Biografia Storia familiare e infanzia Ai primi del XVIII secolo, il giovane pope serbo Grigorij Kibal'čič, leader di una banda di cetnici, in fuga sulle montagne dopo una serie di rovesci subiti nel corso della guerriglia con l'esercito ottomano, emigrò con la moglie e il figlioletto Aleksandr in Ucraina. Aveva studiato teologia a Kiev e, conoscendo sia la lingua sia il territorio, poté stabilirsi nel governatorato di Černigov senza alcun problema.Attualmente solo una porzione di questo territorio è parte integrante dell'Oblast' di Černihiv, mentre il resto è stato annesso alla Russia quando dopo la Rivoluzione d'Ottobre furono aboliti i vecchi governatorati e ci fu una ridefinizione amministrativa complessiva di quello che era stato l'impero degli zar. Da allora i Kibal'čič perpetuarono la tradizione sacerdotale e ogni generazione vide uscire dal proprio seno almeno un pope, ma non mancarono avvocati, insegnanti, ingegneri e, verso la fine del XIX secolo, perfino un archeologo, direttore del Museo delle antichità di Kiev. Era del resto, quella del religioso, una professione che offriva innegabili vantaggi, soprattutto economici. Il reddito era buono e in più il pope di una comunità riceveva un apprezzamento terriero, qualche animale da fattoria, un aiuto nelle faccende domestiche, e regali di varia natura dai fedeli in occasione delle tante festività liturgiche.

Ivan Il'ič Kibal'čič, ucraino di quinta generazione, inizialmente non volle seguire le orme del padre Il'ja, del nonno Nikita, e del bisavolo Aleksandr, e all'onere d'impartire i sacramenti preferì l'attività di maestro rurale. Era uomo dai molti interessi, che spaziavano dal canto agli scacchi, dalla lettura dei classici allo studio delle lingue, e che annoverava tra gli amici e i conoscenti intellettuali come l'editore Grebënka (1812-1848), il poeta e traduttore Kykol'nik (1809-1868), e il celeberrimo Gogol'.

Frequentando a Černigov la biblioteca del suo amico intimo Pëtr Sil'čevskij, Ivan conobbe una lontana parente di questi, Varvara Maksimovna Ivanickaja, se ne innamorò e la sposò. Poiché le entrate di un maestro di campagna non erano sufficienti a consentirgli di mantenere una famiglia, si fece ordinare sacerdote e andò a svolgere il suo ministero a Korop.Cittadina, all'epoca dell'Impero russo, del Governatorato di Černigov, e poi dell'Oblast' di Černihiv. Qui, sul terreno che gli era stato destinato, costruì una casa in legno a un piano e di cinque stanze, che riempì presto di bambini. Nell'ordine gli nacquero: Stepan, Ol'ga, Ekaterina, Tat'jana, Fëdor, e Nikolaj, che vide la luce il 31 ottobre del 1853.Le date sono tutte rese secondo il moderno calendario gregoriano.Vasilij I. Ivaščenko, Arkadij S. Kravec, Nikolaj Kibal'čič, Mosca, 1995, I. cap.

Poco tempo dopo aver messo al mondo Nikolaj, Varvara Maksimovna si ammalò di tubercolosi e, quando nel 1857 non riuscì più ad alzarsi dal letto, decise di tenere i figli a distanza per timore di contagiarli. A soffrire particolarmente la situazione che s'era venuta a creare in famiglia fu il figlio più piccolo, finché nonno Maksim, che nel corso delle ripetute visite alla figlia malata aveva stretto un forte legame con lui, non lo portò a vivere con sé a Mezin, un villaggio distante da Korop una trentina di chilometri, così da risparmiargli l'agonia della madre.

Maksim Petrovič Ivanickij era uno spirito libero, scevro da pregiudizi, e pur di restare fedele a sé stesso non esitò a sfidare la famiglia e la società, entrambe benpensanti. Brillantemente condotti a termine gli studi al seminario e in procinto di entrare all'Accademia teologica di Kiev, partì invece con una compagnia di attori itinerante. Di passaggio a Poltava, fu raggiunto dal padre che, al suo diniego di tornare a casa, si rivolse al vescovo. Costretto a cedere, Maksim accettò di impiegarsi come cantore e, più tardi, di fare il maestro a mezzo servizio nella scuola parrocchiale di recente costruzione.

