Il Miracolo della pioggia — talvolta associato al Miracolo del fulmine — è un evento prodigioso che avrebbe avuto luogo durante la prima delle Guerre marcomanniche combattute dall'imperatore romano Marco Aurelio: durante uno scontro nel territorio dei Quadi, un contingente dell'esercito romano assetato e circondato dal nemico sarebbe stato salvato da una pioggia improvvisa che rinfrescò i soldati esausti, mentre i nemici ne sarebbero stati travolti.

L’episodio fu molto popolare dall'antichità e nel medioevo, tanto da essere citato da ben 36 fonti tra il II e il XIV secolo.. Raffigurato sulla Colonna di Marco Aurelio a Roma, che celebra le vittorie di Marco Aurelio sui Marcomanni e i Quadi, è stato oggetto di interpretazioni ideologiche divergenti tra le fonti pagane, che lo attribuivano all'intervento di un mago egiziano di nome Arnouphis o di Mercurio, e le fonti apologetiche cristiane, che parlano di una legione formata da soldati cristiani che invocò l'intervento divino e che fu premiata per questo con il titolo di Legione fulminata. Anche la datazione dell'episodio è dibattuta, con le fonti antiche che indicano ciascun anno tra il 171 e il 174..

La storiografia moderna tende oggi a interpretare l'episodio come la fusione posteriore di due eventi naturali distinti — un temporale provvidenziale e un fulmine caduto per caso su una macchina d'assedio nemica — poi rielaborati religiosamente in senso divergente dalle tradizioni pagana e cristiana, entrambe interessate a rivendicarne il merito per fini di legittimazione politica o propagandistica.

Iconografia associata al Miracolo

Sulla colonna di Marco Aurelio a Roma vi sono due rilievi, posti vicini l'uno all'altro, che sono stati interpretati come due eventi prodigiosi. La scena XI (secondo la numerazione di Petersen) raffigura il cosiddetto «Miracolo del fulmine»: si vede una fortificazione (probabilmente quella della scena precedente) con molti soldati romani dentro, contro la quale è stata posta una macchina d'assedio nemica, raffigurata mentre viene colpita da un fulmine e rovina addosso ai barbari già a terra; alla scena assiste, immobile, l'imperatore Marco Aurelio, affiancato dalle sue guardie del corpo e dai legionari.

La scena XVI è invece tradizionalmente interpretata come la rappresentazione del «Miracolo della pioggia». Il bassorilievo mostra: un esercito romano, uscito da un accampamento, indicato da una tenda, e formato in agmen quadratum; tre buoi, di cui uno morto, e soldati affaticati; un legionario che alza lo sguardo al cielo, in atteggiamento supplice; la pioggia che scende copiosa, con una figura alata e barbuta che sembra dispensarla dall’alto, e alcuni soldati romani che raccolgono l’acqua con scudi e elmi per abbeverare sé e i propri cavalli, mentre il nemico viene travolto. In questa scena, la pioggia sembra benefica per i Romani e letale per i barbari, alcuni dei quali giacciono morti, indicando che il temporale avrebbe terrorizzato e disperso il nemico. L’identità della figura divina non è chiara: non è indicato un dio specifico, il che ha portato alcuni studiosi a considerare che l’immagine servisse a trasmettere un messaggio religioso-politico piuttosto che una devozione a una divinità precisa... La scena XVII raffigura la deditio (sottomissione) dei barbari..

Di tutte le fonti letterarie, quella che più si avvicina a queste due scene così come sono rappresentate sulla Colonna, come due episodi distinti, è la Vita Marci della Historia Augusta, attribuita a Giulio Capitolino e datata al IV secolo: «fulmen de caelo precibus suis contra hostium machinamentum extorsit, suis pluvia impetrata, cum siti laborarent»,Historia Augusta, Vita Marci, 24.4. «[Marco Aurelio] con le sue preghiere evocò un fulmine dal cielo contro una macchina da guerra nemica e riuscì a invocare la pioggia per i suoi uomini quando questi soffrivano la sete». Si noti però che nella scena XVI, quella del miracolo della pioggia, la Colonna non raffigura l'imperatore come presente al combattimento.

La testimonianza più antica del miracolo, antecedente alla Colonna, sono alcune monete fatte coniare da Marco Aurelio tra il dicembre del 172 e il 173, in cui Mercurio è raffigurato all'interno di un tempio o di unaedicula, con un timpano insolitamente curvilineo sorretto da quattro erme, con in esergo la legenda «Religio augusti», la «religione dell'imperatore».. Queste monete furono dunque coniate uno o due anni dopo l'evento, sono dedicate a Mercurio, ma con un collegamento alla religione egiziana (la forma del timpano), e sottolineano con la loro legenda il collegamento fra l'imperatore e la divinità.. L'interpretazione dell'iconografia sulle monete è rafforzata dall'edificazione di una aedicula a Roma dedicata a Hermes Aërios, una manifestazione di Mercurio come divinità dei fenomeni meteorologici altrimenti non attestata e identificabile con la divinità egiziana Thot-Shu, eseguita per volere di Marco Aurelio l'anno successivo all'evento. L'identificazione dell'iconografia di queste monete non è però universalmente accettata dagli studiosi.. Altre monete associate al miracolo della pioggia da parte degli studiosi moderni sono degli aurei raffigurante Marco Aurelio incoronato dalla Vittoria mentre regge in una mano il fulmine,RIC III 264-266. e altre in cui Giove colpisce i barbari con dei fulmini dall'alto della sua quadriga, ma il loro collegamento al miracolo è più debole..

