Il Museo archeologico nazionale delle Marche si trova ad Ancona, all'interno del cinquecentesco palazzo Ferretti. Documenta in modo pressoché completo la Preistoria e la Protostoria del territorio marchigiano; la collezione di reperti della civiltà picena (IX - IV sec. a.C.) è la più completa esistente.

Ricche anche le collezioni relative alle civiltà che interessarono le Marche a partire dal IV sec. avanti Cristo: quella greca di Ankón, quella dei Galli Sènoni e quella romana. Per l'interesse e l'ampiezza delle sue collezioni, quello di Ancona è uno dei più importanti musei archeologici d'ItaliaMassimo Pallottino, La civiltà picena - un'impostazione storica, in La civiltà picena nelle Marche, G. Maroni, Ripatransone, 1992, da cui si cita: ...il museo tra le più significative collezioni di antichità d'Italia e d'Europa. Autori vari, Musei e gallerie d'Italia, Volumi 4-6, De Luca Editore, 1959 (pagina 3), da cui si cita: ...in breve tempo insperatamente arricchendo di prezioso e copiosissimo materiale, sino a divenire uno dei più importanti d'Italia. Il Giornale, 27 Luglio 2011, articolo Terra picena dove godersi la vita, da cui si cita: uno tra i più importanti musei archeologici d'Italia.. Sua peculiarità, rispetto ad altri musei archeologici nazionali, è quella di non aver ereditato le sue collezioni da precedenti raccolte nobiliari, ma da oltre centocinquant'anni di intense ricerche archeologiche sul territorio.

Dal dicembre 2014 il Ministero per i beni e le attività culturali lo gestisce tramite la Direzione regionale musei - Marche.

Storia del museo

Istituzione e ampliamenti successivi Il museo, con il nome di "Gabinetto paleoetnografico ed archeologico delle Marche", fu istituito nel 1863 dalla Regia Commissione Conservatrice delle MarcheLa denominazione completa di questa istituzione, che corrisponde alle attuali soprintendenze ai monumenti ed archeologiche, è: "Regia Commissione Conservatrice dei monumenti storici e letterari, oggetti di antichità e belle arti delle Marche", come risulta da: G. Baldelli e M. Landolfi, Il Museo Archeologico Nazionale delle Marche, in Ancona anni Venti e Trenta, Canonici editore, Ancona 1998, che diede in tal modo seguito al regio decreto che disponeva la sua fondazione, emanato il 3 novembre 1860 da Lorenzo Valerio, governatore straordinario delle Marche, appena un mese dopo l'annessione della regione al Regno d'Italia (2 ottobre 1860)Per l'annessione al Regno d'Italia: www.museotorino.it, Verso l’unificazione.Per la storia del museo: sito inventari.san.beniculturali.it, pagina Soprintendenza dei Musei e degli Scavi archeologici delle Marche, Ancona, 1907; musei.beniculturali.it , pagina Museo archeologico nazionale delle Marche; Nicoletta Frapiccini, I 150 anni del Museo Archeologico Nazionale delle Marche. Volti e luoghi di una lunga storia; core.ac.uk, Il capitale della memoria. Musei e risorse digitali nell'economia della conoscenza: produrre contenuti per generare valore.

L'stituzione del museo era stata sostenuta dal conte Carlo RinaldiniDa non confondere con l'omonimo Carlo Rinaldini (1615-1698) o Renaldini, matematico e filosofo anconetano del XVII secolo. e da Carisio Ciavarini, entrambi convinti patrioti, sostenitori del Risorgimento italiano e membri di una classe dirigente illuminata, estremamente ricettiva all'approccio positivista e profondamente consapevole della necessità di consolidare il senso di identità e di appartenenza nazionale anche attraverso l'istituzione di musei, per testimoniare la ricchezza storica e artistica del Paese appena riunito. Il museo nacque per accogliere "tutti i monumenti dalla Preistoria in poi rinvenuti nel territorio", come scrisse Ciavarini, ma anche dal desiderio di salvare i tesori archeologici marchigiani dall'assalto del rapace mercato antiquario dell'epocaSito www.musei.marche.beniculturali.it , pagina Museo archeologico nazionale delle Marche.

