Le Chiose Selmi o Chiose Selmiane sono un gruppo di postille esegetiche in volgare fiorentino riferite all’"Inferno" della "Commedia" dantesca, pubblicate per la prima volta da Francesco Selmi nel 1865, in occasione del sesto centenario della nascita di Dante.

Risalgono ai primi decenni del Trecento e appartengono al nucleo più antico della tradizione commentaria alla "Commedia".;

Selmi si premurò di mettere in luce l’interesse linguistico rivestito dalle glosse, la loro destinazione popolare, la frequente semplificazione dottrinale, la vivacità narrativa e lessicale.

Di fatto, le "Chiose Selmi" per loro caratteristiche distintive costituiscono un laboratorio della prima esegesi dantesca, nel quale tradizione latina e tradizione volgare risultano spesso intrecciate.

L’autore

Francesco Selmi riconduceva l’opera a un chiosatore unico, fiorentino, «provvisto di poca cultura», forse un mercante.

Gli studiosi avanzarono di lì a poco diverse ipotesi: Karl von Hegel propose genericamente un anonimo toscano, invece Giovanni Benedetto Mittarelli si spinse ad un'attribuzione, infondata, a Cecco di Meo degli Ugurgieri, autore di rime in terzine parallele alla struttura della Commedia.; Luigi Rocca ipotizzò si trattasse di un anonimo senese, di parte guelfa.

Il bibliografo, paleografo, studioso di letteratura italiana Lucien Auvray desunse, lavorando al suo "Catalogo", che le glosse edite da Selmi appartenessero alla più antica, e genuina, famiglia di commenti volgari all'"Inferno", attestata in diversi manoscritti trecenteschi e rappresentativa della fase primitiva dell’esegesi dantesca. Auvray non attribuiva le "Chiose Selmi" a un autore specifico, né tentava di proporre una localizzazione, fiorentina o senese che fosse, ma che esse rappresentassero lo strato più arcaico della tradizione dei commenti alla prima cantica. In particolare osservava che le glosse del manoscritto Parisino "Paris., BnF ital. 534" mostrassero un tipo di commento molto primitivo e semplice e che lo stesso insieme di glosse si ritrovasse in altri codici italiani antichi, traendone la conclusione che, per caratteristiche linguistiche ed esegetiche, tali glosse formassero appunto una famiglia omogenea e che tale famiglia costituisse la fase nascente dei commenti all’"Inferno", precedente a compilazioni più ricche (come il volgarizzamento del Bambaglioli o l’Ottimo). La sua conclusione filologica era dunque che le "Chiose Selmi" fossero "archetipo" di una famiglia di commenti primitivi, molto vicina cronologicamente alle prime attività esegetiche post-dantesche.

Datazione

Il chiosatore mostra conoscenza parziale dei commenti di Jacopo e di Bambaglioli. Francesco Mazzoni fissa il terminus ante quem al 1337, morte di Federico d’Aragona, citato nelle glosse.

Andrea Mazzucchi propone una datazione «entro il quarto decennio del Trecento».

Stile e metodo esegetico

Le "Chiose Selmi" mostrano scarsa sistematicità, tendenza all’interpretazione morale o ascetica più che allegorica, frequente ricorso a paraetimologie o simbolismi non fondati ed errori persino su fatti storici contemporanei. Ad esempio, Caronte è interpretato come «antico peccato» e insieme come «dilettazioni dei vizi carnali»; Beatrice è letta prima come «virtù che fa beate le cose», poi come Sapienza; l’allontanamento di Dante dagli studi è attribuito all’«avarizia [ossia avidità] che lo strignea sì forte».

Il volgarizzamento "bambaglioliano" e le "Chiose Selmi"

La critica più moderna non mancò di rilevare come, nell'ambito del complesso delle "Chiose trecentesche", si instauri un rapporto fra le "Chiose Selmiane" da cui pur si distingue e il volgarizzamento trecentesco del commento di Graziolo de' Bambaglioli.

Questi, notaio e cancelliere bolognese, è difatti autore di un commento latino all’"Inferno" (1324). Il suo testo circolò in più copie, talvolta insieme a traduzioni in volgare, detti "Volgarizzamenti" - di attribuzione incerta -, ed è alla base di vaste porzioni della tradizione esegetica trecentesca.

