Direttore dell'Ospedale psichiatrico di Padova dal 1947 al 1971, è stato un esponente della psichiatria fenomenologica.
Biografia Dopo gli studi universitari, ottenne la libera docenza in malattie nervose e mentali. Vinto il concorso per ottenere la direzione del manicomio di Padova, ne diresse l'ospedale psichiatrico dal 1947 al 1971. Nel 1963 fondò e diresse la rivista Psichiatria generale e dell'età evolutiva e, nello stesso anno, divenne presidente dell'A.M.O.P.I. (Associazione Medici Ospedali Psichiatrici Italiani).
Dal 1969 al 1976 insegnò, come professore stabilizzato, neuropsichiatria infantile presso la Facoltà di Medicina e Chirurgia dell'Università di Padova (sezione di Verona) e psicopatologia come professore incaricato nella Facoltà di Psicologia di Padova. Presso la Clinica psichiatrica dell'università patavina tenne ogni anno seminari di psicopatologia. Fu vicepresidente e socio onorario della Società italiana di psichiatria, nonché socio fondatore e presidente onorario dell'associazione per il Rorschach.
Negli anni successivi al pensionamento, pubblicò i suoi principali scritti. Morì nella sua città natale, il 17 novembre 1995Su tutto quanto precede, cfr. G. Gozzetti (1998)..
Il pensiero Epistemologia ed ermeneutica La psichiatria di Barison si ispira alla fenomenologia di Husserl, alla psicopatologia di Jaspers, alla filosofia di Heidegger (specialmente il ) e all'ermeneutica di Gadamer. La psichiatria fenomenologica, alla quale Barison aderisce è diametralmente opposta alla psichiatria organicistica, approccio che lui qualifica utilizzando il termine epistemologia. Quest'ultima si costruisce sulla base di schemi nosografici e misurazioni psicometriche; a questo proposito, Barison sostiene che "facciamo della epistemologia [...] quando ci fermiamo alla descrizione dei comportamenti, quando applichiamo scale e questionari, cercando di ottenere dei dati quantificabili, quando studiamo sintomi obbiettivabili e quantificabili, ad esempio in malati organici, confusi o dementi, quando applichiamo casistiche, in certi studi epidemiologici ecc."F. Barison (1990).. Limitandosi a studiare gli aspetti quantificabili e dando maggiore importanza alla componente organica, piuttosto che a quella psichica nello studio della malattia mentale, questo approccio psichiatrico assume, agli occhi di Barison, un carattere scientifico-causalistico. Il grande limite della psichiatria organicistica può essere trovato, dunque, nella sua stessa impostazione: essa tende a non considerare il malato come un essere, ma piuttosto come un insieme di sintomi classificabili, riconducibili ad una determinata categoria nosografica.Cogliere l'essere del malato, invece, implica per Barison l'adottare una prospettiva di tipo ermeneuticoV. tutta l'argomentazione sviluppata in F. Barison (1990).. Essa è ripresa dalla filosofia di Gadamer e dal suo tentativo di andare oltre la conoscenza che può esserci restituita dal metodo scientifico, per arrivare a quella che, extrametodicamente (come ad esempio nell'esperienza di verità che facciamo nell'arte), avviene attraverso il dialogo. Non si tratta infatti semplicemente di realizzare, come auspicava Jaspers, una Einfühlung (una immedesimazione psicologica, un mettersi nei panni dell'altro); Barison lo nega a chiare lettere: "Nel groviglio autistico lo schizofrenico ci invia un messaggio analogo al linguaggio dell'artista: chiuso in una bottiglia, esso non sarà mai raccolto se non da coloro che sapranno rompere il vetro, attraverso un'attitudine di ascolto che sale ad un livello del tutto differente da quello di ciò che può definirsi “sensazione” (da un livello psicologico ad un livello ermeneutico)"F. Barison (2001).. Si tratta, in effetti, piuttosto, di vivere l'altra persona "in quanto si apra a me, nell'aprirsi che è nuovo anche per lui in quanto inerisce all'evento nuovo dell'incontro” dialogico. Attraverso il dialogo tra psichiatra e paziente, in definitiva, si tratta di instaurare quel circolo ermeneutico di cui parla Gadamer: una specie di "giro avvolgente, che lo psichiatra tenta verso un nucleo, che resta indicibile, ma è altamente significativo". Nucleo che appartiene in fondo "(se applichiamo concetti dell'ultimo Heidegger) al linguaggio non denotativo, al disvelarsi-nascondersi dell'essere, così ben simbolizzato nella «radura del bosco» [Lichtung]”. Insomma: l'ermeneutica sottintende la consapevolezza che le psicosi sono situazioni umane che non possono essere raggiunte attraverso un approccio solamente razionale/scientifico (nel senso della epistemologia, come la intende Barison): occorre passare necessariamente attraverso la mediazione dell'intuizione e della “decifrazione dei segni che riempiono di sé le espressioni verbali e non-verbali di ogni paziente”E. Borgna (1998).. Una psichiatria ermeneutica, quindi, è quella che cerca di comprendere i malati con i “come se” e con le metafore. In tal senso, per Barison, solo l'ermeneutica permette allo psichiatra di avvicinarsi all'incomprensibilità delle espressioni e dei comportamenti degli psicotici gravi così da “colmare, o almeno ridurre, la lontananza fra la [sua] foresta di segni e quella delle pazienti (e dei pazienti): nella ricostruzione di un comune orizzonte di vita” in cui entrambi, il medico e il malato, realizzano un aumento di essere nel "mirabile nuovo orizzonte che abbraccia due orizzonti". In effetti, "ogni profondo contatto operatore-paziente non può non essere un dialogo ermeneutico e quindi implicante "aumento" dellessere, dei due protagonisti, come dice Gadamer, il quale dialogo avviene sul piano esistenziale di essere-con che è implicitamente fenomenologico"F. Barison (2008)..
