Il libro bianco (, ) è un poema narrativo in 65 frammenti della scrittrice sudcoreana Han Kang, pubblicato in Corea del Sud nel 2016.

L’opera unisce elementi di prosa poetica, autobiografia e saggio lirico, indagando il tema della perdita e della memoria attraverso la metafora del colore bianco.

Il libro, pubblicato in oltre 20 lingue, è uscito in Italia nel 2025 per i tipi di Adelphi, nella traduzione di Lia Iovenitti.

Storia editoriale Nel percorso letterario di Han Kang, la produzione di questo testo si colloca dopo le sue opere più note, La vegetariana (2007), L'ora di greco (2011) e Atti umani (2014).

Dopo la pubblicazione di quest'ultimo libro, tra agosto e dicembre 2014, desiderando un periodo di riposo, l'autrice accetta un soggiorno di quattro mesi a Varsavia nell'ambito di una residenza letteraria. I primi due capitoli de Il libro bianco nascono qui.

L’esperienza nella capitale polacca, devastata dalla Seconda guerra mondiale e mai nominata esplicitamente nel testo, stimola riflessioni sulla memoria, il lutto e il trauma storico. La morte della sorella maggiore di Han Kang poche ore dopo la nascita viene collegata a questo contesto, intrecciando dolore personale e trauma collettivo.

La motivazione diretta per la scrittura, come rivelato dalla stessa Han Kang, oltre all'ambiente circostante, è l'osservazione specifica della "cultura del lutto pubblico" di Varsavia: la vista di monumenti, fiori e candele in strada dedicati ai caduti diventa ispirazione per una riflessione alle "persone morte senza essere compiante" nella complessa storia moderna, di cui fanno parte anche i protagonisti del precedente Atti umani.

La scelta tematica, il colore bianco, viene precisata dall'autrice nella spiegazione del suo significato nella lingua coreana, espresso da due termini: hayan, che descrive il bianco puro, e huin, che evoca un intreccio di vita e morte.

Il libro, chiarisce Han Kang, si concentra su questo secondo concetto, ponendo il bianco come metafora della fragilità della vita, della perdita e della memoria. Attraverso la quotidianità, l’osservazione della città e la riflessione sulla propria esperienza familiare, l'autrice costruisce un’opera in cui la scrittura diventa strumento di restituzione e di presenza, oltre che meditazione sul lutto, e una sorta di preghiera.

Come lei stessa dichiara, la sua intenzione è di "trovare un modo di parlare di quel passato morto per partecipare alla conversazione tra gli esseri viventi."

Struttura

L’opera è articolata in 65 frammenti suddivisi in tre sezioni principali: Io, Lei e Tutto il bianco. Il flusso è meditativo, non segue una narrazione lineare. Attraverso il filo conduttore del colore bianco, l'autrice riflette sul dolore, la perdita e il recupero.

Io: la sezione si apre con una lista di oggetti bianchi, come fasce per neonati, nebbia, latte materno. La narratrice dichiara la funzione lenitiva della scrittura, racconta la morte della sorellina maggiore a poche ore dalla nascita e il parto della madre che, dopo averla data alla luce prematuramente e amorevolmente coperta con un panno bianco per neonati, la supplica inutilmente di non morire.Han Kang ha dichiarato che la frase finale del quinto capitolo del libro Atti umani, pronunciata da Seon-ju, "Non morire. Solo questo, non morire", sarebbe stata ispirata da questo episodio raccontatole dalla madre. Cfr.: Lei, declinato in terza persona, è il tentativo della narratrice di vedere il mondo attraverso gli occhi della sorella, se fosse sopravvissuta, prestarle la sua vita e immaginarla al suo posto in una città "che assomiglia alla sua vita e alla sua morte". Tutto il bianco, la parte finale, ritorna alla prima persona, fonde i due punti di vista e si interroga su cosa significhi essere sopravvissuti, se sia possibile ricreare ciò che è scomparso, quale memoria resti: "Credo non ci siano parole migliori per dirsi addio. Non morire. Continua a vivere".

