I Tomasi di Lampedusa sono una famiglia storica siciliana, diramatasi dai TomasiAngelo Tommasi di Vignano, Notizie storiche e genealogiche sulla nobile famiglia Tommasi: Tommasi e Tomasi, rami di Siena, di Capua e di Sicilia, 1933, che deve la propria notorietà in particolare al suo esponente Giuseppe Tomasi di Lampedusa e al successo editoriale da questi ottenuto, postumo, con la pubblicazione del romanzo Il Gattopardo.

Storia Origini: studi e leggende

Le prime notizie storiche sui Tomasi risalgono al VII secolo, mentre, per quanto concerne i secoli precedenti, sono state prospettate ipotesi diverse. Secondo la tradizione sarebbe originaria di Bisanzio (330 d.C.).

Alcuni studiosi (Sansovino, Villabianca, Palizzolo Gravina) sostengono che la famiglia de' Leopardi da Roma si trasferì a Costantinopoli al seguito dell'imperatore Costantino IV. Palizzolo Gravina, Il Blasone in Sicilia, op. cit., 363-364, segnala quanto segue: «sull'origine della famiglia Tomasi dal Villabianca appoggiato al Sansovino rileviamo essere l'antica de' Leopardi di Roma, è passata con Costantino imperatore in Costantinopoli, ove fu grande e potente sino al tempo di Eracleo imperatore, per la cui morte ella passo' in Italia, fermandosi in Ancona. La si disse Tomasi dal greco trauma, che vuol dire mirabile, però che si sa i due gemelli Artemio e Giuliano aver mostrato un ingegno meraviglioso». Tutti gli altri autori concordano nel ritenere che uno dei due gemelli si chiamasse Giustino e non Giuliano. Filadelfo Mugnos affermò che la famiglia discendeva da Leopardo, figlio di Crispo, primogenito dell'imperatore CostantinoF. Mugnos, op. cit., vol. III, al riguardo precisava: «Tuttavia non lascerò di dire che Artemio e Giustino fratelli gemelli, ovvero nati ambedue da un parto, cavalieri nobilissimi costantinopoliani dell'antichissima famiglia Leopardi originata da Leopardo o da Licino Leopardo figlio di Crispo primogenito dell'imperatore Costantino il grande». Archibald Colquhoun ritiene che il capostipite dei Tomasi sia stato Thomaso il Leopardo, figlio dell'imperatore Tito e della regina Berenice.A. Colquhoun, A dilemma of Princes, Go, 1960, p. 30. Andrea Vitello, autore che ha approfondito gli studi sulla famiglia, fa discendere i Tomasi da Irene, figlia dell'imperatore bizantino Tiberio I, che sposò Thomaso detto il Leopardo, principe dell'Impero e comandante della guardia imperialeA. Vitello, I Gattopardi di Donnafugata, cit., p. 39: «Capostipite della gens Thomasa-Leopardi è il generale Thomaso detto il Leopardo, principe dell'Impero Bizantino e comandante della guardia imperiale. Fu lui a sposare Irene, figlia dell'imperatore Tiberio». Tuttavia Gilmour, biografo inglese dell'Autore del libro, ritiene prive di prova le tesi di Vitello e fantasiose tutte le ricostruzioni dell'albero genealogico anteriori al ritorno in Italia della famiglia (David Gilmour, L'ultimo Gattopardo, Feltrinelli, Milano 2003, pp 20-21).

