Con letteratura latina del periodo 192 - 395 si intende un periodo della storia della letteratura latina il cui inizio è convenzionalmente fissato alla morte dell'Imperatore romano Commodo (nel 192 d.C.) e la cui fine è identificata con la morte dell'Imperatore Teodosio I, ultimo a regnare su un impero unificato (nel 395 d.C.). Faceva parte del cosiddetto periodo della decadenza, chiamato anche imperiale.
Contesto storico e caratteristiche letterarie
Lingua
Produzione Diritto
Filosofia e politica
Poesia
Uno dei maggiori poeti dell'epoca fu Decimo Magno Ausonio. Le sue opere sono solo oggi lodate dai critici contemporanei, ma al tempo di Ausonio erano considerate poco originali pur essendo scritte in modo scorrevole e chiaro: per questo non rientra tra i più apprezzati autori della letteratura latina. Il poema Mosella, minuzioso resoconto di viaggio in versi, è considerato da molti il suo capolavoro, ma ha scritto anche molti epigrammi in memoria dei parenti defunti e epitaffi, come i Parentalia. Scrisse inoltre un'orazione dedicata a Graziano, lettere in versi e in prosa che furono dirette e redatte da Paolino di Nola e diverse altre cose in diversi altri generi.
Tra i panegiristi è da ricordare Claudio Mamertino, noto soprattutto per il panegirico che dedicò all'imperatore Giuliano per ringraziarlo per il conferimento del consolato, giuntoci incluso tra i Panegyrici latini.
Retorica
Storiografia e biografie storiche
L'opera storica di questo periodo di importanza maggiore fu senz'altro la Res gestae dello storico greco-siriano Ammiano Marcellino, che decise, dopo un lungo periodo di militanza come ufficiale dell'esercito, di trasferirsi a Roma, dove morì attorno all'anno 400. Nella Città Eterna scrisse il suo capolavoro Rerum gestarum libri XXXI, pervenutoci purtroppo in forma incompleta. Quest'opera, serena, imparziale, vibrante di profonda ammirazione per Roma e la sua missione civilizzatrice, costituisce un documento di eccezionale interesse, dato il delicato e tormentato momento storico preso in esame (dal 354 al 378, anno della battaglia di Adrianopoli).
È da menzionare, inoltre, tra gli epitomatori anche Eutropio, autore del Breviarium ab Urbe condita. L'opera, in dieci libri, è un compendio della storia romana, dalla fondazione della città fino alla morte di Gioviano, avvenuta nel 364. L'attenzione dell'autore è concentrata più agli avvenimenti di politica estera, alle campagne e alle guerre di conquista, che alla politica interna. Gli ultimi quattro libri, dedicati alle vicende imperiali, offrono, però, interessanti ritratti dei sovrani. Le fonti utilizzate da Eutropio sono varie: da Tito Livio e Svetonio, fino a cronache a noi non pervenute e ai ricordi personali dell'autore. Lo stile, generalmente imparziale, è semplice e chiaro, rendendo l'opera accessibile a tutti e contribuendo al suo enorme successo. Essa, infatti, non soltanto fu usata come testo di iniziazione al latino nelle scuole (come ancora oggi accade), ma suscitò tanto interesse che fu ampliata a più riprese (fino all'età di Giustiniano da Paolo Diacono e, successivamente, fino al tempo di Leone l'Armeno da Landolfo Sagace nella Historia Miscella) e ne vennero eseguite traduzioni anche in greco (quella di Capitone Licio è perduta, mentre rimane pressoché completa quella di Peanio).
