Biografia
Infanzia Gian Galeazzo Visconti nacque a Pavia il 16 ottobre 1351, figlio primogenito di Galeazzo II e Bianca di Savoia. Nel gennaio del 1356, ancora bambino, fu nominato cavaliere dall'imperatore Carlo IV di Lussemburgo durante la sua visita a Milano. Fin da giovane diede prova di grande sagacia e di speciali attitudini militari.
Matrimonio Alla fine di novembre del 1360 sposò Isabella di Valois, figlia di re Giovanni II di Francia, ottenendo in cambio la contea di Vertus. Questo feudo gli valse il soprannome, tra gli italiani, di "Conte di Virtù". Per questa unione il padre Galeazzo II sborsò l'immensa cifra di 500.000 fiorini d'oro. Sarà sulla base di questo matrimonio che re Luigi XII di Francia avanzerà pretese nei confronti del Ducato di Milano sotto Ludovico il Moro. Isabella morì l'11 settembre 1372 dando alla luce il quartogenito Carlo; entrambi furono seppelliti nella Chiesa di San Francesco a Pavia.
Ascesa al potere Nel 1378, alla morte del padre, Gian Galeazzo divenne il nuovo Signore di Pavia. Il 5 settembre Gian Galeazzo inviò presso papa Urbano VI una Supplica per ottenere la dispensa per il matrimonio tra suo figlio Azzone ed Elisabetta, figlia di Bernabò. I due si sarebbero sposati una volta raggiunta la debita età e Azzone sarebbe diventato l'unico erede alla Signoria di Milano. Bernabò prometteva di appoggiare il nipote nel suo tentativo di ottenere la mano di Maria di Sicilia, figlia di re Federico IV, operazione vista favorevolmente dal papa che sdegnava una donna quale nuovo sovrano dell'isola.
D'altra parte Galeazzo dovette promettere allo zio che la Signoria di Milano non sarebbe passata ai figli avuti con la nuova consorte. Tuttavia il matrimonio tra Gian Galeazzo e Maria non ebbe mai luogo per l'opposizione dei baroni siciliani appoggiati da Pietro IV d'Aragona.Giulini, Continuazione delle Memorie, vol. II, pp. 302 Il 29 agosto, a Pavia, Gian Galeazzo stabilì una pace con Amedeo VI di Savoia in cambio della cessione del marchesato d'Ivrea e di alcuni feudi in Piemonte, mentre gli giurarono fedeltà le città di Asti e Vercelli. Il 21 novembre la pace si trasformò in alleanza.Giulini, Continuazione delle Memorie, vol. II, p. 308-311
Nel 1378 nominò Jacopo Dal Verme capitano generale dell'esercito; gli sarebbe stato fedele per i successivi trent'anni. Nel 1380 assecondò Bernabò nella lotta contro i veneziani, e nello stesso anno fu nominato vicario imperiale. Sempre nello stesso anno, sposò la figlia di Bernabò, sua cugina Caterina, nella cappella del Castello Visconteo.
La trappola a Bernabò Vedendo minacciate le sue alleanze francesi, Gian Galeazzo mosse risolutamente contro lo zio Bernabò. Secondo il Giovio, la moglie di questi, Regina della Scala, aveva istigato da tempo i suoi figli ad eliminare lo scomodo cugino che aveva ereditato i ricchi domini del padre ma questi, benché se ne fosse accorto, faceva finta di non saperlo.
In compenso, Gian Galeazzo prendeva ogni precauzione per evitare di essere eliminato: restrinse il numero dei domestici, ridusse la sua tavola a poche vivande che faceva assaggiare prima di consumare, costituì la sua guardia personale di veterani fedeli, non metteva piede fuori dalla porta di un castello se prima non aveva fatto esplorare i dintorni da una squadra di soldati, si mostrava devoto, debole e pusillanime andando a pregare in chiesa con una scorta armata, attirando su di sé il disprezzo dei cugini e facendosi sottovalutare dallo zio..
Il 6 maggio 1385, con la scusa di un pellegrinaggio al santuario di Santa Maria del Monte sopra Varese, si avviò da Pavia a Milano, spingendo Bernabò ad accoglierlo fuori dalla Porta Vercellina, presso l'ospedale di Sant’Ambrogio a Milano.
Bernabò si recò all'appuntamento su una mula accompagnato solo dai figli Rodolfo e Ludovico e da pochi armati sebbene molti cercassero di dissuaderlo.
