Capo del mandamento di San Giuseppe Jato ed esponente di spicco dei Corleonesi, è stato condannato per oltre un centinaio di omicidi, tra cui quello tristemente celebre di Giuseppe Di Matteo (figlio del pentito Santino Di Matteo), strangolato e sciolto nell'acido quando aveva 15 anni, e per la strage di Capaci, in cui morirono il giudice Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo e i tre agenti di scorta, Antonio Montinaro, Rocco Dicillo e Vito Schifani, nella quale Brusca ricoprì un ruolo fondamentale, in quanto fu l'uomo che materialmente spinse il tasto del radiocomando a distanza che fece esplodere il tritolo piazzato in un canale di scolo sotto l'autostrada.
Arrestato il 20 maggio 1996, nel 2000 gli viene riconosciuto lo status di collaboratore di giustizia. Il 31 maggio 2021 Brusca, dopo aver trascorso 25 anni in carcere, è stato liberato per aver scontato la sua pena, rimanendo sottoposto alla libertà vigilata per ulteriori 4 anni, secondo quanto stabilito dalla Corte d'appello di Milano.
Nel luglio del 2022 è sorvegliato speciale in quanto ritenuto socialmente pericoloso, quindi deve sottoporsi a obbligo di firma e non può uscire la sera o incontrare pregiudicati. Il 5 giugno 2025 è libero per fine pena, calcolata con gli sconti di pena riconosciuti per la collaborazione con la giustizia, dopo che il 31 maggio 2025 sono trascorsi i 4 anni di libertà vigilata impostigli dalla magistratura di sorveglianza.
Biografia Figlio del boss Bernardo Brusca (1929-2000) e fratello di Emanuele ed Enzo Salvatore, tutti "uomini d'onore" della Famiglia di San Giuseppe Jato, all’età di 13 anni raggiungeva nei covi i latitanti Bernardo Provenzano e Calogero Bagarella portando loro da bere, da mangiare e soprattutto informazioni. Portò i viveri anche a Salvatore Riina quando questi era sotto la protezione dei Brusca nel periodo dello scontro con Stefano Bontate.. Non avendo voglia di studiare, i genitori lo mandarono a lavorare prima come carpentiere nella ditta di un cugino e poi ad accudire gli animali dai suoi zii. Poco prima di diventare maggiorenne si dedicò al commercio di nocciole, mandorle e olio.. Giovanni entrerà ufficialmente nella cosca del padre nel 1976, all'età di 19 anni, dopo aver commesso già due omicidi in un anno; il suo “padrino” nella cerimonia d'iniziazione (la cosiddetta "punciuta") fu proprio Riina...
Brusca faceva parte di un gruppo di fuoco formato da killer spietati che agivano sotto le direttive di Riina, di cui facevano parte anche Antonino Madonia, Giuseppe Giacomo Gambino, Pino Greco detto Scarpuzzedda, Mario Prestifilippo, Filippo Marchese, i fratelli Antonino e Giuseppe Marchese, Giuseppe Lucchese, Giovanbattista Pullarà, Vincenzo Puccio e Calogero Ganci: in tale veste infatti nel 1977 partecipò all'omicidio del colonnello dei Carabinieri Giuseppe Russo, nel 1982 agli eccidi dei boss Alfio Ferlito e Rosario Riccobono e nel 1983 si occupò di preparare, insieme ad Antonino Madonia, l'autobomba utilizzata per uccidere il giudice Rocco Chinnici e gli agenti di scorta, e nel 1984 la strage di Poggio Vallesana (in cui Brusca istruisce i Nuvoletta su come strangolare e successivamente far scomparire i cadaveri dei 5 uomini di Alfieri-Bardellino-Buscetta). All’indomani dell'eccidio Chinnici, su incarico di Riina, Brusca si attivò personalmente per pedinare il giudice Giovanni Falcone e studiare le sue abitudini e i suoi orari pensando di far esplodere una vespa imbottita di tritolo. Studiò anche la possibilità di far esplodere un furgoncino davanti al Palazzo di Giustizia di Palermo o di utilizzare dei bazooka.. Il capitano dei Carabinieri Mario D'Aleo, comandante della Compagnia di Monreale, intuì lo spessore criminale di Giovanni Brusca ed infatti lo arrestò per il danneggiamento di un automezzo nonché sottopose a pressanti indagini il padre Bernardo: la vendetta dei Brusca arrivò il 13 giugno 1983, quando il capitano D'Aleo venne ucciso in un agguato insieme ai colleghi Giuseppe Bommarito e Pietro Morici.
