La classe Littorio, a volte indicata anche come classe Vittorio VenetoLa Littorio avrebbe dovuto essere la capoclasse, essendo stata la prima a essere stata impostata sugli scali, ma fu in realtà varata e immessa in servizio dopo la gemella Vittorio Veneto della Regia Marina era composta da tre navi da battaglia, le più perfezionate e le più grandi unità navali di questo tipo mai possedute dal Regno d'Italia.

Nel 1940 all'epoca della loro entrata in servizio erano tra le più potenti navi da battaglia del mondo come artiglieria, in quanto le classe South Dakota statunitensi pur avendo l'armamento principale di calibro maggiore rispetto alle Littorio avevano una minore gittata. Comunque l'armamento delle Littorio non era esente da difetti, ad esempio i calibri principali erano caratterizzati da una forte dispersione delle salve sul bersaglio a causa, in parte, dei proiettili non standardizzati e inoltre le canne si usuravano velocemente, lasciando poche salve disponibili prima di un netto calo delle prestazioni. Inoltre la potenza di fuoco contro-aerea era notevolmente inferiore alle unità coeve, specie americane e giapponesi, e priva dell'ausilio del radar, come invece accadeva dalla fine degli anni 1930 su quelle tedesche e britanniche. Ciononostante, persero il primato della maggior gittata soltanto nel 1942, con l'entrata in servizio delle corazzate americane classe Iowa e delle supercorazzate giapponesi classe Yamato.

La costruzione di queste tre navi (la quarta, Impero, non entrerà mai in servizio) fu un grande sforzo per l'Italia.

Il progetto Corazzate da 35 000 tonnellate La progettazione della nuova classe iniziò nel 1934,. dopo l'abbandono dei progetti per una classe di incrociatori da battaglia da 26.500t in seguito all'impostazione da parte della Marina Francese della Dunkerque (1932) e la Strasbourg (1934).. All'inizio del 1934 erano già state selezionati alcuni progetti di carena che portarono alla costruzione di un modello da 37.000t su cui vennero condotti test presso le vasche di prova dell'arsenale di La Spezia. Le caratteristiche finali furono approvate dal Comitato dei progetti delle navi della Regia Marina il 12 luglio del 1935, e lo stesso ottobre la Littorio e la Vittorio Veneto furono ordinate ufficialmente. Le corazzate della classe Littorio furono l'apice del programma dell'ammiraglio Domenico Cavagnari, capo di stato maggiore della Regia Marina tra il 1933 ed il 1940. Fu prevista una classe di quattro unità, nominalmente da 35 000 tonnellate (secondo i parametri del trattato navale di Washington), ma che in realtà superarono abbondantemente le 40 000 t. Per queste quattro unità furono scelti i nomi di Littorio, Vittorio Veneto, Roma e Impero. La loro progettazione, iniziata nel 1934, fu curata per cercare la massima velocità e potenza di fuoco. Entrambe raggiunte, ma non senza prezzo. La dotazione di carburante era di circa 4 000 tonnellate: permettevano un'autonomia di circa 4 000 miglia nautiche (circa 7 000 chilometri) a 20 nodi, troppo poco persino per l'Atlantico.

La differenza più evidente tra le ultime due unità e le precedenti era la linea della prua: le corazzate Roma e Impero avevano un castello più rialzato e di conseguenza un cavallino più pronunciato, vale a dire una curvatura longitudinale più pronunciata del ponte.

La poppa era del tipo incrociatore, leggermente più arrotondata nella Roma e nellImpero. Le 4 navi della classe Littorio avevano le altre caratteristiche comuni: tre timoni, uno principale assiale e due ausiliari tra gli assi interni ed esterni delle quattro eliche.

Il rapporto fra il volume dello scafo e quello complessivo delle sovrastrutture era armonico e dava alle navi un aspetto aggressivo. Il torrione riprendeva lo schema ormai collaudato a partire dalla classe Raimondo Montecuccoli, terza del tipo Condottieri.

