Il Satyricon è un’opera narrativa latina composta intorno alla metà del I secolo d.C. La paternità dell’opera, attribuita a Petronio Arbitro, rimane plausibile ma non dimostrabile. Il Petronius Arbiter a cui è riferita l'opera è, infatti, una figura di difficile identificazione storica. Solo Tacito negli Annali delinea il ritratto di un cortigiano di Nerone con lo stesso nome, senza tuttavia menzionare il Satyricon.
Il testo pervenutoci è profondamente lacunoso. È verosimile che l’opera, nella sua redazione originaria, fosse articolata in ventiquattro libri, sul modello dei poemi omerici; nelle edizioni moderne, invece, il testo in nostro possesso (parte del libro XIV, l’intero libro XV e parte del libro XVI) è convenzionalmente suddiviso in 141 capitoli. Non è possibile quindi ricostruire né gli antefatti, né ipotizzare la conclusione dell’opera, né stabilirne con certezza l’estensione complessiva o se essa sia mai stata completata.
La tradizione manoscritta dell’opera presenta una notevole varietà di titoli, tra cui, oltre alla denominazione più diffusa, Satirici o Satyrici libri, Satyri fragmenta e Satirarum libri. Nonostante ciò, è divenuto consueto riferirsi all’opera con il titolo di Satyricon, da intendersi verosimilmente come un genitivo plurale di desinenza greca (gr. Σατυρικῶν, Satyrikōn, sottinteso libri), in analogia con altri titoli di opere dell’età classica, quali, ad esempio, le Georgiche di Virgilio.
Caratteristiche generali Identità dell'autore
L'identità dell'autore dell'opera non è certa, dal momento che il testo non fornisce elementi precisi per identificarlo in modo inequivocabile. L'indicazione fornita dai manoscritti è, infatti, limitata al solo nomen dell'autore, ovvero Petronio, senza alcun'altra indispensabile specificazione. Se in passato furono elaborate ipotesi divergenti sull'identità del fantomatico autore dell'opera, attualmente si è piuttosto concordi nell'ascriverne la paternità alla figura di Gaio (o Tito) Petronio, detto arbiter elegantiae / elegantiarum ("arbitro di eleganza / di eleganze"),V. K. F. Rose, The author of the Satyricon, in «Latomus» 1961, pp. 820-825, mentre sul problema del praenomen cfr. G. Brugnoli, L'intitulatio del Satyricon, in «Rivista di cultura classica e medievale» 1961, pp. 317-331 personaggio di spicco della corte di Nerone, improvvisamente caduto in disgrazia presso l'imperatore a causa di una sua presunta implicazione nella congiura pisoniana e, per via di ciò, condannato al suicidio nel 66. Di lui e della sua vicenda ci parla Tacito nei suoi Annales (Ann. 16, 18-19), benché il celebre storico non faccia mai riferimento a lui come letterato o anche all'opera in questione. Se tale identificazione fosse comunque corretta, costituirebbe un'ulteriore prova a sostegno di una datazione dell'opera al I secolo, attorno al 60 d.C., che, nonostante alcune opposizioni, trova larga conferma nelle numerose allusioni nel corpo dell'opera a fatti e persone dell'epoca neroniana - il cantante Apelle, il citaredo Menecrate e il gladiatore Petraite -, così come per altri dati di natura linguistica.
Difatti, anche se nel romanzo non sono riscontrabili elementi diretti capaci di fornire una precisa datazione, la discussione tra Encolpio e Agamennone sul declino dell'eloquenza fa supporre che l'opera sia del I secolo d.C., in quanto questo tema fu affrontato anche da Seneca il Vecchio e da Quintiliano.
Inoltre Eumolpo, dopo il naufragio della nave di Lica, recita un Bellum Civile ricollegabile all'omonimo poema di Lucano.
Frammentarietà dell'opera
L'opera ci è giunta in forma frammentaria e lacunosa. Stando ai codici, il Satyricon, nella sua forma integrale, doveva essere molto ampio: le uniche parti pervenuteci risultano essere svariati frammenti dei libri XIV e XVI, giunteci in gran parte grazie all'opera di preservazione dei manoscritti antichi degli scriptoria delle abbazie di Fleury, di Auxerre e di Orléans, in Francia,Introduzione di Andrea Aragosti al Satyricon, BUR, Rizzoli, 1997, 2009, pag. 49 e il quasi intero (al netto di piccole lacune) libro XV, quest'ultimo scoperto nel 1650 in una biblioteca di Traù, in Dalmazia, e contenente la celeberrima Cena Trimalchionis ("Cena di Trimalchione"). Il libro della Cena, però, era già stato scoperto da Poggio Bracciolini in un codice di Colonia, in Germania, nel 1423 del quale si era fatto fare una copia; da questa copia deriva il codice ritrovato a Traù.
L'inizio e la fine della storia narrata sono di fatto impossibili da ricostruire in modo soddisfacente. Gli studiosi hanno suddiviso i frammenti tramandati in 141 capitoli. I frammenti giunti sino a noi sono stati poi divisi in due principali categorie: gli Excerpta brevia ("escerti brevi"), caratterizzati da una predilezione per le parti in versi rispetto a quelle in prosa e dalla completa rimozione di scene a contenuto pederastico, e gli Excerpta longa ("escerti lunghi"), caratterizzati invece da una molto più ampia parte del testo originale, tratta da una copia risalente al XII secolo integrata poi, nel corso del secolo successivo, con i testi degli excerpta brevia e altre varie miscellanee, in modo tale da ricreare il testo originale nella forma più completa possibile.