La schizofrenia come "plus" Barison ha dedicato molti anni della sua vita allo studio della schizofrenia cercando di applicare a questa indagine i principi della sua fenomenologia ermeneutica ovvero tentando di cogliere non solo l'uniformità della patologia, ma anche e, soprattutto, l'unicità e l'irripetibilità dell'essere-nel-mondo di ogni persona schizofrenica.L'approccio, per molti versi innovativo, di Barison alla malattia mentale l'ha persuaso a considerare la schizofrenia come un modo diverso e alternativo di essere: un aliter. Lo schizofrenico non è il malato, o meglio non è soltanto il malato: è l'essere umano che si presenta in molteplici forme e possibilità di vita, anche distorte e strane, una tra le quali è quella che chiamiamo malattia mentale. Il pensiero di Barison rappresenta, da questo punto di vista, un modo tutto nuovo di considerare l'essere schizofrenico, che cessa di essere quell'insieme di deficit, di elementi disordinati e senza senso che la psichiatria scientistica di matrice specialmente nordamericana ha sempre pensato come un minusIn latino: meno. La comprensione della malattia o, come direbbe Barison, l'interpretazione ermeneutica di essa, "è allora [...] un contribuire alla «cosa» schizofrenicità, attraverso un linguaggio interiore, dei significati, del «come se», delle metafore, che rappresentano la verità di quel terzo universo che modifica noi e la cosa"A cura di R. Tamburini - F. Sbraccia (1991) p. 24., un universo che, come si è visto, vede la convergenza dell'essere schizofrenico del malato e dell'essere dello psichiatra.Per Barison attraverso l'ermeneutica si può raggiungere un obiettivo che in nessun altro modo può essere realizzato: il coglimento della positività schizofrenica. Essa consiste, sostanzialmente, nella creatività che lo schizofrenico dimostra di possedere nel momento in cui “mette in scena” quello che, agli occhi di un osservatore non malato, può sembrare uno spettacolo teatrale. L'atto dello schizofrenico - ad esempio il saluto - si carica infatti di condotte espressive (come gli inchini ripetuti o una smisurata enfasi) che per l'osservatore sono “false”, perché eccessivamente sentimentali, fuori luogo, esagerate; in questo caso il modo di salutare dello schizofrenico e la deformazione della realtà da lui operata diventano, agli occhi di Barison, “un qualche cosa di assurdo che ricorda l'arte” e che è riconducibile al teatro, in particolare al manierismoSu questo cfr. A cura di R. Tamburini - F. Sbraccia (1991) p. 27..La creatività dello schizofrenico, dunque, sta proprio in questo: nell'esprimersi attraverso la teatralità manieristica “il cui scopo evidente è quello di annientare la realtà espressiva, di sfuggire il senso diretto deviando continuamente l'accento espressivo su di una cascata di comportamenti parassitati la cui efficacia espressiva viene a sua volta svuotata di senso”G. Gozzetti (1998).. Da qui l'idea che l'essere schizofrenico possa essere considerato tale solo quando rivela la sua verità artisticamente o, meglio, teatralmente. È “come se lo schizofrenico mirasse a negare ogni realtà umana per rifugiarsi nell'assoluto, in un teatro disinteressato senza spettatori, in cui rappresentare la sua esistenza irreale”G. Vendrame – F. Quaranta (1999) p.. L'esasperazione della condotta espressiva (che risulta, dunque, ricca di sentimenti accessori, estranei e “distanti” dall'atto stesso) fa sì che il comportamento dello schizofrenico assuma il carattere dell'irrealtà: il comportamento creativo dello schizofrenico distrugge la realtà propriamente detta e ne crea una nuova, apparentemente “insensata” e, perciò, incomprensibile. Questa distruzione, che assume il carattere della ribellione nei confronti di una realtà vissuta drammaticamente perché troppo dolorosa, si realizza con l'adozione di una condotta manieristica la quale, per usare le parole di Barison, è “una protesta contro il reale e insieme un attivo modo di vivere l'irreale”F. Barison (1951).. La teatralità manieristica dello schizofrenico è, così, una forma di esistenza umana, un modo di esprimersi che permette all'osservatore di rapportarsi con lo strano schizofrenico: “la creatività dello schizofrenico diventa, in definitiva, la sua straordinaria capacità di essere schizofrenico”.Il modo diverso, alternativo di percepire e vivere il mondo - arricchendolo di elementi nuovi, originali e “bizzarri”, che creano una realtà altra, distante da quella propriamente definita tale - fa della schizofrenia un plusIn latino: più. I deficit, le mancanze e le distorsioni operate dallo schizofrenico, pur demolendo parte della realtà, sono i cardini sulla base dei quali lo schizofrenico crea il suo universo. Appare chiaro, a questo punto, che per Barison la schizofrenia non può essere un minus, poiché essa stessa “crea” un mondo misterioso, dove l'essere schizofrenico assume molteplici forme.In definitiva, per Barison, essere schizofrenici consiste nell'essere Anders, ossia “diversamente”, “in altro modo”. L'incomprensibilità, la stranezza e la bizzarria di questo essere-diversamente arricchiscono il mondo e la vita dello schizofrenico: lo psichiatra di ispirazione fenomenologico-ermeneutica deve tentare di intravedere o cogliere l'apparire del chiarore della radura/, nonostante la sua esistenza dipenda, inevitabilmente, da quella dell'ombra.
L'assistenza psichiatrica