Il lavoro didattico lo impostò in modo da catturare l'interesse degli allievi. Accanto alle consuete lezioni, soleva infatti introdurre argomenti legati alla vita quotidiana e chiamare alla discussione. In poco tempo a queste conversazioni cominciarono a parteciparvi i contadini anziani di Mezin, e a quel punto i temi affrontati assunsero sfumature più politiche, e inclusero i decabristi, la rivolta di Pugačëv, le poesie libertarie di Ševčenko, gli scritti satirici di Gogol'.

Ivanickij aiutava come poteva gli abitanti del villaggio, che conosceva tutti per nome grazie alla formidabile memoria, e i giovani, anche per questo, lo consideravano una guida morale dall'indiscussa autorità, alternativa a quella religiosa. Un tale stato di cose non poteva permanere a lungo senza mettere in allarme il pope, depositario del potere spirituale ufficiale, che elencò al vescovo, in una lettera di biasimo, tutte le manchevolezze di Maksim, cantore e maestro troppo spesso dimentico di Dio, della Chiesa e dei Santi. Il vescovo agì immediatamente contro Ivanickij, e lo condannò a un anno di reclusione nel monastero Eleckij-Uspenskij di Kiev. Quanto alla scuola parrocchiale, nominò in sua vece la cognata del pope. La donna introdusse le punizioni corporali, e cancellò sia le chiacchierate in coda alle lezioni sia le prove del coro, divenute con Ivanickij un mezzo di diffusione di canzoni popolari dall'accento nazionalista. Al nuovo corso inaugurato nella scuola, i ragazzi risposero con l'abbandono in massa.

Maksim sarà rinchiuso in monastero ancora nel 1847, in seguito alla repressione della confraternita dei santi Cirillo e Metodio, una società segreta ucrainofila e favorevole all'abolizione della servitù della gleba fondata dallo storico Kostomarov, cui alcune lettere l'avevano associato. Ma il vescovo non si fermò qui. Approfondì la questione e, trovandola di pertinenza più poliziesca che spirituale, girò il caso di Maksim alla gendarmeria, fortunatamente senza conseguenze per Ivanickij.Ibid, II cap.

Nikolaj Kibal'čič visse con suo nonno gli anni dell'infanzia, dalla fine del 1857 alla primavera del 1864. Ivanickij esercitò su di lui una grande influenza, ne curò lo sviluppo morale, intellettuale e fisico. Quando Nikolaj aveva tre anni, uno spavento preso a contatto con il fuoco — una paura destinata a scomparire — lo aveva indotto a balbettare. Maksim, non appena lo ebbe al suo fianco, si preoccupò di farlo visitare da uno specialista di Černigov che, con una terapia mirata alla rieducazione del linguaggio, lo guarì dal difetto di pronuncia, anche se la sua parlata sarebbe stata sempre lenta, un po' strascicata. Fu il nonno a insegnargli il francese, lingua cui Nikolaj era stato avviato dalla madre all'età di due anni, e il tedesco, a trattare con lui argomenti ostici da pari a pari, non ravvisando nella tenera età un ostacolo alla comprensione. E fu ancora il nonno a istruirlo nei lavori di falegnameria, nel nuoto e nella pesca, a ispirargli l'amore per la natura e le persone, a fargli toccare con mano la miseria, l'arretratezza e la sofferenza dei contadini del villaggio, relegati ai margini della vita fin da bambini.

Giunto il momento d'iscrivere Nikolaj a scuola, Ivanickij prese la dolorosa decisione di separarsi dall'amato nipote, e lo affidò a suo fratello Markel, pope al villaggio di Konjatin,Villaggio nel distretto di Sosnica, Oblast' di Černihiv. volendo sottrarlo al rigoroso sistema educativo della maestra di Mezin. Ma nel volgere di qualche mese, la scuola parrocchiale assunse una nuova insegnante, una giovane donna che si lasciò consigliare da Maksim, il cui ricordo come maestro non s'era affievolito nella sparuta comunità, e l'anno successivo Nikolaj era di nuovo a Mezin, per diplomarsi nella primavera del 1864.V. I. Ivaščenko, A. S. Kravec, op. cit., II cap.

