L'assalto al treno portavalori Venezia-Milano è un fatto di cronaca italiana avvenuto nei pressi di Vigonza la sera del 13 dicembre 1990, quando Felice Maniero, insieme ad alcuni suoi complici della mafia del Brenta, rapinarono il vagone postale del Diretto 2628 Venezia-Milano.

Durante la rapina venne fatta esplodere una potente carica esplosiva, la cui deflagrazione causò il ferimento di tredici persone e la morte della studentessa universitaria trevigiana Cristina Pavesi, che in quel momento viaggiava a bordo del Locale 2882 Bologna-Venezia, in transito parallelamente al convoglio preso d’assalto.

La progettazione della rapina Non è chiaro come sia maturato nell'intenzione di Felice Maniero il progetto della rapina al treno portavalori. Esistono a questo proposito due versioni discordanti:

La prima è quella di Fausto Donà, storico sodale di Maniero, resa in data 16 aprile 2008 durante un'udienza del cosiddetto "processo Rialto". Secondo Donà l'idea sarebbe venuta a lui stesso in seguito a una confidenza fattagli da un certo Bonato mentre si trovavano entrambi in carcere a Belluno; costui avrebbe riferito a Donà che da Venezia partiva regolarmente un treno carico di molto denaro..

La seconda versione è quella di Ottorino Tasinato, un confidente della polizia. Secondo il suo racconto, l'idea venne nell'autunno del 1989 a Giampaolo Manca, uno degli esponenti veneziani della mafia del Brenta. Una sua sorellastra, infatti, all'epoca titolare di un albergo a Venezia, aveva saputo che c'era un ispettore postale disposto a collaborare col sodalizio criminale e a fornire, in cambio di una parte del bottino, le informazioni necessarie per portare a termine con successo una rapina: orari dei treni portavalori, turni dei lavoranti, entità dei valori caricati a bordo. Manca ne aveva parlato a Maniero che poi, però, gli aveva rubato l'idea senza coinvolgerlo..

Di certo, in tutta questa parte della ricostruzione storica, c'è solo che una "talpa" all'interno dell'amministrazione postale c'era di sicuro: il treno 2628 Venezia-Milano del 13 dicembre 1990, infatti, non avrebbe dovuto trasportare un grosso quantitativo di denaro. Solo all'ultimo momento i pacchi valori del Credito Italiano che sarebbero dovuti partire il 12 dicembre col treno 2670 Trieste-Torino furono invece caricati sul Diretto 2628 del giorno dopo, e un'informazione così riservata poteva essere conosciuta solo da un interno dell'amministrazione postale..

L'assalto al treno La dinamica della rapina al Diretto Venezia-Milano è oggi sufficientemente chiara. Il commando era composto da sei persone: Felice Maniero, Andrea Zampieri, Fausto Donà, Giulio Maniero, Paolo Pattarello e Gilberto Sorgato.. Felice Maniero e il suo complice Paolo Pattarello salirono a Mestre sul Diretto Venezia-Milano, mentre gli altri quattro, a bordo di auto rubate, si portavano nei pressi della linea ferroviaria in località Barbariga di Vigonza, al km 238+350, in prossimità del ponte che sovrasta il canale Tergola, un corso d'acqua che si origina da acque di risorgiva nelle paludi di Onara e sfocia nel Naviglio del Brenta in località Stra.. Si trattava di una zona rurale scarsamente antropizzata a una decina di chilometri a est di Padova.

Sul Diretto 2628 Venezia-Milano in corsa verso la stazione di Padova, Maniero e il suo complice presero posto nella carrozza passeggeri più vicina alla motrice. Non si trattava di un vagone direttamente agganciato alla locomotiva perché tra questa e la carrozza occupata dai due criminali era presente il vagone postale portavalori che trasportava corrispondenza e valuta. Si trattava di una carrozza postale del tipo “1970 X Serie UMIz”. allestita come un vero e proprio ufficio, occupata da due impiegati delle Poste e da due agenti di Polizia in servizio di scorta.