Il museo fu inaugurato nel 1868; la sua prima sede fu all'interno dell'edificio delle Regie Scuole Tecniche in via San MartinoNon si deve confondere la via San Martino di allora con quella di oggi, che ricorda la battaglia di San Martino. Oggi la via ove sorgeva il museo è intitolata a Francesco Podesti; il museo aveva sede nell'ex convento di San Martino, che dava nome alla strada e che oggi ospita la residenza per anziani "Benincasa"., dove Ciavarini insegnavaG. Baldelli e M. Landolfi, Il Museo Archeologico Nazionale delle Marche, in Ancona anni Venti e Trenta, Canonici editore, Ancona 1998 e dove era già ospitato il Museo regionale marchigiano di storia naturale. Le collezioni archeologiche erano inizialmente costituite da materiale epigrafico raccolto da Carlo Rinaldini e da reperti acquistati o donati da privati. Carisio Ciavarini, che dal maggio 1876 era ispettore degli scavi e dei monumenti del Regio Commissariato per i Musei e Scavi di Antichità per l'Emilia e le Marche, ampliò le collezioni del museo grazie a nuovi scavi.

Il museo fu ospitato nella sede di via San Martino solo pochi anni: dal 1868 al 1877. A seguito dell'aumento esponenziale delle collezioni, frutto di ulteriori, intense campagne di scavo, il museo fu trasferito in sedi più capienti: prima in alcuni locali del Palazzo degli Anziani e da qui, nel 1884, nell'ex convento di San Domenico. Divenuta anche questa sede insufficiente, fu di nuovo trasferito nel 1898 nelle più ampie sale dell'ex convento degli Scalzi, in via Duomo n.12, dove rimase fino al 1923.

Museo Nazionale Nel 1906, grazie alla ricchezza e alla rappresentatività delle sue collezioni, l'istituzione ottenne il riconoscimento statale e assunse la denominazione di Museo Archeologico Nazionale delle Marche. Il riconoscimento dell'interesse nazionale non va sottovalutato poiché all'epoca i musei archeologici nazionali italiani erano solo dieci: i tre di Roma (Museo nazionale romano, Museo nazionale preistorico, Museo nazionale etrusco) e quelli di Napoli, Firenze, Cagliari, Taranto, Parma, Portogruaro ed Este. Dopo l'apertura del museo di Ancona e di quello di Matera (1911), il numero dei musei archeologici nazionali rimase stabile sino agli anni settanta del NovecentoLe notizie sui musei archeologici nazionali esistenti nel 1906 (e negli anni successivi) sono tratte dai siti ufficiali dei musei archeologici nazionali attuali, e in particolare dalle sezioni dedicate alla storia delle varie istituzioni, che riportano le date in cui ciascuno di essi è stato dichiarato "nazionale". Da questi siti risulta che l'esplosione di aperture, che ha portato all'alto numero di musei archeologici nazionali esistenti oggi in Italia, è iniziata dagli anni settanta del Novecento in poi, specie nell'Italia meridionale..

Il direttore e soprintendente Innocenzo Dall'Osso fu autore di un ulteriore arricchimento delle collezioni, grazie a nuove ed intense campagne di scavo in tutta la regioneSito cultura.gov.it, pagina Museo archeologico nazionale delle Marche ; inoltre nel 1915 curò la stampa della prima guida dettagliata del museo (già Ciavarini aveva curato la stampa di una guida, ma molto sintetica)Innocenzo Dall'Osso, Guida illustrata del Museo nazionale: con estesi ragguagli sugli scavi dell'ultimo decennio (edizione del 1915 in ristampa anastatica, con allegato il volume Istruzioni per l'uso, di Milena Mancini e Marco Betti).

Nel convento di San Francesco alle Scale

Il museo rimase nell'ex convento degli Scalzi fino al 1923, quando fu trasferito negli spaziosi locali dell'ex convento di San Francesco alle Scale ed inaugurato il 9 ottobre 1927 alla presenza del re Vittorio Emanuele III di Savoia, che tagliò il nastro inaugurale con un pugnale dell'Età del bronzoL'albo d'onore, rilegato in pelle, con la firma del re, è stato realizzato dalla ditta Nazareno Gabrielli di Tolentino..