Nel 1984 Brusca venne colpito da un mandato di cattura per associazione mafiosa a seguito delle dichiarazioni di Tommaso Buscetta e Salvatore Contorno e venne inviato al soggiorno obbligato a Linosa; a seguito dell'arresto del padre Bernardo avvenuto l'anno successivo, il reggente del mandamento di San Giuseppe Jato divenne Baldassare Di Maggio. Nel 1987 partecipò alla pianificazione dell’omicidio da consumare all’interno della piscina comunale di via Belgio a Palermo, dove Falcone andava a nuotare, ma l’operazione venne cancellata. Nel 1991 Giovanni Brusca si diede alla latitanza, riprendendo le redini della Famiglia di San Giuseppe Jato e mettendo da parte Di Maggio, che fuggì per timore di essere ucciso prima all'estero e poi in Piemonte, dove venne arrestato e iniziò a collaborare con la giustizia, facendo arrestare Salvatore Riina.
La "guerra" contro lo Stato italiano e l’omicidio Di Matteo
Quando nel 1992 i Corleonesi iniziarono a fare la guerra contro lo Stato, Brusca divenne uno dei killer più importanti del gruppo: infatti assassinò il capo della Famiglia di Alcamo, Vincenzo Milazzo, quando iniziò ad opporsi alle stragi, e pochi giorni dopo fece strangolare barbaramente anche la compagna di Milazzo, Antonella Bonomo, che era incinta di tre mesi.
Brusca diresse poi tutta la fase esecutiva del suo delitto più famoso, la strage di Capaci, dal reperimento dell'esplosivo fino alla deflagrazione dell'ordigno che uccise il giudice Giovanni Falcone, la moglie e gli uomini della scorta. Brusca, come dichiarerà lui stesso, si ritiene mandante anche della strage di via D'Amelio, pur non avendo partecipato alla fase organizzativa, poiché era stato inviato da Riina nel trapanese per appianare delle divergenze sorte tra le famiglie di quella provincia.
Il collaboratore di giustizia calabrese Franco Pino ai magistrati rivelò che all'indomani delle stragi di Capaci e di via D'Amelio i maggiori esponenti della 'ndrangheta parteciparono a una riunione a Nicotera Marina per discutere di una proposta di Cosa nostra, comunicata da Giovanni Brusca: creare un fronte unico per una strategia della tensione che avrebbe previsto attentati e omicidi in Calabria e in regioni del nord e "specificatamente si parlava di assaltare caserme nei paesi dove c’erano cinque o sei Carabinieri, piccole stazioni. Io non diedi adesione alla richiesta dei siciliani. Se la Calabria ‘ndranghetista avesse aderito apertamente ci saremmo dovuti stare anche noi. Se Luigi Mancuso mi avesse detto "Piromalli e Pesce aderiscono", io avrei aderito anche a malincuore".
Nel settembre di quell'anno lo stesso Brusca partecipò all'omicidio del potente esattore Ignazio Salvo, il quale si era dimostrato incapace di modificare le sentenze sfavorevoli a Cosa nostra; inoltre, tra ottobre e novembre, Brusca incaricò Santo Mazzei (mafioso di Catania) di collocare un proiettile d'artiglieria nel Giardino di Boboli a Firenze al fine di creare allarme sociale e condizionare le istituzioni nella prospettiva di benefici per i detenuti in regime carcerario di cui all'articolo 41 bis; nello stesso periodo Brusca stava pianificando attentati contro l'allora Ministro della Giustizia Claudio Martelli, il deputato Calogero Mannino e il giudice Pietro Grasso, progetti che però non andarono in porto.
