeologico Arsenio Crespellani è un museo archeologico che ha sede nella Rocca dei Bentivoglio, nella frazione Bazzano di Valsamoggia, nella città metropolitana di Bologna. È intitolato al noto archeologo modenese.

Storia

Il museo fu fondato nel 1873, a seguito delle scoperte avvenute ad opera della "Società per scavi archeologici a scopo scientifico" creata da alcuni cittadini bazzanesi e di cui Crespellani fu direttore per vari anni: i reperti recuperati dalla Società furono cospicui e vennero a costituire il nucleo principale della collezione civica, ampliata dai rinvenimenti più recenti effettuati nel territorio e cura della Soprintendenza per i beni archeologici dell'Emilia-Romagna.

Nel 1878, allo scioglimento della Società archeologica, i reperti vennero donati al Comune di Bazzano che proseguì l'attività museale.

Nel 2009 l'allestimento museale si è arricchito dei reperti provenienti dagli scavi della necropoli etrusca di via Isonzo di Casalecchio di Reno, indagata tra il 1974 e il 1975.

Il museo archeologico è gestito dalla Fondazione Rocca dei Bentivoglio, in base al contratto di servizio firmato con il Comune di Valsamoggia, per valorizzare «gli spazi della Rocca dei Bentivoglio, in previsione del recupero del terzo piano».

Descrizione Le collezioni Il museo ospita i reperti provenienti dal comprensorio delle valli del Lavino (Zola Predosa), del Samoggia (Bazzano, Monteveglio, Castello di Serravalle) e del fiume Reno (Casalecchio di Reno), coprendo un lasso di tempo compreso tra il Paleolitico e il Rinascimento.

Gli oggetti della collezione sono ordinati cronologicamente. All'epoca pre-protostorica si riferiscono i reperti litici dei poderi Bellaria e Livello Masini, le tracce dell'insediamento dell'Età del Bronzo di Bazzano e i corredi villanoviani della necropoli di Fornace Minelli della prima Età del Ferro. All'epoca romana fanno capo varie suppellettili, laterizi e alcuni elementi di pregio di ambito regionale, mentre per l'epoca tardo-antica e alto-medievale figurano i materiali archeologici del pozzo Sgolfo, donati nel 1878 dai proprietari del podere e i reperti del Pozzo Casini di Bazzano, indagato a partire dal 1867 da Arsenio Crespellani assieme al giovane Tommaso Casini. Risalgono all'epoca medievale e rinascimentale alcuni reperti rinvenuti nella Rocca. Il museo include inoltre una collezione di armi e divise di epoca risorgimentale e postunitaria, con alcuni reperti databili tra il primo dopoguerra e la seconda guerra mondiale.

Percorso di visita Il percorso di visita obbligatorio permette di visitare le sale del castello allestite per accogliere le collezioni museali, alcune sale supplementari (la Sala dei Giganti e la Sala del Camino) e l'antica ala della rocca adibita a spazio per le esposizioni temporanee (la Torre e la Sala Ginevra). Il percorso inizia alla biglietteria al pianterreno, prosegue nel cortile interno, da cui si accede all'aula didattica. Si sale quindi la scala che dal cortile porta al primo piano, dove si visitano in successione la Sala dei Giganti, la Sala del Camino, le sale I, II e III, la Sala dei Ghepardi, la Sala delle Ghirlande, la Sala Ginevra e la sua antisala.Fonte: Percorso di visita obbligatorio fornito a inizio visita dal Museo.Nel 2021 due sale al primo piano erano chiuse per lavori.

Sala I: sezione pre-protostorica

Nella Sala I sono ospitati i materiali preistorici e protostorici.

Nella prima vetrina sono esposti oggetti dell'età della pietra: strumenti litici e scarti di lavorazione provenienti dal comprensorio bazzanese (poderi Bellaria e Livello Masini): scarse sono le testimonianze relative al Paleolitico e al Mesolitico, mentre la successiva fase neolitica risulta meglio documentata da strumenti laminari realizzati con selce veneta (bulini, grattatoi, troncature, lame). Due strumenti presentano la cosiddetta usura stralucida, tipica dei manufatti impiegati per le lavorazioni agricole e in particolare per il taglio delle graminacee. Alla stessa epoca (6350 e 6150 anni fa), risale anche una sezione di quercia rinvenuta nella cava Olmi di Calderara di Reno (BO): le analisi dendrocronologiche effettuate su di essa hanno permesso di ricostruire l'ambiente d'età neolitica.