Secondo Andrea Mazzucchi, docente accademico, studioso di Dante e attivo nella ricerca linguistica, filologica e letteraria dantesche, nel "ms. Paris, BnF ital. 534" fino a "Inferno" XXVIII si trovano mescolate glosse derivate dal volgarizzamento e glosse tipiche delle "Chiose Selmi"; da "Inferno" XXIX, invece, le glosse sono proprie delle "Chiose Selmi".

Per il "Laurenziano Strozziano 160" la critica moderna segnala una forte compenetrazione tra le glosse riconducibili al volgarizzamento trecentesco del commento di Bambaglioli e quelle tipiche delle "Chiose Selmi": tale intreccio rende spesso difficoltosa una distinzione sistematica dei due strati esegetici. thumb|left|Metamorfosi incrociata, versione cinematografica de "L'Inferno" (1911) Il confronto fra le glosse del volgarizzamento bambaglioliano e quelle tipiche delle "Chiose Selmi" rivela, secondo Stefanin, Mazzucchi e Rossi -quest'ultimo, Docente accademico e studioso di commenti tardo medievali ai classici latini e volgari, soprattutto a Dante-,; una stratificazione complessa, in cui si riconoscono dipendenze indirette dal modello latino di Graziolo e interventi propri del chiosatore selmiano, che amplia e rielabora la tradizione precedente.

Alla luce della compresenza di materiali di derivazione latina (in particolare dal commento di Bambaglioli) e di interventi originali del chiosatore, le "Chiose Selmi" possono essere intese come un "laboratorio" della prima esegesi dantesca, nel quale tradizione latina e tradizione volgare risultano spesso interconnesse.

In particolare, il rapporto tra le “Chiose Selmi” e il volgarizzamento trecentesco del commento di Graziolo de’ Bambaglioli è stato oggetto di analisi, anche con esplicite comparazioni, da parte di Andrea Mazzucchi, in relazione alla paradigmatica stratificazione e alla reciproca interferenza dei materiali esegetici presenti nel manoscritto Laurenziano Plut. 40.7.

Autonomia esegetica delle "Chiose Selmi" thumb|upright=1.6|Anonimo pisano, Dante e Virgilio osservano la doppia metamorfosi tra il serpente e Buoso (Credits:Sailko) Mazzucchi riporta casi esemplari di autonomia esegetica delle "Chiose Selmi", ovvero in cui, per le vicende di Vitaliano del Dente (Inf. XVII,68), o l’identificazione di Francesco de' Cavalcanti (Inf. XXV,79-151) in «quel [colui] che tu, Gaville, piagni», Inf. XXV,151. il chiosatore dimostra autonomia rispetto al volgarizzamento A e che sia talvolta informato su dinamiche locali e cronachistiche fiorentine più di quanto non lo sia il compilatore del volgarizzamento.

Commenti non connessi, fraintendimenti comuni Della tradizione manoscritta delle "Chiose Selmi" non fa parte il "Codice 200" della Biblioteca Guarneriana di San Daniele del Friuli dacché, oltre alla traduzione latina in esametri di parte dell’"Inferno", a un nucleo di glosse in volgare, a un segmento dell’Ottimo commento, presenta gran parte del commento latino bambaglioliano, ma non il volgarizzamento.

Ugualmente, le "Chiose Selmi" non vanno confuse con le "Chiose Vernon", traduzione trecentesca del commento latino di Bambaglioli, pubblicata dal dantista Lord George Vernon nel 1848, e già attribuite erroneamente a Jacopo Alighieri prima degli studi di Witte e Rocca.

Luoghi e convergenze notevoli

Il chiosatore definisce Maometto «valente oratore», come già faceva Guiniforte delli Bargigi nel suo commento quattrocentesco all’"Inferno".

Nel commento al canto XXXIII, il chiosatore spiega la denominazione “Tolomea” indicando come referente Tolomeo d'Egitto, traditore di Pompeo. Una parte della critica, per esempio Emilio Bigi, ha proposto la possibilità che Dante intendesse entrambi i Tolomei, il faraone e Tolomeo di Gerico poi discussi dalla tradizione esegetica.

La tradizione manoscritta

Secondo la sintesi di Stefanin, i manoscritti che tramandano "Chiose Selmi" o porzioni di esse sono undici. in

Degli studi sulla tradizione manoscritta delle "selmiane", di problemi editoriali e delle relazioni tra i manoscritti che tramandano le "Chiose Selmi" si è occupata in particolare all'inizio del XXI secolo anche Simona Brambilla in due interventi principali apparsi a qualche anno di distanza. in e in .