Giunti in corrispondenza della zona rurale situata oltre il piccolo abitato di Barbariga di Vigonza, avvertiti da un segnale luminoso effettuato dai loro complici appostati nei pressi della linea ferroviaria, Maniero e Pattarello entrarono in azione: tirato il freno d’emergenza, fecero arrestare il convoglio poco più avanti. Scesi dal treno, i due rapinatori, nel frattempo raggiunti dagli altri quattro, con la minaccia delle armi (pistole, fucili semiautomatici e addirittura un fucile Kalashnikov). fecero scendere i due macchinisti e poi iniziarono a sparare in aria e a bersagliare il vagone postale con numerosi colpi d’arma da fuoco, per intimidire i poliziotti e tutti i passeggeri del treno. Per aumentare lo spavento e neutralizzare la possibile reazione degli agenti di scorta, fecero esplodere una piccola carica di esplosivo al plastico (del tipo C-4, in dotazione alle forze armate NATOI giornali dell'epoca parlarono erroneamente di "tritolo" o dell'uso di un "bazooka". Si vedano gli articoli usciti il 14 dicembre 1990 su "l'Unità" e su "La Stampa" riportati in ) applicato alla parete esterna del vagone, producendo sulla lamiera uno squarcio di una quarantina di centimetri di diametro. A quel punto, i quattro occupanti la carrozza postale scesero dal treno dalla parte opposta rispetto a quella dove si trovava la banda di malviventi: i due poliziotti mettendosi al riparo dell’argine del canale Tergola, i due impiegati risalendo sul treno qualche carrozza più indietro. Avendo ottenuto campo libero, Maniero decise allora di forzare la saracinesca del vagone postale per entrarvi e rubare i valori in esso contenuti: avrebbe applicato una carica di C-4 maggiore rispetto a prima.

Mentre accadeva tutto questo, il treno locale 2882, proveniente dalla direzione opposta, stava per transitare accanto al treno bloccato in mezzo alla campagna. Il macchinista era stato avvisato, tramite il telefono di bordo, del fatto che avrebbe incrociato un treno fermo. In questi casi il protocollo prevedeva di procedere lentamente, senza superare i 30 km/h. Arrivato sul posto qualche minuto prima delle 18:30, il macchinista del Locale 2882 scorse una lanterna rossa agitata da una persona sporta dal finestrino di uno dei vagoni: era il capotreno del Diretto 2628. Come da regolamento in questi casi, il macchinista arrestò il treno per poter parlare con il collega. Appena dopo che il treno 2882 Bologna-Venezia si fu fermato, risultando così affiancato al 2628 Venezia-Milano, il C-4 applicato da Maniero alla parete del vagone postale esploseSi è molto dibattuto sul fatto se Maniero si fosse accorto o no che, mentre lui applicava l'esplosivo, stava sopraggiungendo un altro treno, così da rendersi conto che la sua azione stava diventando pericolosa per i passeggeri del Locale Bologna-Venezia che si fossero trovati accanto al luogo dell'esplosione. A tal proposito appare impossibile stabilire con certezza come siano andate le cose. Da un lato, Maniero, nel 1995, davanti agli inquirenti della Direzione Distrettuale Antimafia di Venezia, dichiarò di non essersi accorto, durante le fasi concitate della rapina, dell'arrivo del Locale Bologna-Venezia. Dichiarazione, questa, smentita il 4 luglio 2008 da Gilberto Sorgato il quale, davanti al giudice che lo interrogava durante un'udienza del processo "Rialto", fornì una versione diversa dei fatti. Per lui, a piazzare l'esplosivo fu Andrea Zampieri prima che arrivasse l'altro treno. Ma fu Maniero a costringerlo ad accendere la miccia, minacciandolo di morte, quando Zampieri si mostrò titubante avendogli Sorgato fatto notare che dall'altra parte del vagone postale era sopraggiunto un altro treno e c'era quindi il pericolo di fare del male a qualcuno. Su questo, cfr. .. La deflagrazione fu talmente potente da scardinare anche la parete opposta del vagone, adiacente al treno appena sopraggiunto, proiettando verso la carrozza passeggeri affiancata una fitta nuvola di schegge di metallo e vetro che colpì in pieno i passeggeri. Tredici persone rimasero ferite in modo più o meno grave e Cristina Pavesi, seduta nel posto più direttamente investito dall’esplosione, riportò gravissime lesioni alla testa e a una gamba, morendo dopo alcuni minuti di agonia, inutilmente assistita da un medico casualmente presente sul treno Venezia–Milano che aveva tentato di soccorrerla. – Si veda anche – Questa seconda sintesi presenta numerose inesattezze: la data della rapina è indicata al 14 dicembre, i complici a terra si dice siano cinque, si parla di un inesistente bazooka e di un inverosimile piazzamento del C-4 col treno in corsa.