La mancata trasmissione completa dell'opera è probabilmente attribuibile alla licenziosità dell'argomento trattato e al crudo realismo delle situazioni descritte, che, agli occhi di un potenziale lettore dell'epoca, non dovevano certamente produrre un'immagine moralmente edificante della Roma imperiale.
Trama
L'opera è incentrata sulle vicissitudini del narratore in prima persona Encolpio, un giovane studente di retorica colto e sfaccendato, del suo efebico servo ed amante Gìtone e dell'infido amico-nemico Ascilto.
Quanto accaduto nell'antefatto per noi perduto è deducibile da riferimenti contenuti nel testo superstite. In particolare, Encolpio aveva commesso un imprecisato oltraggio nei confronti della divinità fallica Priapo, che quindi prende a perseguitarlo provocandogli una serie di tragicomici insuccessi erotici.
Capitoli 1-26 La narrazione tràdita si apre in una Graeca urbs della Campania,Nell'opera non viene mai nominata apertamente, anche se l'identificazione più probabile è con Puteoli o Neapolis. nei pressi di una scuola di retorica, dove Encolpio e l'anziano retore Agamennone stanno dibattendo fervidamente sull'inesorabile declino dell'arte dell'eloquenza. A un certo punto Encolpio si accorge che il suo compagno di viaggio Ascilto si è defilato e perciò, approfittando del sopraggiungere degli allievi, si congeda dalla scuola per andare a cercarlo. Persosi dopo un infruttuoso girovagare per la labirintica città campana, il giovane chiede ingenuamente indicazioni a un'anziana sconosciuta, la quale lo conduce a sua insaputa in un lupanare, dove però si imbatte proprio in Ascilto, anch'egli condotto lì con un inganno. Riusciti a venirne fuori, i due tornano alla locanda in cui alloggiano e dove trovano ad attenderli Gitone; iniziano i primi contrasti tra Encolpio ed Ascilto, in quanto anche quest'ultimo è interessato alle grazie del ragazzo e ha iniziato a corteggiarlo aggressivamente. Smorzati temporaneamente gli animi, sul calare della sera i due si recano nel foro, ove sfiorano lo scoppio d'una rissa da strada per riuscire a recuperare da un contadino una vecchia tunica di loro possesso, nella quale avevano occultato delle monete d'oro trafugate in un precedente avvenimento della narrazione a noi non pervenuto. Una volta risolta la faccenda in proprio favore, i due tornano alla locanda, dove però vengono presto raggiunti da Quartilla, sacerdotessa di Priapo, scortata dall'ancella Psiche e dalla giovinetta Pannichide. Ottenuta la garanzia che i due non riveleranno i segreti del dio, cui avevano assistito in precedenza, Quartilla è soddisfatta e annuncia di aver appositamente occupato l'intero albergo con il suo corteo di schiavi eunuchi, coinvolgendo i giovani in riti sessuali, in cui Encolpio dà misera prova di sé. Mentre i protagonisti riposano, e due schiavi siriaci tentano (senza successo) di appropriarsi dell'argenteria, Quartilla decide che Gitone si unisca a Pannichide: nonostante le obiezioni di Encolpio per la giovanissima età di lei, i due giovinetti vengono chiusi in una stanza nuziale e l'atto viene consumato, mentre Quartilla costringe Encolpio ad assistere da una fessura, al contempo titillandolo. Una volta soddisfatta la richiesta della sacerdotessa, ella si congeda lasciando i protagonisti ormai esausti a riposarsi. È intanto giunto il giorno convenuto: grazie ad Agamennone, infatti, i tre giovani hanno ricevuto un invito dal ricchissimo Trimalchione. I tre si recano alle terme locali per rinfrescarsi, ove trovano proprio il loro ospite: dato che è ormai ora di cena, i tre si avviano e lo seguono nella sua casa.
Capitoli 27-78 (Cena Trimalchionis)
Il racconto si sposta dunque a casa di Trimalchione, un rozzo ed eccentrico liberto arricchitosi immensamente con l'attività commerciale, dove i tre giovani si trovano invitati a uno dei suoi sfarzosi e luculliani banchetti. Qui si apre la scena della famigerata Cena Trimalchionis che, occupando quasi la metà dell'intero scritto pervenutoci, costituisce per noi la parte centrale dell'opera. Al convivio sono ospiti, oltre ai tre giovani, anche il retore Agamennone (che, pur prendendo spesso parte ai banchetti organizzati da Trimalchione, nutre segretamente disprezzo nei suoi riguardi) e altri vari personaggi dello stesso ceto sociale del padrone di casa. La portata del cibo è spettacolare e altamente coreografica, accompagnata dai giochi acrobatici della servitù e dai racconti tra i commensali. I convitati intrattengono poi una lunga conversazione, che tocca i più svariati argomenti: la ricchezza e gli affari di Trimalchione, l'inopportunità dei bagni, la funzione sociale dei riti funebri, le condizioni climatiche e l'agricoltura, la religione e i giovani, i giochi pubblici, i disturbi intestinali, il valore del vetro, il fato, i monumenti funebri, i diritti umani degli schiavi. Il tutto offre uno spaccato vivace e colorato, non senza punte di chiara volgarità, della vita di quel particolare ceto sociale. Con l'arrivo di Abinna (accompagnato dalla moglie, Scintilla, grande amica della moglie di Trimalchione, Fortunata), costruttore impegnato nella realizzazione del maestoso monumento funebre di Trimalchione, quest'ultimo decide d'inscenare il proprio funerale, costringendo tutti gli astanti ad agire e comportarsi come se fossero stati invitati al suo banchetto funebre; i giovani, disgustati dal grottesco spettacolo, approfittano della confusione per fuggire.
Capitoli 79-98