All'Età del bronzo medio sono dedicate le successive quattro vetrine, dove sono conservati i reperti provenienti dall'insediamento terramaricolo sull'altura di Bazzano, individuato nella seconda metà dell'Ottocento ed indagato verso la metà del secolo scorso mediante saggi stratigrafici (scavo Contu). Grazie alle diverse tipologie di materiali rinvenuti (vasellame, utensili, reperti faunistici) è stato possibile ricostruire alcune delle attività praticate da questa antica comunità, come la caccia (cinghiale, cervo), l'allevamento del bestiame (suini, bovini, ovocaprini, equini), la filatura e tessitura, la produzione ceramica e l'agricoltura, indiziata da un frammento di macina litica e da una zappetta in corno di cervo. Numerosi sono i frammenti di vasellame ceramico, riconducibili a olle, orci e tazze con decorazioni e anse sopraelevate. Sulla base dei recenti studi effettuati sui materiali, la fase di frequentazione del villaggio risale al Bronzo medio (1550-1325 a.C.), mentre il suo abbandono è da collocare agli inizi del Bronzo recente (1325 – 1175 a. C.). Un modellino cerca di ricostruire l'abitato.

Per l'Età del ferro (epoca villanoviana ed etrusca-orientaleggiante) la documentazione è esclusivamente di tipo funerario: nelle ultime due vetrine della prima sala è visibile un nucleo di reperti provenienti dalla necropoli "Fornace Minelli" di Bazzano, ubicata lungo la riva destra del Samoggia.. Dalle 36 tombe messe in luce da Arsenio Crespellani tra il 1863 e il 1876 provengono oggetti di ornamento (fibule, spilloni, armille), vasellame, strumenti e utensili (fusaiole, conocchia, rasoio, ascia miniaturizzata), databili tra la metà dell'VIII e la fine del VII secolo a.C. I numerosi materiali di pregio testimoniano la presenza di individui appartenenti ad un elevato rango sociale, nonché l'importanza dell'insediamento bazzanese, situato in posizione strategica per il controllo del territorio e in relazione con la città di Felsina., dépliant turistico. Da Zola Predosa (località Ca' Rossa e Pilastrino) proviene la tomba "a dolio" fuori vetrina, caratterizzata dal grande recipiente per le derrate alimentari che fungeva da contenitore dei resti del defunto e del corredo, databile tra la fine del VI e la prima metà del V secolo a.C.

Sala II: epoca romana e tardo antica

Nella Sala II sono esposti i rinvenimenti sporadici che illustrano il popolamento di epoca romana nel territorio, intenso ma senza la presenza di un agglomerato urbano. Si tratta di vasellame (sigillata, ceramica comune, ceramica grigia, anfore da trasporto), lucerne per l'illuminazione, tessere di mosaico, campanelli, monete, un frammento di bicchiere di vetro.

Le restanti vetrine della sala sono dedicate ai materiali del VI-VII secolo d.C. del pozzo Sgolfo, rinvenuto nel territorio di Castello di Serravalle e rientrante nel fenomeno dei cosiddetti pozzi-deposito, una forma particolare di tesaurizzazione ed occultamento di beni all'interno di pozzi dismessi.Il pozzo Sgolfo, come il pozzo Casini della sala successiva, si caratterizza per l'accurata disposizione dei beni (vasi di ceramica e di metallo, instrumentum) nascosti a strati separati da terriccio, frammenti di laterizi, assi di legno o ghiaia, con l'intenzione di preservarne l'integrità. La tipologia dei materiali e la tecnologia impiegata per la loro realizzazione inducono a ritenere che gli oggetti appartenessero ad una comunità rurale insediata nel territorio, anticamente fiorente e aperta ai commerci – come risulta dai preziosi vasi di metallo – ma decaduta e impoveritasi in seguito alla crisi economico-politica che si verifica dopo la caduta dell'Impero romano.