Gli studi superiori

Il liceo Tornò quindi a Korop dove il padre preparò lui e il suo amico d'infanzia Dmitrij, rampollo di Pëtr Sil'čevskij, agli studi superiori nel liceo di Novgorod-Severskij. Ad agosto i due ragazzi, accompagnati da Ivan Kibal'čič, erano sul posto, pronti a intraprendere l'esperienza ginnasiale. Ma pochi giorni dopo, Nikolaj assistette a un episodio di bullismo da parte di uno studente delle ultime classi ai danni di una matricola e, non tollerandolo, sferrò un pugno all'aggressore. Il preside, che non poteva sanzionare il prepotente nipote di un ufficiale di polizia, convocò Ivan, ancora in città, e gli suggerì di ritirare dall'istituto Nikolaj di sua iniziativa, in modo da evitare l'espulsione. Ivan iscrisse allora, come esterno, il figlio alla scuola religiosa di Novhorod-Sivers'kyj e lo sistemò in un appartamento con altri studenti.

Kibal'čič integrava l'apprendimento delle discipline scolastiche — greco, latino, catechesi, liturgia, lingua russa, e aritmetica — con lo studio dei fuochi d'artificio. Lesse molto sull'argomento e presto passò dalla teoria alla pratica, divertendo, quando era in licenza, amici e parenti con i suoi giochi pirotecnici. Trascorreva le vacanze natalizie e pasquali dal padre a Korop, e quelle estive dal nonno (fino alla morte sopravvenuta intorno al 1869-1870) a Mezin. La religione, che tanto spazio aveva nella sua istruzione, divenne il fulcro delle colte conversazioni che teneva con il nonno e, meditando sulle sue logiche argomentazioni, convenne con lui che l'idea di Dio non ha un fondamento concreto.

Nel 1867 terminò la scuola religiosa e chiese al padre di poter concludere al liceo il corso di studi superiori, ma non fu accontentato e dovette continuarli al seminario teologico di Černigov. Nel frattempo i loro rapporti si erano fatti tesi. Nikolaj accusava il padre di essere un ateo travestito da credente per opportunismo, di ingannare consapevolmente i parrocchiani per avere il proprio tornaconto personale in forma di reddito, e di non aver remora ad accettare dalla povera gente che credeva alle sue parole, cibo e denaro. La rottura si produsse durante l'estate del 1869. Ivan Kibal'čič cacciò il figlio da casa con la solenne promessa che non gli avrebbe più dato un rublo, ma fu appunto questa circostanza a consentire al ragazzo di defilarsi dal seminario. In autunno, infatti, la retta non fu pagata e Kibal'čič poté tornare a Novhorod-Sivers'kyj, superare l'esame d'ammissione, iscriversi alla sesta e penultima classe e riabbracciare Dmitrij, l'amico di sempre. Ciò era stato possibile grazie ai buoni auspici di Pëtr Sil'čevskijč che, avendo caldamente raccomandato Nikolaj al maresciallo della nobiltà Sudienko come precettore dei figli, gli aveva permesso di pagarsi gli studi e garantito un alloggio nel palazzo del nobiluomo.Ibid, III cap.

Nel liceo governava l'arbitrio dell'ispettore scolastico, che nella conduzione dell'istituto aveva sostituito il preside, alcolista cronico, e dei docenti, poco attenti alla deontologia professionale. Kibal'čič ebbe uno screzio con l'insegnante di teologia, l'arciprete Pëtr Chandažinskij. Il consiglio d'istituto aveva deciso di occupare il tempo libero degli studenti con qualcosa che potesse contrastare il dilagare delle idee radicali, e creò un circolo filosofico con la speranza che le lezioni ivi tenute li rinsaldassero nell'ortodossia. Nel corso di uno di questi incontri, Chandažinskij disse che la Terra aveva settemilatrecentosettantanove anni di vita, come sostenuto dal racconto biblico. L'affermazione indignò Kibal'čič. Si alzò in piedi e dichiarò che i musei di storia naturale esponevano le prove geologiche che la Terra esisteva da almeno qualche milione di anni. Nell'aula subentrò il caos: gli studenti spalleggiarono Kibal'čič e l'arciprete se ne andò furioso. L'episodio segnò la fine del circolo filosofico.