Artefice di questa nuova, grandiosa sistemazione, fu il direttore Giuseppe MorettiGiuseppe Moretti (1876-1945) è noto per aver curato l'ampliamento delle collezioni del Museo Nazionale Romano, per l'isolamento e la ristrutturazione della sua sede nel complesso delle Terme di Diocleziano, il recupero e la musealizzazione delle navi di Nemi e lo scavo e il restauro dell'Ara Pacis. Si veda: Dizionario Biografico Treccani, voce Giuseppe Moretti., che aveva individuato la sede, ordinato le collezioni e curato un restauro attento e rispettoso dell'edificio settecentesco.

Il progetto di allestimento fu opera dell'architetto Arnolfo Bizzarri. Secondo i criteri dell'epoca, i chiostri furono trasformati in fiorenti giardini, gli arredi vennero realizzati da esperti ebanistiFormatisi nella scuola d'arte di Fano "A. Apolloni", sezione di ebanisteria. e i sostegni delle vetrine furono ispirati ad un trapezoforo ritrovato nel corso di scavi nell'area del porto romano di Ancona (foto 2); tutto ciò rendeva l'ambiente del museo all'altezza delle collezioni ospitate. Le sezioni erano inizialmente due: picena e gallica, mentre specifici settori erano dedicati alla collezione numismatica e alle ricche raccolte provenienti dalla necropoli picena di Numana e da quella ellenistica di Ancona. La pinacoteca civica di Ancona venne aggregata al museo e riacquistò l'autonomia solo nel secondo dopoguerraL'allora sovrintendente per l'arte medievale e moderna Luigi Serra criticò severamente la decisione di accorpare le due istituzioni museali, con vocazioni tanto diverse.. Nel 1932 venne inaugurata la sezione preistoricaSerena Brunelli, Il Museo Nazionale delle Marche di Ancona: dalla sua fondazione al ventennio fascista, in Il capitale culturale, VI (2013), pp. 211-225. ISSN 2039-2362.

Durante la Seconda Guerra Mondiale, si pose il problema di proteggere i reperti dalle possibili distruzioni belliche. Improvvidamente, il direttore dell'epoca, temendo trafugamenti, si rifiutò di inviare le collezioni nei depositi appositamente allestiti dal soprintendente Pasquale Rotondi nella rocca di Sassocorvaro, da allora detta "arca dell'arte"Dal diario di Pasquale Rotondi, in: Salvatore Giannella e Pier Damiano Mandelli, L'Arca dell'Arte, Editoriale Delfi, Cassina de' Pecchi, Milano, 1999 e 2009. Dopo il bombardamento che distrusse l'edificio del museo le parole di Rotondi furono: E pensare che proprio pochi giorni prima io avevo detto al mio collega: "Dammi tutto, porto tutto a Sassocorvaro", ma lui non ne volle sapere".. La decisione fu invece quella di riporre in casse i reperti di minori dimensioni e di lasciare nelle sale quelli più ingombranti; le casse vennero poi collocate nei locali situati alla base dell'attiguo campanile della chiesa di San Francesco. Durante i bombardamenti di Ancona del 1943, la sede del museo fu però pesantemente danneggiata dal crollo del campanile. Ciò provocò ingenti danni alle collezioni e alla fine della guerra non fu dunque possibile riaprire subito al pubblico le raccolte museali, sia per la necessità di trovare una nuova sede, sia per gli inevitabili restauri dei reperti danneggiati dal crollo.

A Palazzo Ferretti

Alla fine della guerra, iniziarono lunghi e complessi lavori di recupero e restauro dei reperti danneggiati dai bombardamenti, condotti dal nuovo direttore e soprintendente, Giovanni AnnibaldiSito , pagina Museo archeologico nazionale delle Marche.. Nel 1955 l'incarico di allestimento fu affidato all'architetto Franco Minissi, apprezzata personalità afferente all'Istituto Centrale del Restauro. Per la riapertura del Museo Archeologico Nazionale delle Marche si dovette attendere il 25 giugno 1958, quando fu allestito nell'attuale prestigiosa sede di Palazzo Ferretti, appositamente acquistata dallo Stato. All'inaugurazione erano già allestite e visitabili solo la sezione picena e la sala dei Bronzi Dorati di Cartoceto. Solo nel 1969 - sotto la guida della Soprintendente Liliana Mercando - fu possibile riaprire anche la sezione romana e quella altomedievale.