Alcuni "testimoni" Tra i codici che riportano le "Chiose Selmi":

Laurenziano Plut. 40.46 Codice cartaceo tardo-trecentesco contenente: canzoni di Dante e di altri poeti, fiorentini e non, e di Boccaccio; "Chiose Selmi"; sonetti di Petrarca. Fu uno dei due codici utilizzati da Selmi per l’edizione del 1865.

Reca scritture di più estensori: fondamentali due mani in scrittura mercantesca, di cui una trascrive i testi in poesia, mentre la mano che riprende i testi in prosa sembra la stessa più compressa; un'ulteriore mano, quattrocentesca, copia e sottoscrive datando sul retro di uno dei fogli, un'altra mano, coeva di quest'ultima, copia il testo abraso sul retro di un altro foglio. Si notano anche postille di mani diverse del sec. XV. Si notano poi appunti di mani dei secc. XV e XVI. La numerazione dei fogli è varia e l'odierna fascicolazione risulta assai «scomposta rispetto all'antico assetto del codice». Non è chiaro se si indichi possesso, da parte di Alamanno di Jacopo Salviati, con la sottoscrizione a f. 74v: «Alamanno di Jac° saluiatj ves. di sig(n)a»

Magliabechiano VII 1028

Codice cartaceo composito del XIV–XV secolo, anch’esso usato da Selmi. Contiene: "Chiose Selmi" all’"Inferno" (cc. 102r–155v); Filippo Sassetti sulla "Commedia" di Dante «(Difesa di Dante contro il Castravilla)»; Belisario Bulgarini, "Considerazioni sulla particella I" del discorso di Iacopo Mazzoni "Se il discorrer sopra i poeti pertenga ai filosofi"; Belisario Bulgarini, Lettera a Orazio Capponi su Dante; Bernardo Davanzati, Lettera a Belisario Bulgarini in difesa di Dante sulla natura poetica della "Commedia"; Dante Alighieri, Epistola XIII.

Il codice si presenta in quattro parti distinte accomunate dal tema dantesco. In particolare, l'ultima parte, contenente le "Chiose Selmi", è vergata da una sola mano in scrittura calligrafica. con incipit da Inf. I 1: «Con ciò sia chosa che tutta l'humana generatione fu creata per andare in Paradiso». t. I, pp. 435-436, t. II, p. 348 n.584, p. 365 n.616.

Marciano IX it.179 (=6205) Membranaceo del 1378, con guardie in membrana di recupero formate da una carta e mezza di codice liturgico del XII secolo con notazione su unico rigo rosso; il testo è disposto su due colonne; la scrittura è gotica di unica mano, sottoscritta. Vi è presente anche notazione musicale neumatica. Vi si leggono sottoscrizioni del copista Iacomo (o Jacopo) di messer Griffolo da Siena, che data la scrittura con computo dell'anno alla fiorentina o alla senese, e Siena è il luogo di copiatura; il manoscritto è custodito presso la Biblioteca Marciana di Venezia. Contiene: Chiose anonime all'"Inferno" dantesco («Chiose de la prima commedia di Dante decta Omferno») ossia le cosiddette "chiose Selmi", con incipit: «Nel meçço del cammin di nostra vita. Con cio sia cosa che tucta humana generatione...»; Commento al "Purgatorio" di Iacopo (o Jacopo) della Lana («Chiose dela seconda commedia di Dante decta prughatorio»), con incipit: «Per corrar migliore acqua»; Commento al Paradiso di Iacopo Della Lana («Chiose de la terça comedia di Dante decta paradiso»), con incipit: «Gloria et divitie in domo eius».

L.70 (818) XIV Il manoscritto "L.70/(818)/XIV" conservato presso la Biblioteca Comunale Augusta di Perugia è un codice membranaceo lacunoso risalente alla fine del XIV sec., scritto in area umbra, e di essa rivela la patina linguistica. Il testo è disposto a colonna unica con iniziali di terzina sporgenti e le chiose a cornice. Un'unica mano, in "littera textualis", verga sia il testo della "Commedia" sia le rubriche, mentre una mano di poco più tarda i Capitoli di Iacopo Alighieri e Bosone da Gubbio. Contiene: