Il catafratto (; , composto di κατά "fino in fondo" e φρακτός "coperto, protetto", a sua volta da φράσσω "coprire, proteggere")Dizionario Greco-Italiano/Italiano-Greco, F. Schenkl & F. Brunetti, Fratelli Melita Editori, Genova/La Spezia, 1990, ISBN 88-403-6693-8, pp. 439, 455, 936. era un cavaliere della cavalleria sasanide, di quella dei Parti, di quella tardo-romana, dell'esercito bizantino e di altri eserciti, integralmente coperto da un'armatura di ferro; anche il suo cavallo era coperto da un'armatura di metallo che proteggeva corpo, collo e testa ma non le zampe.
Questo genere di protezione fu adottato dai Persiani, dai Parti, dagli Armeni, dai Greci e dai Romani, fino a giungere (con alcune evoluzioni) al Medioevo; questa milizia fu usata per tutto il Medioevo dai Bizantini.
Storia Epoca ellenistica e partica
Ai tempi dell'Impero achemenide l'esercito persiano contava di numerosi reparti di cavalleria pesante, anche se nessuno di essi era catafratto. Dopo le sconfitte subite a causa della campagna militare di Alessandro Magno, che causò poi la formazione dei regni ellenistici dei diadochi, tutta l'area asiatica fra gli odierni Turkestan e Iran conobbe uno sviluppo delle tecniche di cavalleria.
Quella macedone, degli hetairoi (lett. "Compagni"), pesante, mobile e basata sui lancieri a cavallo, era divenuta la più potente forza di cavalleria dell'epoca. I popoli di origine iranica come i Parti, gli Armeni o i nomadi Saka risposero corazzando ulteriormente i propri cavalieri, che costituivano la spina dorsale dell'esercito.
Il mondo ellenistico adottò i catafratti tramite due vie differenti: Il regno di Battria costituì reparti di catafratti per far fronte agli attacchi dei nomadi asiatici, le cui forze erano composte quasi unicamente da unità di cavalleria. I battriani schierarono in battaglia i "Compagni catafratti" (hetairoi kataphraktoi), equivalenti degli hetairoi di Alessandro. Si trattava di cavalieri dalle armature molto solide e pesanti, bisognosi di cavalli molto robusti, che erano allevati in particolari tenute oggetto continuo di raid e schermaglie da parte della cavalleria leggera nomade. Quando la Battria conquistò la regione settentrionale del subcontinente indiano, dando vita al regno indo-greco, i catafratti entrarono anche nel mondo bellico indiano ma vi divennero preponderanti solo con la conquista Saka e la successiva formazione dell'Impero Kushan. L'Impero seleucide, i cui domini comprendevano Asia Minore, Siria, Mesopotamia e Persia, dovette arruolare reparti di catafratti per far fronte alla minaccia dei Parti, popolo iranico che aveva appreso l'uso della cavalleria pesante dai battriani, sul finire del III secolo a.C. Anche se meno protetti di quelli partici e privi della loro letale mazza da mischia, i catafratti seleucidi erano comunque una forza temibile che in più di un'occasione sferrò colpi micidiali ai nemici. L'esempio più famoso del loro utilizzo è però relativo ad una sconfitta, quella della Battaglia di Magnesia contro i Romani. In quell'occasione il re Antioco III Magno riuscì a mettere in rotta e infliggere diverse perdite ai legionari con una carica di catafratti, supportati dalla cavalleria pesante dei Galati e dai carri da guerra. La sua tattica tuttavia gli si ritorse contro quando i cavalli dei carri si imbizzarrirono andando fuori controllo, a causa della pioggia di frecce e di pila scagliati dai romani contro la cavalleria seleucide, che ne uscì decimata. I catafratti seleucidi uscirono definitivamente di scena durante le campagne di conquista in oriente di Pompeo Magno, che corruppe le poche truppe di cavalleria corazzata rimaste all'impero (ormai degenerato in un modesto regno di Siria).
Furono i Parti i veri signori del Vicino Oriente con i loro pesanti catafratti supportati dagli arcieri a cavallo. Sfruttando le debolezze dell'Impero Seleucide e la sua situazione di lotta costante su ogni fronte, i Parti riuscirono a insediarsi nell'altopiano iranico e poi a conquistare anche la Mesopotamia, dove stabilirono la loro capitale e dove entrarono in conflitto con i romani, che avevano mire sulla regione.
I catafratti partici erano armati di kontos (ovverosia una pesante lancia impugnata a due mani) per la carica iniziale e di mazze per il combattimento corpo a corpo. Indossavano un'armatura che quasi non aveva rivali in quanto a protezione e peso, e i loro cavalli erano bardati nello stesso modo. L'armatura era la loro forza, ma allo stesso tempo impediva loro di muoversi agevolmente e con rapidità. Essi agivano in stretta cooperazione con gli arcieri a cavallo. Quando i catafratti minacciavano la carica contro i legionari, questi erano costretti a schierarsi a battaglia per evitare di esser travolti. A quel punto potevano entrare in azione gli arcieri a cavallo che tempestavano di frecce i romani fino a quando questi non rompevano le righe rimanendo esposti agli attacchi dei catafratti.
Marco Licinio Crasso, ambizioso e desideroso di ottenere gloria conquistando le regioni orientali, organizzò una nutrita spedizione contro i Parti, supportato dal regno di Armenia. I Parti utilizzarono una tattica "mordi e fuggi", bersagliando il nemico con le frecce e poi ritirandosi. Crasso interpretò questo comportamento come un segno di debolezza da parte dei Parti, come se volessero evitare la sconfitta in uno scontro diretto. Fu però un errore di valutazione che pagò molto caro. Noncurante dei consigli degli armeni, che suggerivano di evitare spaziosi campi aperti e di marciare per una via più lunga ma più sicura attraverso le montagne, Crasso inseguì i Parti fino all'Eufrate. In realtà i Parti l'avevano condotto in una trappola e Crasso lo comprese quando, nel cuore del territorio nemico, con i soldati stanchi per la lunga marcia e la calura, le linee di rifornimento allungate ed il morale basso, i Parti passarono all'azione. Distruggendo le avanguardie con rapide imboscate e decimando la colonna principale con piogge di frecce, riuscirono a bloccare i nemici. Durante lo scontro decisivo nella battaglia di Carre, infine, i catafratti, sfruttando la mobilità della cavalleria in pianura, ebbero facilmente ragione della fanteria romana. L'intera armata venne massacrata e lo stesso Crasso cadde sul campo.
I Romani si presero la rivincita nel 38 a.C. nella battaglia del Monte Gindaro dove Publio Ventidio Basso riuscì a sconfiggere i catafratti grazie alla vantaggiosa posizione tattica in cima all'altura e all'abile impiego in combinazione di frombolieri e fanteria pesante legionaria. Dopo questa vittoria i Romani tentarono una grande campagna d'invasione: Marco Antonio attaccò l'Impero partico passando per l'Armenia e la Media. Il triumviro ottenne alcune vittorie tattiche ma la campagna terminò con un fallimento strategico e l'esercito romano dovette ritirarsi dopo aver subito forti perdite.
Roma non riuscì mai a prevalere in modo definitivo nei confronti dei Parti che, in seguito, vennero sostituiti dai Sasanidi, i quali adottarono le loro tattiche di cavalleria.
Epoca sasanide
La spina dorsale dell'esercito (in persiano سپاه, "spāh"Da questo termine derivano gli analoghi vocaboli neopersiani e turchi: sipahi o sepohi: termini che significano "soldati") sasanide era la sua cavalleria pesante corazzata. Essa era composta da nobili che si sottoponevano a un pesante addestramento militare e a manovre di cavalleria, guadagnando un eccezionale livello di disciplina che faceva di loro un autentico corpo d'élite. All'interno della struttura militare sasanide, la cavalleria era l'elemento di maggior peso e le tattiche della cavalleria sasanide furono adottate dai Romani, dagli Arabi e dai Turchi. L'armamento della loro cavalleria, le tattiche belliche, i loro emblemi, le abitudini, l'etichetta di corte e i loro costumi influenzarono la cultura romano-bizantina. Fu dopo numerose guerre fra Sasanidi e Romani che i Romani cominciarono a capire l'importanza della cavalleria pesante, e presero quindi a riorganizzare le loro unità ispirandosi ai modelli orientali in genere e sasanidi in particolare. Essi chiamarono le neocostituite unità clibanarie, dal nome di un forno, come metaforicamente si intendeva divenissero le pesanti armature, a causa delle alte temperature che potevano raggiungere al loro interno sotto il sole cocente.
Shapur II (Sapore II) riformò l'esercito adottando una cavalleria ancor più pesante e maggiormente efficiente. Queste unità montate indossavano armature di spesse placche di ferro che ricoprivano l'intero corpo. Ciò le rendeva assai simili a statue di ferro che si muovevano. Alcuni cavalieri erano armati di lancia e altri di spada o mazza. Esistono riproduzioni di una simile cavalleria, la meglio conservata delle quali è di Khosrau II (Cosroe II) sul suo cavallo favorito Shabdiz, in un bassorilievo di Taq-e Bostan.
L'equipaggiamento militare dei cavalieri pesanti sasanidi era così costituito: Cavalleria clibanaria: elmo, usbergo (Pahlavi griwban ), pettorale, cotta di maglia, guanto protetto (Pahlavi abdast), cintura, cosciali (Pahlavi ran-ban ) spada, mazza, arco con tre elementi e due corde di ricambio, faretra con 30 frecce, due ulteriori corde per arco e copertura corazzata per il cavallo ( zen-abzar ). Cavalleria catafratta elmo, usbergo, pettorale, cotta di maglia, guanto protetto, cintura, cosciali, arco con due elementi e due corde di ricambio, faretra con 30 frecce, lancia e armatura per il cavallo ( zen-abzar ); e ciò talvolta s'aggiungeva un lazo ( kamand ) o una frombola con le relative pallottole a sfera.
Assieme alla cavalleria pesante, esisteva la cavalleria leggera che non era composta da sasanidi ma da soldati reclutati fra i loro alleati, integrati da truppe mercenarie. Gilani, Albani, Eftaliti (Unni bianchi), Kushani e Cazari erano i principali costituenti di queste cavallerie leggere o medie. Esse erano parte integrante dell'esercito (spāh) per la loro resistenza e la loro mobilità sul campo da battaglia.
Entrambi i tipi di cavalleria erano rafforzati da elefanti da guerra e da reparti appiedati di arcieri che rovesciavano sul nemico nugoli di frecce. I reparti con gli elefanti erano schierati in prima linea. Pur non essendo particolarmente numerosi assolvevano assai bene il loro compito, terrorizzando gli avversari o sbandandoli con le loro cariche, riuscendo ad esempio a vincere nella battaglia del Ponte contro gli Arabi per il terrore provocato in essi dalla vista di quei pachidermi lanciati in corsa contro le loro difese, non preparate a un simile urto. La loro efficacia dipendeva però strettamente dalla natura del terreno, che doveva essere in una pianura abbastanza ampia, mentre poco o nulla potevano in terreni rotti, montagnosi o forestati. I reparti con gli elefanti erano guidati da un ben preciso comandante, chiamato Zend−hapet, o "Comandante degli indiani", perché gli animali venivano appunto dall'India, ovvero perché essi erano condotti da mahut, nativi dell'Hindustan. Tali enormi animali agivano da vere e proprie torri mobili sui campi di battaglia e causavano panico e disordine nei ranghi nemici, aprendo varchi nelle linee avversarie entro cui si lanciavano poi le cavallerie. L'esercito sasanide quindi così si strutturava in battaglia:
Guardia degli Immortali Nobili (Azadan) e Savaran (cavalleria d'élite) Elefanti da guerra Cavalleria leggera (armata d'arco) Cavalleria corazzata media (corazzatura di medio spessore e armamento costituito da lancia e scudo) Cavalleria clibanaria (cavalleria pesante armata di mazza e spada) Cavalleria catafratta (Cavalleria pesante armata di lance)
Epoca romana