Al centro della nave i due grandi fumaioli ravvicinati, con quello prodiero che aveva come propaggine la plancetta di direzione del tiro delle mitragliere. L'albero prodiero più alto era unito al torrione da quattro passerelle, una delle quali serviva da stazione segnali. L'albero poppiero, più basso, sorgeva da una struttura a poppavia dei fumaioli la quale accoglieva il posto di comando poppiero e i proiettori. A poppa estrema era sistemata una catapulta orientabile per il lancio di tre aerei, in origine biplani da ricognizione IMAM RO 43 a motore stellare, idrovolanti a scarpone, cioè dotati di un grosso galleggiante centrale e di due più piccoli sotto le ali più alti di quello centrale. Due dei RO 43 furono sostituiti da caccia Reggiane Re 2.000.

La propulsione era a vapore con quattro gruppi turboriduttori alimentati dal vapore di otto caldaie tipo Yarrow/Regia Marina alimentate a nafta in cui l'acqua fluiva attraverso tubi riscaldati esternamente dai gas di combustione, sfruttando così il calore sprigionato dai bruciatori, quello dalle pareti della caldaia e quello dei gas di scarico. Questo tipo di caldaia era il modello standard per le caldaie di grosse dimensioni, grazie anche all'impiego di acciai speciali in grado di sopportare temperature elevate e allo sviluppo di moderne tecniche di saldatura. L'apparato motore era protetto da cilindri corazzati singoli per ogni caldaia e per ogni ventilatore, mediante coperture corazzate a distanza sul ponte superiore e da diaframmi corazzati alla base; il sistema di protezione era coordinato alla corazzatura di murata sovrastante e alle strutture sottostanti del triplo fondo.

Il motore forniva una potenza massima di 130 000 CV e consentiva la velocità massima di 31 nodi, con un'autonomia a velocità media 20 nodi di 3 920 miglia. Modesta, se comparata ad unità analoghe, rendeva queste unità idonee solo all'impiego nel Mediterraneo. Le quattro turbine erano collegate a quattro assi dotati di eliche tripale, due centrali e due laterali, mentre il sistema di governo era costituito da un timone principale poppiero, posizionato nel flusso delle eliche poppiere centrali, e da due timoni ausiliari laterali, ampiamente proporzionati e distanziati dal primo, situati nel flusso delle due eliche laterali, il governo di emergenza della nave.

Navigando a 30 nodi (56 km/h) l'autonomia scendeva ad appena 3 000 km, pari a 2 giorni di navigazione, sufficienti per attraversare il mar Mediterraneo. La differenza con le corazzate classe Bismarck era notevole in quanto, nonostante i problemi d'efficienza delle turbine tedesche, grazie a 7 700 tonnellate di combustibile, queste potevano attraversare l'Atlantico e poi tornare. Le Littorio, pur possedendo potenza di fuoco, protezione e velocità comparabili o superiori alle Bismarck, non potevano essere impiegate in contesti (come quelli "corsari") che prevedessero lunghe navigazioni oceaniche.

Le 3 700 tonnellate di combustibile in meno erano un handicap extra Mediterraneo: le Littorio non erano state pensate per compiti globali, ma per confrontarsi con la Marina Francese in brevi azioni di combattimento, grazie alla potenza di 140 000 hp garantita da turbine a vapore su 4 assi, che fece raggiungere nelle prove circa 30,5 nodi, a pesi ridotti come era costume della Regia Marina. Nella situazione reale di combattimento della battaglia di Capo Matapan gli incrociatori inglesi "da 32 nodi" distanziarono in pochi minuti la Vittorio Veneto.

Corazzatura Le Littorio avevano una protezione subacquea super-resistente, che salvò più volte le navi. Anche a livello di cintura di murata vi erano notevoli particolarità: a differenza di molte altre costruzioni mondiali, la protezione non era costituita da piastre verticali, ma da più strati di piastre inclinate, mentre la protezione orizzontale era affidata a due ponti corazzati. La loro robustezza non deve essere sminuita dall'affondamento della Roma da parte di bombe-missili tedeschi, arma che non venne considerata in fase di progetto; tuttavia anche lItalia (ex Littorio) fu colpita senza subire gravi danni.