Per quanto riguarda il genere delle biografie storiche è senz'altro da menzionare la Historia Augusta, una raccolta di biografie di imperatori e usurpatori romani comprendente l'arco di tempo che va da Adriano a Numeriano. Sia pur con qualche considerevole lacuna, fra le quali si segnala per estensione quella relativa agli anni 244-253, essa è l'unica fonte letteraria continua per questo periodo, il cui contenuto coincide a volte con quello di epigrafi e di altro materiale documentario pervenutoci e quindi, pur con tutti i suoi limiti, è di interesse considerevole. Pur sembrando che la Historia Augusta sia un insieme di vite redatta da sei scrittori differenti - rispondenti ai nomi di Elio Sparziano, Giulio Capitolino, Vulcacio Gallicano, Elio Lampridio, Trebellio Pollione e Flavio Vopisco - indirizzata a cesari e imperatori dell'età dioclezianeo-costantiniana, come si evince dalle dediche, tuttavia una serie di incongruenze, anacronismi, falsificazione di dati, termini tecnico-amministrativi e nomi di personaggi riconducibili e in auge in epoche più tarde, dà adito a una serie di perplessità e forti dubbi non soltanto sulla paternità dell'opera stessa, ma anche sull'attendibilità del suo contenuto, sui destinatari dell'opera e conseguentemente sulla data di composizione. La maggioranza degli studiosi moderni ritiene che i nomi dei sei Scriptores fossero tutti fittizi e che il lavoro fosse stato composto da un singolo autore, all'epoca di Teodosio I. L'opera, nel complesso, si presenta come cronaca della vita, soprattutto privata, degli imperatori, aderendo al modello svetoniano, a cui si era già ispirato Mario Massimo, discostandosene quest'ultimo per aver messo in netta preminenza, rispetto al dato storico a cui invece si atteneva Svetonio, il lato privato e domestico, il pettegolezzo di corte, fine a sé stesso, sino alla calunnia: in merito vedasi il trattamento, per aver tolto ai senatori il comando delle legioni affidandolo al ceto equestre, riservato a Gallieno, buon imperatore secondo altre fonti. Pertanto l'autore (o gli autori) della Historia Augusta pur prendendo le mosse da Svetonio, nello sviluppo delle argomentazioni fa riferimento, si basa e segue Mario Massimo, citato come fonte ben 18 volte e della cui opera non ci rimane altro. L'opera è espressione dell'opposizione senatoria all'istituto imperiale del quale si dà una rappresentazione ora banalizzata, con l'indugiare su particolari a volte esageratamente falsi e in ogni caso tendenziosi, che riguardano la vita privata dei singoli imperatori, ora un resoconto a fosche tinte con descrizioni aventi per oggetto la crudelitas, l'ebrietas e tutta la sequela delle umane aberrazioni. La controprova che il filo conduttore dell'opera sia da ricercare nell'avversione all'istituto imperiale sta nel fatto che pochi imperatori, come Settimio Severo e Marco Aurelio Probo sono oggetto di lodi, lodi che danno agli autori (o all'autore) occasione di parlare di un ritorno dei vecchi tempi, sotto forma di laudatio temporis acti (rimpianto del tempo passato), di quella res publica romana dei tempi d'oro, quando a decidere delle sorti dello stato era la prestigiosa classe senatoria e non il capriccio o l'estrosità, come spesso è dato leggere in quest'opera, degli odiati imperatori: sotto i sopra detti imperatori, lodati per il loro comportamento deferente nei confronti del senato, persino i rigidi appartenenti alla gens Catoniana, dice l'autore della Historia Augusta, sarebbero stati lieti di vivere.