Gian Galeazzo arrivò accompagnato da 500 lancieri guidati dai fedelissimi Ottone Mandelli, Bernardino da Lonato, Jacopo dal Verme, Ugolotto Biancardo e Giovanni Malaspina.
Bernabò e i suoi vennero pertanto facilmente circondati e catturati dagli uomini di Gian Galeazzo mentre, per ingraziarsi il popolo, egli lasciava saccheggiare la Cà di Can presso la chiesa di San Giovanni in Conca e le residenze dei figli di Bernabò.
Promise inoltre l'eliminazione del dazio sul sale e di altre gabelle come quelle sul grano, sul lino e sulle ruote ferrate; le ultime due vennero poi reintrodotte negli anni successivi.
Le fortezze poste presso ciascuna delle porte principali della città si arresero con l'eccezione della rocca di Porta Romana che resistette fino al giorno successivo.
Il Corio afferma che al suo interno furono trovati sei carri pieni d'argento e l'immensa cifra di 700.000 fiorini d'oro.
Il vecchio tiranno fu rinchiuso nelle segrete del Castello di Porta Giovia per poi essere trasferito il 25 maggio da Gaspare Visconti nel castello di Trezzo sull'Adda dove rimase rinchiuso per sette mesi.
I figli legittimi Ludovico e Rodolfo furono imprigionati nel castello di San Colombano al Lambro e di lì a poco la stessa fine toccò agli illegittimi Galeotto e Sagramoro, rinchiusi nel castello di Monza.
Un altro figlio di Bernabò, Carlo, abbandonato da tutti, fuggì insieme alla moglie in diverse città italiane per poi ritirarsi dai parenti in Baviera.
Presa Milano, entro il mese di maggio tutte le principali città della Signoria si arresero a Gian Galeazzo, con l'eccezione della cittadella di Brescia, dove si era rifugiato Gianmastino Visconti, figlio quindicenne di Bernabò, con l'aiuto dei Gonzaga.
In agosto, dopo quasi due mesi d'assedio, il signore di Milano riuscì a convincerlo a cedere la fortezza in cambio di una pensione di 1.000 fiorini d'oro e il ragazzo si ritirò a Venezia..
Signore di Milano Gian Galeazzo tentò di giustificare il suo colpo di Stato agli occhi delle altre signorie italiane e degli stati esteri facendo passare per illegittima la signoria di Bernabò, in quanto la carica di vicario imperiale, alla morte di Carlo IV di Lussemburgo, non gli era stata confermata dal nuovo imperatore Venceslao di Lussemburgo. In realtà Venceslao aveva legittimato Bernabò e in ogni caso sarebbe stato compito dell'imperatore spodestarlo e non del nipote. Addusse inoltre tutte le crudeltà e le angherie dello zio, lo accusò di aver tentato di assassinarlo insieme a sua madre e di aver cercato di togliergli i feudi e persino di stregoneria.
Bernabò morì il 19 dicembre tra le braccia di Donnina Porro ( la moglie, Beatrice Regina della Scala, era morta l'anno precedente) forse per avvelenamento da una scodella di fagioli avvelenati. Aveva raggiunto i sessantadue anni e aveva signoreggiato per trenta. Il Giulini racconta che essendosi accorto di essere stato avvelenato, proruppe in gran pianto e si percosse il petto ripetendo continuamente "cor contritum et humiliatum Deus non despiciet"il Signore mai disprezzerà un cuore contrito e umiliato., finché spirò. Gian Galeazzo tributò solenni funerali allo zio-suocero per non farne un martire.Barbara W. Tuchman, Uno specchio lontano: un secolo di avventure e di calamità, il Trecento, Milano, 1979, pp. 470-73. Il giorno dopo il Consiglio dei Novecento offrì la signoria della città a Gian Galeazzo.
Con la morte del tiranno e gran parte dei figli in carcere, Gian Galeazzo aveva eliminato il problema dei dissidi interni alla sua famiglia e governava la più potente Signoria italiana che si estendeva da Alba a Brescia, dal Ticino a Reggio Emilia..
In giugno la moglie Caterina diede la luce alla prima figlia che però morì appena undici giorni dopo. Gian Galeazzo e Caterina fecero allora voto alla Madonna di aggiungere a tutti i loro figli maschi il nome di Maria se gli avesse concesso altri figli. In effetti il 7 settembre 1388 Caterina diede alla luce il primo figlio maschio, Giovanni Maria, futuro duca di Milano..
Alleanze e matrimoni
Nel novembre del 1385 Gian Galeazzo strinse un'alleanza militare con Firenze, Pisa, Lucca, Siena, Perugia e Bologna per contrastare le compagnie di ventura che imperversavano sull'Italia. A tal fine tutte le città alleate contribuirono a creare una milizia composta da un migliaio di lance e 150 balestrieri cui fu posto come comandante Bartolomeo Sanseverino.
Nel luglio del 1386 stipulò un'alleanza decennale con i Carraresi, gli Estensi e i Gonzaga secondo la quale tutti i contraenti si sarebbero impegnati a combattere uniti contro qualsiasi minaccia interna o esterna.
In merito ai rapporti diplomatici con la Chiesa, inizialmente non prese posizione né in favore di Urbano VI né dell'Antipapa Clemente VII. Fu però più vicino alle posizioni dell'antipapa e quando Urbano non gli volle accordare il titolo di re, egli lasciò che alcuni cardinali suoi detrattori, in particolare Pileo da Ravenna, congiurassero contro di lui. Entro fine anno però si riconciliò con il pontefice che gli concesse di provvedere a tutte le dignità e ai benefici ecclasiastici della Signoria di Milano e di poter imporre perfino taglie sui chierici per finanziare il sontuoso matrimonio della figlia Valentina con Luigi I di Valois-Orléans concordato a Parigi nel gennaio del 1387. L'accordo prevedeva il versamento da parte del Visconti dell'immensa somma di 400.000 fiorini d'oro e la cessione di Asti, del suo contado e di molti castelli del Piemonte al francese, in cambio la figlia avrebbe avuto la possibilità di succedere al trono di Francia qualora Carlo VI fosse morto senza lasciare eredi maschi. La cifra creò non pochi malumori tra il popolo, costretto a sobbarcarsi le spese, ed ebbe conseguenze disastrose per il Ducato negli anni a venire poiché fu il pretesto con cui Luigi XII lo invase nel 1499 ai danni di Ludovico il Moro. Il matrimonio, degno di un re, si tenne infine a Melun il 17 agosto 1389..
Espansione della Signoria
La deposizione degli Scaligeri Dopo aver consolidato la Signoria, la sfrenata ambizione di Gian Galeazzo lo portò a volerla espandere a danno dei vicini.
Il 19 aprile 1387 si accordò con Francesco da Carrara e con Francesco I Gonzaga contro gli Scaligeri: qualora fossero state prese le città di Verona e Vicenza, la prima sarebbe rimasta ai milanesi, la seconda ai padovani, inoltre sarebbero stati restituiti ai Gonzaga alcuni castelli che gli erano stati sottratti dai veronesi. Il pretesto per aggredire i signori di Verona consisteva nell'aiuto fornito da Antonio della Scala a Gianmastino Visconti e a Carlo Visconti nell'aver ostacolato le trattative matrimoniali della figlia Valentina con alcuni nobili tedeschi. Il signore di Verona cercò di difendersi ma già pochi giorni dopo il suo stato fu invaso dall'esercito dei collegati. Sapendo di non poter resistere a tali forze, Antonio della Scala si appellò all'imperatore Venceslao di Lussemburgo che cercò di accomodare una pace con la cessione al Visconti della riviera del Garda. Gian Galeazzo fece finta di essere interessato alla proposta e temporeggiò. Nel mentre Antonio Bevilacqua, esule veronese e comandante dell'esercito milanese, si accordò con alcuni oppositori dello Scaligero. La notte del 18 ottobre il Bevilacqua si avvicinò a Porta San Massimo che gli fu aperta, vi fece entrare i suoi uomini e in breve prese possesso di Verona. Antonio della Scala si rifugiò in Castelvecchio che però in breve consegnò nelle mani dell'ambasciatore imperiale rifugiandosi a Venezia. Così terminò il dominio degli Scaligeri sulla città di VeronaGuglielmo della Scala fu acclamato signore l'8 aprile 1404 ma morì avvelenato solo dieci giorni dopo. L'ambasciatore imperiale consegnò il castello ai Visconti e tre giorni dopo il Bevilacqua ebbe il controllo dei castelli del veronese.
Gian Galeazzo riuscì a prendere anche Vicenza, facendo in modo che il popolo consegnasse la città alla moglie Caterina Visconti, che era figlia di Regina della Scala e non ai Carraresi come da accordi.