Temi e stile

Il tema del bianco si configura come simbolo centrale e duplice: da un lato evoca l’assenza, il lutto e la fragilità della vita; dall’altro richiama purezza, rinascita e cura. In molte tradizioni asiatiche il bianco è associato al lutto; Han Kang lo utilizza come chiave per riflettere sulla morte della sorella, per connettersi con lei, mostrare il lutto, l'amore, la memoria condivisa e la possibilità di guarigione. Il simbolismo del bianco e le sue immagini - il ventre, il latte, la neve, le fasce, le zollette di zucchero - contribuiscono a trasformare la narrazione in un atto di testimonianza estetica, di preghiera e di rituale⁠.

Alcuni studi, collocando l'autrice nel contesto della cultura sudcoreana, hanno interpretato l'uso del colore bianco da parte di Han Kang come simbolo del dolore e della violenza, del trauma storico della Corea, come estetica della sofferenza e della tragedia del popolo coreano.

Un altro tema individuato è quello della transitorietà, della fugacità della vita, dell'accettazione della fragilità umana, e della nozione di connessione: fra la narratrice e la sorella, fra l’individuo, il mondo e la storia. Lo stile minimalista, il ritmo meditativo, la struttura episodica ne amplificano il senso di sospensione e di fragilità.

Sul piano stilistico, l’opera si colloca al confine fra autobiografia, saggistica e saggio poetico.⁠ La natura ibrida del testo - descritto dalla critica come "una frammentata meditazione autobiografica", un libro di preghiereSecondo Pyo Jungok il libro ricorda le lanterne e i fogli di preghiera appesi nei templi buddisti: ogni frammento si legge come una piccola preghiera sospesa. Cfr.: , un "memoir, ma anche un memoriale" - e la scrittura frammentaria permettono all’autrice di alternare riflessione, ricordo e osservazione poetica, intrecciando esperienze personali, ricordi familiari e meditazioni sul lutto e sul dolore.

Critica La critica su Il libro bianco si articola in diversi filoni, tra cui l’analisi del trauma e del concetto di wit(h)nessing, lo studio stilistico e formale della prosa poetica e l'interpretazione dell'opera come rito funebre.

Trauma, guarigione e wit(h)nessing Hafiz Kamran Farooqi, Taimur Kayani e Abdul Rehman Nasir propongono una lettura organica de Il libro bianco applicando il modello di recupero dal trauma in tre fasi elaborato dalla psichiatra statunitense Judith Lewis Herman, contestualizzato nella rappresentazione simbolica coreana del colore bianco. La narrazione viene vista come percorso dalla sofferenza alla guarigione: la catalogazione ossessiva degli oggetti bianchi funzionerebbe come pratica di autorassicurazione (fase uno), permettendo di affrontare il ricordo e il lutto della sorella scomparsa (fase due), fino alla riconnessione e alla guarigione (fase tre), simboleggiate da immagini di rinascita e resilienza, come la farfalla bianca e il risveglio degli alberi.

Ricordando come la visione del mondo di Han Kang sia profondamente influenzata dalle vicende politiche del suo paese e dalla brutale repressione della rivolta di Gwangju del 1980, Farooqi-Kayani-Nasir assegnano al simbolismo del bianco una valenza politica, interpretandolo come metafora delle fratture storiche coreane. Il dolore per la perdita della sorella, intrecciato con la tragedia storica della divisione della Corea e con la devastazione di Varsavia dopo la seconda guerra mondiale, crea una memoria che supera confini e generazioni.

Nella stessa linea interpretativa, B. Aishwarya e K. Shanti Chitra collocano Il libro bianco nell'ambito del trauma vicario, sottolineando come il testo connetta ferite private e lacerazioni collettive. Riprendendo il concetto di wit(h)nessing di Ettinger, le due studiose interpretano la scrittura di Han Kang come un gesto di co-testimonianza, in cui ricordare, riconoscere la perdita e dare forma al lutto costituisce un rituale di cura. La frammentarietà, la ripetizione e gli spazi bianchi, la forma poetica del frammento vengono interpretati come strategie volte a trasformare la lettura in un atto partecipativo di lutto.

