La Settimana rossa fu un'insurrezione popolare sviluppatasi ad Ancona e propagatasi dalle Marche alla Romagna, alla Toscana e ad altre parti d'Italia, tra il 7 e il 14 giugno 1914, come reazione all'uccisione di tre manifestanti avvenuto ad Ancona ad opera della forza pubblica.
Dopo un'iniziale fiammata rivoluzionaria, con la proclamazione dello sciopero generale in tutta Italia, la Confederazione Generale del Lavoro decise, dopo solo due giorni, la cessazione dello sciopero ed il ritorno al lavoro, il che, assieme ad una politica oculata da parte del governo Salandra del Regno d'Italia, che evitò l'intervento massiccio dei militari, come pure richiesto dalle forze più conservatrici, consentì il rientro dell'insurrezione nella normalità.
I fatti Il comizio a Villa Rossa Domenica 7 giugno si celebrava in tutta Italia la "Festa dello Statuto" in occasione dell'anniversario della concessione dello Statuto Albertino da parte del monarca sabaudo Carlo Alberto. Le forze antimonarchiche decisero di indire per quella data manifestazioni di protesta, che rovinassero la festa a borghesi e militari.
Su «Volontà», giornale degli anarchici anconitani, si leggeva: "Il 7 giugno è la festa del militarismo imperante. Faccia il popolo che diventi giorno di protesta e di rivendicazione"Citato in LA SETTIMANA ROSSA DEL 1914.. L'opposizione alle politiche di guerra non era una lotta puramente ideologica. La campagna in Libia impegnava moltissimi lavoratori, che venivano chiamati alle armi e, dopo aver abbandonato casa e famiglia, subivano una formazione militare che significava, a loro dire, disciplinamento e repressione, in un momento in cui una profonda crisi economica attraversava il paese, costringendo la popolazione più povera ad emigrare.
Pertanto, ad Ancona, come in altre località delle Marche, furono convocati comizi antimilitaristi, per chiedere l'abolizione delle "Compagnie di Disciplina nell'Esercito", dove molti militanti rivoluzionari venivano inviati a scopo "rieducazionale", e per protestare contro il militarismo, contro la guerra di Libia e a favore di Augusto Masetti e Antonio Moroni, due militari di leva. Il primo era rinchiuso come pazzo in manicomio criminale per aver sparato al suo colonnello prima di partire per la guerra di Libia, l'altro invece era stato inviato in una Compagnia di Disciplina per le sue idee (era un socialista della linea sindacalista rivoluzionaria).
Il presidente del Consiglio Salandra, temendo che le varie manifestazioni programmate da anarchici, repubblicani e socialisti potessero degenerare in turbamenti dell'ordine pubblico, decise di proibirle.
Gli organizzatori dell'iniziativa di Ancona, l'allora socialista Benito Mussolini, l'allora repubblicano Pietro Nenni e l'anarchico Errico Malatesta, decisero quindi di spostare il comizio pubblico in una sede privata, nel circolo repubblicano anconitano "Gioventù Ribelle", meglio noto come "Villa Rossa"Sita nel centro storico di Ancona, nei pressi dell'incrocio tra via Torrioni e via Montebello., alle ore 16.
Alla presenza di circa 500/600 persone, repubblicani, anarchici e socialisti, parlarono, sotto la presidenza del segretario della Lega muratori e della Camera del Lavoro Alfredo Pedrini, i dirigenti del Sindacato Ferrovieri ItalianoSindacato di ispirazione rivoluzionaria, autonomo dalla Confederazione Generale del Lavoro, avente sede nazionale proprio ad Ancona. Livio Ciardi e Sigilfredo Pelizza, Ettore Ercoli per i socialisti, Oddo Marinelli per i giovani repubblicani, Pietro Nenni, che fece un vivace e applaudito discorso antimilitarista, ed Errico Malatesta che, tra l'altro, attaccò duramente i socialisti per lo scarso rilievo dato dal loro quotidiano, lAvanti!, alla battaglia politica contro le compagnie di disciplinacfr. Marco Severini (a cura di), La Settimana rossa, Aracne editore, Ariccia, 2014, pagg.13-14..
La maggior parte degli storici dà per presente all'evento, anzi fra gli oratori, il giovane esponente repubblicano Pietro Nenni. Di diverso avviso è la ricostruzione del prof. Gilberto Piccinini, secondo il quale il 7 giugno Nenni si trovava a Jesi, dove pure erano previste iniziative di protesta antimilitaristaVedi l'intervento del prof. Gilberto Piccinini nel corso della conferenza "Vittoria Nenni, un'anconetana nell'inferno di Auschwitz" tenutasi ad Ancona il 6 maggio 2016.. La questione può dirsi risolta dalla lettura dell'interrogatorio reso da Nenni in data 26 giugno 1914 dopo il suo arrestoVedi il verbale del suo interrogatorio reso il 26 giugno 1914: «Premetto che io, tanto nelle conferenze tenute che negli articoli scritti nel giornale "Il nuovo Lucifero" ho propugnato il concetto repubblicano ed ho anche detto che come la storia ci ha ricordato la rivoluzione francese del 1789 per cui la società subì una trasformazione nella sua costituzione politica, così io prevedevo che doveva - in una epoca più o meno lontana - avere luogo un altro rivolgimento politico con l’avvento del proletariato. Dato il mio carattere vivace posso aver ecceduto in frasi alquanto grosse, tanto che subii dei procedimenti penali, specialmente per articoli sul "Lucifero" ma fui sempre prosciolto. Quanto ai fatti che si svolsero qui in Ancona dal 7 al 13 giugno volgente io darò conto giorno per giorno dell’opera mia. Nella mattina di domenica sette, quando Malatesta fu arrestato in Piazza Roma non mi ci trovai: ero in casa. Uscito nella stessa Piazza Roma che attraversai per recarmi alle poste seppi che era stato arrestato Malatesta e qualche altro. Di ritorno, pel Corso trovai l’avv. Marinelli e con lui mi recai alla Camera del Lavoro ove stavano circa 200 persone che si mostravano agitate per l’arresto di Malatesta. Marinelli propose nominarsi una commissione di cinque persone, con l’incarico di recarsi dal Questore all’oggetto di ottenere il rilascio degli altri. In questo momento entrò Malatesta nella Camera del Lavoro, e tutto finì: si decise poi di tenere un comizio privato a Villa Rossa, verso le ore 16 per protestare contro le compagnie di disciplina. Malatesta parlò contro l’"Avanti!" e poi parlarono diversi altri. Finito il comizio molti si allontanarono ed altri si apprestavano a giocare alle bocce o alle carte, come ci accingevamo a fare anche io ed altri amici. Ad un tratto intesi urli e schiamazzi nella sottostante via Torrioni; mi affacciai alla terrazza e vidi che i carabinieri respingevano verso Villa Rossa un centinaio di persone che volevano passare, che poi acconsentirono inquantoché sopraggiungevano altre. In questo momento furono scagliati da Villa Rossa pochi sassi ed altri, credo in maggior copia, da persone che stavano sulla mura che è dietro Villa Rossa. A questo punto si intesero i colpi d’arma da fuoco sparati sulla strada dai carabinieri. Infatti portarono nella Villa un ferito o morto che fosse, tale Giambrignoni: io mandai subito a chiamare all’Ospedale Militare il Dr. Tacchini che lo visitò. Siccome sulle prime non rivelò tracce della ferita credette che fosse morto di un colpo. Noto che l’avv. Marinelli che era rimasto a Villa Rossa, appena vide che si scagliavano sassi, si precipitò nella via sottostante; cosa che feci anch’io dopo portato via il ferito Giambrignoni. Il tenente dei RR.CC. può dire che io feci opera di pacificazione, cercando di calmare gli animi eccitati e riuscendo ad allontanare i più riscaldati. Poi andai al cinematografo Goldoni ove già si era recata la folla e consigliai ai dirigenti di chiudere il cinematografo per evitare conflitti, lo feci poi anche al Caffè Garelli; quindi mi ritirai con mia madre. Giorno otto. Il lunedì mattina fu tenuta una riunione alla Camera del Lavoro, dico meglio la prima riunione venne tenuta la domenica sera e fu deciso lo sciopero generale, non so chi vi prese parte. Nel mattino di lunedì vi fu una riunione, alla quale io non partecipai, alla Camera del Lavoro, e fu confermata la deliberazione di sciopero generale. So dai giornali che vi intervenne Malatesta: non so se vi fu l’avv. Marinelli. Nelle prime ore del mattino venne a casa mia il sig. Nino Battistoni, inviato speciale del "Giornale del Mattino" di Bologna e di altri giornali, a chiedere notizie. Poi mi recai in Piazza Roma ove ci fu un comizio di protesta per i fatti della sera precedente. Io mi limitai a fare un discorso di compianto per le vittime e di protesta, come possono deporre il sig. Rovesti Archimede corrispondente della "Tribuna", Luzi Renato del "Corriere della Sera" e l’avv. Marche e tale Scoponi che va sempre con Rodolfo Gabani. Malatesta è vero consigliò che bisognava provvedersi di armi, aggiunse però che potevano e dovevano servire a suo tempo, cioè quando la rivoluzione si maturava. Parlarono il Pedrini ed altri della Camera del Lavoro dicendo poche parole. Mentre aveva luogo il comizio, io mi accorsi che, dietro il pancone dove suona la musica, una massa di persone che aveva riconosciuto il delegato Carulli lo rincorreva. (A questo punto il Procuratore Generale, per ragioni di servizio ha dovuto assentarsi). L’avv. Marinelli che mi stava vicino, corse per impedire eccessi e non seppi altro. Nel pomeriggio dello stesso giorno otto, io mi trovavo in compagnia di Malatesta e dell’avv. De Ambris che volevamo condurre a visitare Villa Rossa: mentre percorrevamo Via Cialdini, incontrammo il Commissario di P.S. Frugiuele con la truppa, dal quale appresi che correva in Via Mazzini ove si tentava di svaligiare un negozio d’armi. Io allora pensai di ritornare per i miei passi, recarmi in Via Mazzini e persuadere quegli sconsigliati, che avevano già ferito un delegato di P.S. di desistere dal loro proposito. Infatti ottenni di passare attraverso i cordoni di truppa, seguito dal solo De Ambris e persuasi i tumultuanti ad allontanarsi con me verso Piazza Roma, ove parlammo De Ambris e io: raccomandai la calma perché non era possibile soverchiare la forza e quindi si sarebbero fatte altre vittime senza scopo alcuno. C’erano presenti il maestro Angelo Sorgoni, che mi venne a stringere la mano e Luigi Spotti. La sera stessa seppi dello svaligiamento compiuto dell’armeria Alfieri poco dopo il mio discorso, del che rimasi indignatissimo come possono dire l’avv. Marinelli e Renato Gigli. Verso le ore 23 andai alla stazione a ricevere l’On. [Giovanbattista . N.d.E.] Pirolini. Giorno 9. Il martedì ci siamo visti, la mattina, io, il Pirolini, Marinelli e qualche altro, abbiamo pensato di proporre che una Commissione si fosse recata dal Procuratore del Re per ottenere che si fosse fatta giustizia contro i carabinieri autori degli omicidi, ed ottenuta una promessa formale se fosse cessato dallo sciopero dopo i funerali. Questa proposta venne infatti fatta in Piazza Roma dall’On. Pirolini e accettata anche dall’on. Bocconi. Si oppose Malatesta dicendo che essi non volevano in galera nessuno e niente se ne fece. Il martedì nel pomeriggio ebbero luogo i funerali degli uccisi. Io mi trovavo con mia moglie davanti alle bare; giunti nelle vicinanze del Gambrinus avvenne un fuggi fuggi. Io ricoverai la mia signora impaurita nel portone di un palazzo di Via Mazzini; ma poi convinto che si trattava di un panico, la feci riuscire e ci avviammo al Corso quando udimmo, nello stesso Corso, degli spari. E allora credetti prudente condurre via mia moglie, che ricoverai semisvenuta in una casa dietro il Goldoni e poco dopo la condussi a casa ove trovai la mamma con la mia bambina. Io ebbi la convinzione che nessun colpo si era sparato dalla casa Marchetti ma che probabilmente qualcuno dalla strada, credendo che arrivasse la forza pubblica, aveva sparato un colpo, che si credette dalla folla, sparato dalla casa. Aggiungo che dopo accompagnata a casa la mia signora col sig. Nino Battistoni uscii e persuasi le persone, che stazionavano nelle vicinanze del palazzo donde si credeva partito il colpo, ad allontanarsi, perché io e l’avv. Giardini avremmo fatto una inchiesta per appurare i fatti.