Sino a tutto il XIX secolo, come segnala Vincenzo Buonassisi, era condivisa l'opinione che individuava in due fratelli gemelli, Artemio e Giustino, gli artefici del ritorno in Italia dei Leopardi-Tomasi; nel secolo successivo la discendenza dai due gemelli, approdati ad Ancona e provenienti da Bisanzio, è stata confermata da Andrea Vitello, studioso della genealogia della famiglia Tomasi di Lampedusa, e ribadita da quanti, dopo la pubblicazione degli scritti di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, si sono interessati alla sua ascendenzaVincenzo Buonassisi, op. cit., scrive: "«Tutti si accordano in dire, che ella sia greca di origine, e della città di Costantinopoli non essendo però si chiaro, se ella già di antico fosse passata in essa al tempo di Costantino, o fossevi passata di poi. Venne ella primieramente in Ancona in due fratelli Artemio e Giustino, nati di un parto, e tanto simiglianti nelle fattezze che era una meraviglia il vederli: onde anche si vuole che a cagione di questa stupenda simiglianza venissero chiamati i Tomasii, perché di prima Leopardi diceva si, spiegando l'insegna di un Leopardo». Temendo per la loro vita a causa delle lotte al vertice dell'Impero, lasciarono Costantinopoli dopo la morte dell'imperatore Eracleo, tra il 640 e il 646, stabilendosi ad Ancona. Dal ramo rimasto nelle Marche discenderebbero i Leopardi nei rami di Recanati, come pure sosteneva Monaldo padre di Giacomo Leopardiscrive Andrea Vitello, Giuseppe Tomasi di Lampedusa. Sellerio 2008 p. 31: "della comune origine era convinto il padre del poeta che fu in corrispondenza con il padre dell'astronomo; nella Istoria gentilizia di casa Leopardi di Recanati il conte Monaldo sostenne appunto la discendenza dei Leopardi dai Thomasi bizantini", e di Amatrice, da cui discende la schiatta, tuttora esistente anche in linea femminile [ de Sanctis di Castelbasso e Rosati di Monteprandone de Filippis Delfico] di Pier Silvestro Leopardi.

Titoli nobiliari In Sicilia non vigeva la legge salica ed i titoli nobiliari si trasmettevano anche in linea femminile. In forza delle norme dettate nel Liber Augustalis (III, 27 “de la successione de li nobili in li feudi") e nei capitula "de successione feudalium", "de alienatione feudorum","de successione feudorum". I Capitula qui citati ed altri relativi al tema della successione dei feudi sono reperibili nei Capitula Regni Siciliae dei quali è stata pubblicata una ristampa anastatica dall'editore Rubbettino nel 1999 e della prammatica 14 novembre 1788 i titoli venivano trasmessi al collaterale maschio vivente più prossimo e più anziano e, in mancanza di maschi, alla femmina più prossima privilegiando le nubili. Il primo titolo nobiliare dei Tomasi di Sicilia, la baronia di Montechiaro, fu acquisito per via materna come, in epoche successive, anche le baronie di Franconeri e della Torretta.

Letteratura Il casato dei Tomasi di Lampedusa, ramo staccatosi dai Tomasi di Capua, trasferitosi da Siena nel Regno di Napoli al seguito di Alfonso V d'AragonaGirolamo Gigli, Diario Sanese, Siena, 1854, pp 548 e seg. è stato immortalato nel romanzo Il Gattopardo scritto dal principe Giuseppe Tomasi di Lampedusa.

Il successo dell'opera ha determinato il diffondersi di due neologismi: il sostantivo "gattopardismo" e l'aggettivo "gattopardesco"Il VI volume del Grande Dizionario della Lingua Italiana di Salvatore Battaglia edito dall'UTET nel 1970 non riportava le due voci che compaiono invece a pagina 410 del supplemento del 2004. I due termini non risultavano riportati neppure nell'edizione del 1984 del Vocabolario illustrato della lingua italiana, di Devoto-Oli, editrice Selezione dal Reader's Digest. Entrambi i vocaboli sono invece riportati nel Dizionario essenziale della lingua italiana di Sabatini-Coletti pubblicato dalla casa editrice Sansoni nel 2007. Compare solo il termine gattopardismo ne Il grande italiano-vocabolario della lingua italiana di Aldo Gabrielli, edito nel 2008 dalla casa editrice Hoepli. Nel linguaggio aulico, ha avuto ingresso soltanto di recente (Mimmo Muolo, LA REGOLA D’ORO, Avvenire, 23 dicembre 2016, in ordine alle resistenze nella Curia: "il Papa ne ha evidenziate di tre tipi: aperte in quanto derivanti dal dialogo sincero, nascoste o gattopardesche, e malevole, queste ultime ispirate dal demonio")..

Stemma

Blasonatura D'azzurro al leopardo d'oro, illeonito, sostenuto da un monte di tre cime di verde cucito.