Principali autori del periodo
Ammiano Marcellino
Non si conosce né la sua data di nascita né quella di morte con precisione. Nato forse ad Antiochia, in Siria,«His birthplace was almost certinly the syrian city of Antioch...» cit. da David Rohrbacher, The Historians of Late Antiquity, Londra-New York, Routledge, 2002, p. 14 in una zona in cui si parlava prevalentemente la lingua greca, intraprese la carriera militare. Pur autodefinendosi «Militare e greco» nelle sue StorieAmmiano Marcellino, Rerum gestarum libri, XXXI, 16, 9, allo stesso tempo si sentì sempre e profondamente romano, convinto come pochi altri della missione civilizzatrice di Roma e del suo impero. Fu testimone oculare, in quanto soldato, di numerosi avvenimenti bellici, come l'Assedio di Amida (359) ad opera dei Persiani di Sapore II, e la campagna sasanide di Giuliano. Lasciato definitivamente il servizio attivo nell'esercito risiedette ad Antiochia e in altre città dell'Oriente romano (fra cui, per un breve periodo, anche ad Atene), fino a quando, attorno al 380, si trasferì a Roma. Quivi trascorse il resto della sua esistenza, occupandosi della redazione del proprio capolavoro (Res Gestae) e della diffusione dei suoi contenuti mediante letture pubbliche, il cui successo provocò l'ammirazione di Libanio che, nella già citata epistola del 392, inviata da Antiochia, ebbe parole di elogio per lo storico. Non si conosce con certezza né il luogo né l'anno della morte di Ammiano. Secondo alcune fonti Ammiano sarebbe stato ancora in vita nel 397, anno in cui, verosimilmente, terminò di scrivere le Res Gestae,Pierre-Marie Camus, Ammien Marcellin, Parigi, Les Belles Lettres, 1967, p. 18; Ronald Syme, Ammianus and the Historia Augusta, Oxford at The Clarendon, Oxford University Press, 1968, p. B (introduzione), secondo altre, non sarebbe probabilmente deceduto prima del 400.<ref>Per l'Enciclopedia Treccani l'ultima parte della Res gestae fu scritta con ogni probabilità fra il 397 e il 400. Cfr. lEnciclopedia Italiana di scienze, lettere ed arti, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, Ed. 1949 (ristampa integrale fotolitica dei 35 volumi pubblicati fra il 1929 e il 1936), Vol. II, p. 989</ref>
I libri della sua storia giunti fino a noi riguardano gli anni 353 - 378 e costituiscono la fonte più affidabile ed importante del periodo in essa esaminato. Tale opera, nota sia con il titolo latino di Res Gestae (da non confondere tuttavia con le Res gestae divi Augusti) sia con quello di Storie, fu scritta dopo il trasferimento dello storico a Roma agli inizi degli anni ottanta del IV secolo e divulgata tramite letture pubbliche, come già si è accennato, nel decennio successivo. In essa venivano prese in esame le vicende dell'impero romano dall'ascesa di Nerva (96) alla morte di Valente nella Battaglia di Adrianopoli (378). Tale Storia, nelle intenzioni dell'autore, doveva costituire la continuazione del lavoro portato a termine circa tre secoli prima da Tacito. Le Rerum Gestarum Libri XXXI si articolavano originalmente, come appare evidente dal titolo, in trentuno libri, ma i primi tredici sono andati perduti. I rimanenti diciotto libri riguardano il periodo compreso dal 353 al 378. Nell'insieme è stata ed è tuttora considerata un'opera di eccezionale valore storico e documentario e un resoconto libero, completo ed imparziale degli eventi, scritti da un protagonista dotato di onestà intellettuale, preparazione militare, giudizio indipendente e ampie letture. Gli studi recenti hanno anche messo in luce la forza retorica della sua narrazione.
Benché Ammiano fosse un pagano, egli, nella sua opera, scrive del Cristianesimo senza alcuna animosità. Lo stile di Ammiano, molto elaborato, spesso ricercato, e non sempre di agevole interpretazione, presenta tuttavia, come si è già accennato, un notevole vigore retorico e una grande espressività. Dobbiamo a tale proposito ricordare che la sua opera era stata progettata per una pubblica lettura e che questa richiedeva spesso l'uso dei necessari abbellimenti retorici, anche a scapito, talvolta, della linearità narrativa. Alcune costruzioni e locuzioni utilizzate da Ammiano tradiscono inoltre lingua e formazione elleniche. Ammiano, benché militare di carriera, è riuscito ad analizzare con notevole spirito critico i problemi sociali ed economici che travagliavano il mondo romano del tempo. Il suo approccio verso le popolazioni non-Romane dell'impero è stato generalmente contraddistinto da una maggiore tolleranza e flessibilità di quello di altri storici che lo avevano preceduto. Di grande interesse risultano le sue digressioni sui vari paesi visitati sia come militare, sia come privato cittadino, dopo aver lasciato, all'età di circa quarant'anni, il servizio attivo nell'esercito.
Decimo Magno Ausonio