Sala III: epoca medievale e rinascimentale

La visita prosegue nella Sala III, o Sala del Pozzo Casini.

Anche il pozzo Casini, nei pressi di Bazzano, è un pozzo-deposito come il pozzo Sgolfo. Le preziose brocche rinvenute nel pozzo bazzanese testimoniano, attraverso le decorazioni presenti sulle anse, riti e tradizioni della comunità agreste, dal culto di Bacco, dio del vino, ad un sacrificio rustico mediante uccisione di un animale e raccolta del sangue.

Oltre al consistente quantitativo di vasi fittili e metallici, all'interno dei pozzi erano occultati numerosi attrezzi e utensili impiegati nelle attività quotidiane e artigianali ( e una regula in legno di quercia lunga due piedi romani (circa 60 cm) e suddivisa in once (2,49 cm). Sono presenti anche alcuni recipienti di legno: una ciotola in legno d'olivo, un mestolo in legno di vite cit. in e le doghe di due secchi in legno di quercia. Dallo strato di riempimento del pozzo Casini provengono inoltre resti botanici, carpologici e faunistici che permettono di ricostruire l'ambiente dell'epoca attraverso l'analisi archeoxilologica e archeozoologica: ;

Nella terza sala sono inoltre presenti materiali edilizi di epoca romana (mattoni per muri, per colonne e per pozzi, tegole, esagonette, pavimento in opus spicatum e parte di una macina )Fonte: etichette e pannelli informativi..

Sempre ascrivibile all'epoca romana è una testina di marmo greco rinvenuta nel greto del Samoggia, appartenente ad una statua di divinità femminile (Venere o Diana cacciatrice), di grandezza poco inferiore al vero. È ipotizzabile che la statua facesse parte di un luogo di culto (fanum) o di una villa romana, come quelle ampiamente documentate nel territorio.

L'esposizione si conclude con un nucleo di materiali medievali e rinascimentali, databili nel complesso tra XIV e XVII secolo, provenienti da numerosi recuperi nell'area della Rocca, in particolare dalla zona del fossato. Le ceramiche sono rappresentate da alcuni frammenti di invetriata, ingobbiata, graffita e smaltata. L'invetriata era usata sia per la mensa sia soprattutto per la cottura dei cibi, mentre ingobbiata, introdotta in Emilia-Romagna alla fine del XIV secolo, è rappresentata dall boccale e dai due frammenti con decorazione a macchia e marmorizzata. Un nucleo di frammenti di ciotole e piatti è realizzato in ceramica ingobbiata e graffita: tra essi spicca una ciotola in graffita arcaica padana con la tipica decorazione a foglia entro medaglione e losanghe entro riquadri, nei colori tradizionali verde ramina e giallo ferraccia. Di pregevole fattura i frammenti in graffita prerinascimentale, con profilo femminile su fondo decorato a fogliame; e in graffita rinascimentale, diffusa dalla fine del XV secolo, come quello con un busto femminile e il piatto con figura femminile in piedi entrambi su fondo di siepe a graticcio. Tra i vetri, sono esposti i frammenti di fondo di un bicchiere, un fondo svasato di bottiglia e una fiala.

Nella selezione dei materiali esposti compaiono anche alcune maioliche, ceramiche smaltate e decorate in verde e bruno manganese, in seguito anche in blu, databili tra la seconda metà del XIV e la prima metà del XVII secolo. Tra gli oggetti metallici alcune punte di freccia e da balestra in ferro, che compaiono nel XIV secolo, gli speroni, chiavi da porta e da mobile, infine – in bronzo - i cucchiai e una forchetta.

Sala dei ghepardi: età moderna, dal Risorgimento alla seconda guerra mondiale

Nella Sala dei Ghepardi si trova la sezione dedicata all'epoca risorgimentale e moderna, con una collezione di oggetti militari donati al Comune già documentata nel 1906, nell'ambito del I Censimento dei musei del Risorgimento italiano, e in seguito nell'Archivio comunale.

Vi figurano cimeli, armi bianche e da fuoco, divise e copricapi risalenti alla Guerra greco-turca del 1897, alla Guerra italo-turca del 1911, alla prima guerra mondiale, alle guerre coloniali italiane, alla seconda guerra mondiale e alla Resistenza.