Motto

Genealogia Baroni di Montechiaro e duchi di Palma Il capostipite dei Tomasi siciliani, Mario (n. 1558), capitano d'armi, si trasferì dalla Campania in Sicilia, a LicataFrancesco Emanuele Gaetani marchese di Villabianca, Della Sicilia nobile, Palermo 1757, p. 65, "...Mario di Tomasi che da Capua passò in Sicilia, con il viceré Marco Antonio Colonna, e fu capitan d'armi nella Licata sull'anno 1585, rispondendo in quei tempi un tal uffizio al grado di Vicario generale regio d'oggidì", dove sposò Francesca Caro baronessa di Montechiaro. Mario Tomasi e Francesca Caro ebbero due gemelli, Ferdinando e Mario, governatore del Castello di Licata e capitano dell'Inquisizione. Ferdinando (1597-1615), barone di MontechiaroMarchese di Villabianca, Della Sicilia Nobile, op. cit. p 65: "fu quella baronia recata in dote da Francesca di Caro e Celestre, primogenita figlia di Ferdinando ultimo barone di essa a Mario di Tomasi", appena sedicenne sposò Isabella La Restia; i coniugi ebbero due gemelli, Carlo e Giulio, rimasti orfani del padre a nove mesi; quando i gemelli avevano diciassette anni morì anche la madre e lo zio Mario li chiamò presso di sé a Licata dove restarono circa sei anni.

Carlo venne nominato duca di Palma nel 1639 (il duca fu l'artefice della fondazione del paese oggi denominato Palma di Montechiaro) ma cedette baronia e ducato al fratello e prese gli ordini diventando uno dei chierici regolari teatini studioso di teologia. Scrisse numerose opere in latino e italiano, cinquantuno delle quali pubblicateTutti gli scritti di Carlo Tomasi sono enumerati e sinteticamente descritti nella seconda parte dell'opera di Antonio Francesco Vezzosi I scrittori de' chierici regolari detti Teatini , Roma 1780, pp 349-359. Dopo la sua morte, essendogli stati attribuiti diversi miracoli, venne avviato un processo di beatificazione e fu proclamato Servo di DioGiovanni Bonifacio Bagatta Vita del venerabile Servo di Dio D. Carlo de' Tomasi e Caro della Congregazione de' chierici regolari Roma 1702. La famiglia annovera anche tre cardinali nel periodo bizantino (Fabio, durante il papato di Gregorio III, Vibiano durante quello di Alessandro II e Pietro durante il Patriarcato di Gerusalemme di Sergio III).

Duca Santo

Giulio I (1614-1669), duca di Palma e barone di Montechiaro venne nominato principe di Lampedusa, sposò Rosalia Traina, baronessa di Falconeri, dalla quale ebbe otto figli:

Francesca (1643-1727), suor Maria Serafica, badessa del monastero di Palma; Isabella (1645-1699), suor Maria Crocifissa, beata (nel romanzo è ricordata come "Beata Corbera")S. Cabibbo - M. Modica, op. cit, p. 85 raccontano che la beata Isabella usava flagellarsi a sangue sin dalla più tenera età.; Ferdinando (1647), che morì a tre mesi; Antonia (1648-1721), suor Maria Maddalena; Giuseppe I (1649-1713), cioè San Giuseppe Maria Tomasi; Rosaria, che morì a 11 mesi (1650-1651); Ferdinando (1651- 1672); Alipia (1653-1734), suor Maria Lanceata.

I coniugi impartirono ai figli una rigida educazione religiosa; tutti, fatta eccezione per Ferdinando, si indirizzarono alla carriera ecclesiastica. Tale fervore religioso si perpetuò anche nei secoli successivi, tanto che i Tomasi rischiarono spesso l'estinzioneSecondo Gilmour, op. cit., p. 22, a Capua su otto figli sei si fecero sacerdoti o monache. Isabella, che visse come Suor Maria Crocifissa, entrò nel monastero, per lei e le sorelle fondato dal padre, il 12 giugno 1659, giorno dell'inaugurazione e con lei entrarono Francesca e Antonia: Isabella aveva quattordici anni, Francesca quindici ed Antonia undici. Nel 1661 anche la madre Rosalia entrò in convento di clausura come oblata insieme alla figlia diciottenne Alipia (l'unica che avendo solo sei anni quando vi entrarono le sorelle non le aveva seguite); fu costretta, per amministrare i vassalli, ad uscire dalla clausura quando il nipote Giulio II restò orfano.