Mentre ciò avveniva sul treno diretto a Venezia, Maniero e i suoi complici, saliti sul vagone postale, si impossessarono dei valori in esso contenuti e fuggirono a piedi, dileguandosi nel buio della campagna circostante.

Le indagini e il processo Le indagini degli inquirenti si concentrarono inizialmente sulla raccolta di elementi utili a ricostruire la dinamica dei fatti e a identificare i responsabili.. Furono innanzitutto esaminati i reperti rinvenuti sul luogo dell’assalto al treno e nelle immediate vicinanze. Tra i reperti furono rinvenuti i bossoli dei colpi esplosi, le due automobili rubate utilizzate dai complici per recarsi sul posto, il soprabito marrone indossato da uno dei rapinatori saliti sul treno Venezia–Milano, guanti in lattice arrotolati alla rovescia (come accade quando vengono sfilati rapidamente), nonché passamontagna e berretti.

Due di questi indizi orientarono immediatamente gli investigatori verso la banda di Maniero: solo una potente organizzazione criminale poteva infatti procurarsi armi come quelle utilizzate durante la rapina, e le due auto rubate erano entrambe Saab 9000 Turbo, un modello che gli investigatori sapevano essere un’ossessione di Andrea Zamattio, uno dei fedelissimi di Maniero. L’ipotesi che si trattasse di delinquenti veneti risultava ulteriormente avvalorata dalla testimonianza dei passeggeri, che dichiararono di aver udito i rapinatori parlare tra loro con un riconoscibile accento veneziano. Tuttavia, occorrevano prove più solide e conclusive.

Per prima cosa fu stilata una lista di persone con precedenti specifici e, già nella serata del 13 dicembre, quattro soggetti vennero fermati e sottoposti alla prova dello stub. Tra i fermati vi era anche Paolo Pattarello, uno degli autori della rapina. Il raggruppamento carabinieri investigazioni scientifiche di Roma consegnò la relazione con gli esiti degli accertamenti il 18 dicembre, ma il responso non fu favorevole agli investigatori: non era possibile affermare con certezza che alcuno dei quattro indagati avesse fatto uso di un’arma da fuoco la sera del 13. Evidentemente, l'uso dei guanti e un energico lavaggio delle mani aveva preservato Pattarello dall'essere scoperto. Anche gli esami del DNA effettuati su alcuni capelli rinvenuti all’interno dei passamontagna e dei berretti sequestrati non fornirono esiti conclusivi. In sintesi, vi erano numerosi indizi, ma nessuna certezza. Le indagini, protrattesi per circa due anni, non riuscirono a costruire un impianto probatorio solido.

Per giungere a una svolta nell’accertamento dei fatti, si dovette attendere la celebrazione del cosiddetto Processo Rialto, avviato nel marzo del 2007. Si trattò del secondo maxiprocesso contro la mafia del Brenta, successivo a quello conclusosi nel dicembre del 1996, che non aveva ancora consentito di chiarire la dinamica della rapina al treno portavalori del 13 dicembre 1990 né le responsabilità sull’uccisione di Cristina Pavesi. In effetti, solo dopo il novembre 1994, quando Maniero iniziò a collaborare con la giustizia, fornendo numerosi dettagli sulle attività criminali dell’organizzazione da lui fondata e diretta per anni, gli investigatori riuscirono a far luce su molti degli episodi attribuiti alla mafia del Brenta.