La compartimentazione e il bilanciamento interno assicuravano buona stabilità e galleggiabilità anche nel caso le navi fossero state colpite da siluri, cosa che venne dimostrata dalle vicende belliche, quando le corazzate di questa classe, ripetutamente colpite, riuscirono a rientrare alle loro basi.

La protezione, caratteristica così sviluppata nelle navi da battaglia, era qui molto curata, con una progettazione che contemplava il ricorso a ben 14.000 tonnellate di acciaio, il quale, strano a dirsi per una nazione che costruiva carri armati con acciaio al silicio, era dotato almeno nominalmente di ottime caratteristiche. Ma questo denota anche il prestigio che godeva tra le forze armate la Regia Marina e l'attenzione particolare che venne data al suo potenziamento.

La resistenza della corazzatura venne testata nel maggio 1935 al balipedio di La Spezia. Nelle prove la corazzatura si dimostrò capace di resistere all'impatto di proiettili perforanti da 406mm sparati da una distanza di 24.000 metri e a quello di bombe d'aereo da 1.280 Kg di non eccessiva capacità perforante ma di grande potenza esplosiva, nonché capace di resistere a bombe perforanti da 835 kg, ambedue i tipi di bomba con una velocità d'urto di 250 m/sec, cioè la massima velocità naturale di caduta, in quanto allora non esistevano bombe con propellente a razzo.

La protezione verticale nella parte centrale della nave, cioè dal deposito munizioni della torre nº 1 fino al deposito della torre nº 3, era assicurata da due piastre accostate dello spessore totale di 350 mm (piastra esterna "scuffiante" con spessore 70mm, intercapedine vuota di 25mm e piastra principale dello spessore di 280mm), non verticali, ma convergenti verso il basso con il piano mediano dello scafo, in modo da diminuire l'angolo di impatto dei proiettili, il che equivaleva ad un maggiore spessore della corazzatura. La cintura corazzata si riduceva a 60 mm nella zona prodiera e a 100 mm in quella poppiera. A 40 cm dalla cintura corazzata principale c'era una paratia d'arresto da 40 mm, seguita a distanza da un'altra paratia paraschegge, da 12 mm inclinata in senso contrario alla cintura corazzata, sistemata più internamente che fungeva anche da sostegno al ponte corazzato principale. Il ridotto corazzato era completato da due traverse corazzate dello spessore di 210 mm a prora e di 290 mm a poppa. Le traverse erano rispettivamente a proravia del deposito munizioni della torre nº 1 e a poppavia del deposito munizioni della torre poppiera.

La cintura principale aveva uno spessore adeguato per affrontare le unità moderne nemiche a distanze superiori ai 20 000 metri, ma contro i cannoni inglesi di vecchio tipo aveva un'efficacia presumibilmente tale da fermare le munizioni fino a circa 12.000 metri.

La corazza del ponte era parimenti assai spessa, con vari livelli dotati di ponti corazzati secondari in aggiunta. Il ponte inferiore, detto di batteria, aveva uno spessore massimo di 100 mm, quello mediano, detto di coperta, aveva uno spessore di 50 mm ed il più alto, il castello, aveva uno spessore di 36 millimetri. Lo spessore della corazza del ponte di batteria raggiungeva però i 150 mm in corrispondenza dei depositi munizioni mentre si assottigliava sino a 90 mm presso le murate. Fuori dal ridotto corazzato, il ponte di batteria aveva una corazza di 70 mm verso prora e 36 mm verso poppa. La timoniera, che era fuori del ridotto, aveva al di sotto del ponte principale un secondo ponte corazzato di 100 mm di spessore.

Per quello che riguarda torri e barbette, i calibri principali erano protetti da piastre dello spessore massimo di 350 mm, quelle da 152/55 erano protette da corazza da 152 mm, concepite per resistere a munizioni di pari calibro.