Approfondendo ulteriormente l'analisi etica del trauma, gli studiosi Kamrul Hasan, Abul Kalam Azad e Sazzad Hossain interpretano la struttura frammentata del romanzo attraverso il prisma delle tradizioni meditative yogiche (Yoga Sūtra di Patañjali e il Dhammapada). Pur rientrando nel filone del wit(h)nessing, la loro analisi si differenzia applicando i concetti di Dharana (concentrazione) e Dhyana (assorbimento meditativo) per spiegare la progressione del lutto: la focalizzazione sugli oggetti bianchi (la concentrazione o Dharana) si espanderebbe in una meditazione universale sulla mortalità (Dhyana), posizionando la letteratura come spazio per la guarigione e la memoria comunitaria.

Analisi stilistica e poetica Gli studi sulla forma e sullo stile de Il libro bianco sottolineano l’origine poetica di Han Kang, la natura ibrida del testo (prosa-poesia) e la funzione performativa della sua struttura.

Megan Walsh evidenzia come l'opera si distacchi da quelle precedenti per il suo intento di “consacrare ciò che non è mai stato vissuto” (the never-lived), riferendosi alla sorella morta poco dopo la nascita. La scrittura non lineare è interpretata da Walsh come il “regno ottimale per la coesistenza delle due sorelle”, quella vivente e quella scomparsa, attribuendo alla struttura frammentaria un significato intimo e relazionale.

I tre segmenti in cui è articolato il testo - il primo con gli scarsi dettagli della sorella defunta, il secondo che ne immagina la vita se fosse sopravvissuta, il terzo che riflette sul legame simbiotico tra le due - secondo Walsh generano un linguaggio evocativo capace di comunicare con l’assenza e di affrontare la complessità del trauma. La catalogazione delle “cose bianche” diventa strumento per elaborare il lutto, mediare la perdita e articolare l’esperienza esistenziale di vivere in seguito a una morte altrui.

Chung Eun, ricordando come Han Kang sia stata una poetessa prima di diventare una romanziera, individua il nucleo della prosa di Han nel “linguaggio delle ossa bianche”: uno stile essenziale, scarnificato e privo di ornamenti, che trasforma il dolore, la memoria corporea e la storia in una materia linguistica nuda e resistente.

Per Han, aggiunge Chung, l'atto stesso di scrivere servirebbe a portare a termine l'atto incompiuto del lutto, in un linguaggio che, in una forma di testimonianza empatica, richiama incessantemente alla vita i morti, gli sconfitti, i distrutti, gli scomparsi, riempiendo le lacune lasciate dalla storia ufficiale, come nel romanzo Atti umani. Han Kang non si limita a ricordare il passato traumatico, ma lo distrugge (nel senso di smembrarlo e ricomporlo) attraverso la sua forma poetica, conferendogli un nuovo significato o portandolo violentemente alla luce. Un'altra caratteristica della sua prosa, osserva Chung, è la liminalità (dal latino limen, soglia), che nel caso de Il libro bianco si traduce nello "spazio bianco tra i vivi e i morti," un luogo di transizione tra ciò che era e ciò che sarà.

Il Libro bianco come rito funebre

Diversi studiosi di letteratura coreana, tra cui Kim Soo-yeon, Han Soon-mi e Jeon Seong-uk, hanno evidenziato come le opere di Han Kang possano essere lette come una forma di scrittura rituale.

Secondo la critica coreana Pyo Jeong-ok i 65 frammenti de ll libro bianco richiamano le lanterne bianche e le preghiere appese nella Myeongbu-jeon (sala degli inferi) di un tempio e lo stesso libro può essere letto come una forma moderna di rito funebre (초혼굿, chohon-gut), in cui la protagonista compie un processo di purificazione e di richiamo dello spirito della sorella morta.

Pyo legge il testo attribuendo un particolare significato rituale alle tre parti del libro - Io, Lei, Tutto il bianco - e interpreta il bianco come immagine che varia in funzione di ciascuna sezione. La forma tripartita, secondo Pyo, rappresenterebbe una sorta di percorso rituale che trasforma il lutto in etica della memoria.