Dopo l'arresto di Riina nel gennaio del 1993, Brusca fu favorevole alla continuazione della strategia degli attentati dinamitardi, insieme ai boss Leoluca Bagarella, Matteo Messina Denaro e ai fratelli Filippo e Giuseppe Graviano,I pentiti del terzo millennio Antimafiaduemila.com i quali pianificarono anche il sequestro del piccolo Giuseppe Di Matteo come ritorsione verso il padre Santino, divenuto collaboratore di giustizia: gli attentati dinamitardi a Firenze, Milano e Roma nell'estate 1993 provocarono in tutto 10 morti e 106 feriti, oltre a ingenti danni al patrimonio artistico italiano. Nell’autunno del 1993 la posizione di Brusca stava vacillando, perché i collaboratori di giustizia che si stavano rivelando più dannosi per Cosa nostra, come Baldassare Di Maggio ed il già citato Santino Di Matteo, appartenevano tutti al suo mandamento; Bagarella, Graviano e Messina Denaro gli rinfacciarono di non aver ucciso prima Di Maggio, la cui condanna a morte era stata emessa già nell’estate del 1992, così l’attenzione fu posta su Di Matteo, con il sequestro del figlio tredicenne Giuseppe, il quale verrà strangolato e sciolto nell’acido l’11 gennaio 1996, lo stesso giorno in cui i giudici condannavano Brusca all'ergastolo insieme a Bagarella per l'omicidio di Salvo. Al riguardo Brusca, una volta iniziata la collaborazione con la giustizia, dirà: "Non cercherò attenuanti. Non ho avuto alcuna esitazione a mandare a morte un ragazzino di 15 anni. Sono diventato il mostro per aver commesso questo delitto. Forse non lo sarei diventato se mi fossi limitato a uccidere il dottor Falcone e sua moglie. Mi rendo conto perfettamente che un atto del genere non può essere perdonato e nemmeno dimenticato. Sono io l’ispiratore dell'omicidio e il principale responsabile di un sequestro durato due anni e tre mesi".
L'arresto
Il 12 gennaio 1996, seguendo le indicazioni del collaboratore di giustizia Tony Calvaruso (ex braccio destro di Leoluca Bagarella), gli inquirenti arrivarono ad una villa a Borgo Molara, dove Brusca si nascondeva insieme alla compagna Rosaria Cristiano e al figlioletto Davide di 5 anni, che però riuscirono a fuggire prima dell'irruzione delle forze dell'ordine. Nel febbraio successivo, due fedelissimi di Brusca, Giuseppe Monticciolo e Vincenzo Chiodo, vennero arrestati e decisero subito di collaborare con la giustizia: fecero infatti scoprire il casolare-bunker in contrada Giambascio a San Giuseppe Jato, dove un mese prima era stato ucciso e sciolto nell'acido il piccolo Giuseppe Di Matteo e lì venne trovato un vero e proprio arsenale a disposizione di Brusca (dieci missili, un lanciamissili, 10 bazooka, 50 kalashnikov, 400 kg di esplosivo, 10 bombe anticarro, un lanciagranate, 7 fucili mitragliatori, 35 pistole, giubbotti antiproiettile ed ordigni esplosivi già confezionati).
Monticciolo e Chiodo diedero indicazioni utili sui possibili nascondigli di Brusca, ed a ciò seguì il ritrovamento di un’agenda con codici e numeri di telefono trovata addosso al latitante Salvatore Cucuzza, reggente del mandamento di Porta Nuova: dopo vari pedinamenti e intercettazioni basati su tali informazioni, Brusca fu infine arrestato il 20 maggio 1996 in via Papillon, contrada Cannatello (frazione balneare di Agrigento), dove un fiancheggiatore gli aveva messo a disposizione un villino, in cui abitava anche il fratello Enzo Salvatore insieme alla moglie.