A Carnunto, base dell'esercito romano e di Marco Aurelio all'inizio delle Guerre marcomanniche, sono stati ritrovati i resti di un tempio dedicato a Giove, con all'interno la testa in marmo di una statua della divinità, la quale ha inserita sulla sommità una sorta di tridente ricoperto in piombo, identificato con un fulmine. Questa rappresentazione di Giove è stata identificata come Iuppiter Kasios o come Iuppiter Karnuntinum dagli studiosi, ma in ogni caso è stata associata al miracolo della pioggia: la dedica della statua sarebbe quindi dovuta al ringraziamento per l'intervento del dio, identificato con Giove..

Localizzazione e datazione

Il luogo del miracolo La maggior parte delle fonti antiche si limita a collocare l'episodio durante le guerre germaniche dell'imperatore, senza ulteriori precisazioni geografiche.. Una localizzazione più precisa proviene dalla falsa lettera di Marco Aurelio, che colloca l'evento al confine tra il territorio dei Quadi e quello dei Cotini, popolazione celtica dedita all'estrazione del ferro, attestata da Tacito (Germania, 43) come confinante con i Sarmati e altrimenti nota solo attraverso Cassio Dione. Secondo Kovács, la specificità di questo dettaglio — relativo a un popolo marginale e poco noto — rende improbabile che sia stato inventato di sana pianta dal falsario tardoantico che compose la lettera, e suggerisce piuttosto che questi attingesse, direttamente o indirettamente, al testo di Cassio Dione. Dione riferisce infatti che i Cotini, dopo essersi arresi ai Romani nel 171, ruppero in seguito il trattato di alleanza e subirono una spedizione punitiva; su questa base è stato proposto che i prigionieri con torques celtici raffigurati nella scena LXIX della Colonna possano essere identificati proprio con i Cotini. Se questa localizzazione fosse corretta, la prima campagna raffigurata sulla Colonna sarebbe stata diretta contro Quadi e Cotini nei pressi del forte di Brigetio, anziché di Carnuntum.

La datazione Le fonti antiche indicano per il miracolo ciascun anno tra il 171 e il 174; la communis opinio propende per il 172, sebbene nessuna fonte lo attesti in modo inequivocabile. Cassio Dione colloca la settima acclamazione imperiale di Marco Aurelio, che secondo il suo racconto seguì immediatamente il miracolo, nell'estate del 174; nella traduzione latina di Girolamo del Chronicon di Eusebio l'evento è datato al 173, mentre nella versione armena e nel Chronicon Paschale compaiono rispettivamente le date del 172 e del 171, ritenute dalla critica moderna il frutto di errori di trasmissione. Kovács ha proposto che l'acclamazione menzionata da Cassio Dione fosse in realtà la sesta, databile al 171, e non la settima: l'errore sarebbe dovuto a un fraintendimento di Xifilino nel leggere la cifra greca 'ϛ' (6) come 'ζ' (7) nel manoscritto di Dione da lui epitomato, un errore paleograficamente plausibile data la somiglianza grafica tra le due lettere. Se questa ipotesi fosse corretta, il miracolo andrebbe datato all'estate del 171 anziché al 172-174 comunemente accettato. Resta inoltre da segnalare che nel racconto di Xifilino l'imperatore compare improvvisamente subito dopo il miracolo, senza che la sua presenza sia stata precedentemente menzionata, e che il conferimento a Faustina del titolo di mater castrorum, privo di alcun nesso logico con l'episodio, segue immediatamente il racconto dell'acclamazione: entrambi gli elementi indicano che l'epitomatore operò un drastico taglio sul testo originale di Cassio Dione in questo punto, oggi perduto. Fonti letterarie

Le fonti letterarie che parlano del miracolo entro il VII secolo sono:

Tertulliano, Apologeticum V.25, composto nel 197; Tertulliano, Ad Scapulam 4, 212 circa; Cassio Dione, Storia romana, LXXI.8-10, tra il 207 e il 219; Oracoli sibillini, XII.194-200, 235-268; Eusebio di Cesarea, Chronicon, 222.1, risalente al 303 ma preservato nella Cronaca di Girolamo, V secolo; Eusebio di Cesarea, Storia ecclesiastica, V.5.1-7, 312. Contiene un riferimento ad Apollinare Claudio, Adversus Gentes, risalente al 170-180; falsa epistola di Marco Aurelio, IV secolo; Gregorio di Nissa, Encomium in XL mart. I. PG 46, 757C–759B, 371-394; Temistio, Orazioni XV.191b, 15 gennaio 381; Temistio, Orazioni XXXIV.21, anni 380; Rufino, Storia ecclesiastica, V.5, 395, traduzione latina della Storia ecclesiastica di Eusebio; Girolamo, Cronaca, 206i, traduzione latina della Cronaca di Eusebio; Historia augusta Vita Marci 24.4, fine del IV secolo; Claudiano, Panegirico per il sesto consolato di Onorio Augusto, 339-350, 404; Orosio, Historiarum adversus paganos libri septem, 15.8–9, 415-417; Prospero d'Aquitania, Cronaca PL 51 (1846) 564, 455, copia della Cronaca di Girolamo; Chronica gallica, Chronica Minora I (1882) 615–666, VI secolo; Alessandro di Cipro, Inventio crucis, 4045–4048, VI secolo; Fredegario, Cronaca, II.37, metà del VII secolo; Chronicon Paschale, 486, secondo quarto del VII secolo;