La chiesa di San Martino di Tours era un edificio religioso altomedievale di Padova che si affacciava sulle attuali vie del municipio (già San Martino) e via VIII febbraio 1848. Fu demolita nel corso del XIX secolo. San Martino, in ambito locale, è documentato con certezza almeno dal secondo quarto del VI secolo, indice di una tradizione già radicata.
Storia Gli scavi effettuati nel 1926 per la costruzione della nuova facciata del Municipio di Padova scoprirono strutture archeologiche che risalgono alla fine del IV secolo e l'inizio V secolo, consistono in strutture architettoniche pavimentate con due lacerti musivi, oggi conservati al Museo Civico Eremitani, questa struttura risultava tagliata da materiale di riuso in laterizio romano. L’identificazione di questi resti, però, resta tuttora dubbia.
Queste strutture erano poste in un importante asse viario che in epoca romana si trovava vicino all’area forense, ai magazzini di stoccaggio e alle banchine del porto fluviale. La presenza nel mosaico di un’iscrizione “Eutherii Deus cum suis servet” e la successiva storia dell’edificio come chiesa a partire del IX secolo ha portato a ipotizzare che si possa trattare già di un primitivo impianto cultuale anche se non ci sono evidenze concludenti a riguardo.
Le fonti attribuiscono un potere fondamentale per l’economia al Vescovo di Padova a partire dal IX secolo, è quindi possibile che quest’ultimo abbia deciso di intraprendere una riforma di ripresa dopo due secoli di buio. Al IX secolo risale la prima fase edilizia della chiesa del periodo alto medievale, ancora costituita da una mononavata con abside semicircolare. La prima fonte scritta attestata, riguardante questa chiesa, è databile al 10 novembre 1048, questa venne menzionata nella "Donazione al Capitolo della Cattedrale" (“infra civitate Patavensis non multo longe de ecclesie Santi Martini”). Inoltre, da un documento del 1142 sappiamo che il consiglio civico si radunava nella chiesa di San Martino, e che la chiesa ospitava la congregazione urbana di sacerdoti e chierici. Nel 1170 la chiesa accolse i sacerdoti della congregazione “Fratalea Capellanorum” in occasione della rinuncia all'amministrazione individuale del Quartese.
Altra documentazione riporta la notizia che il Vescovo della chiesa di San Martino, Giordano, fece una donazione nel 1226 al monastero benedettino di San Michele di Candiana (Pd), ed è a questo fatto che si attribuì il legame tra la potenza benedettina e l’autorità diocesana, nonché il prestigio assunto dalla chiesa di San Martino.
Giovanni da Nono nella sua “Visio Egidii Regis Patavi”, composta nel 1329 poco dopo la morte di Cangrande della Scala, afferma che i sacerdoti della chiesa di San Martino erano soliti radunarsi nella cappella del principale Palatium, dedicata a San Prosdocimo (protovescovo di Padova).
La chiesa era tristemente celebre per le funzioni da morto che vi si celebravano per conto dell'Università degli Studi di Padova, infatti nella chiesa erano spesso inumati i cadaveri utilizzati per le vivisezioni nel teatro anatomico di palazzo Bo, funzioni che si svolgevano con parte del denaro destinato all’amministrazione delle lezioni anatomiche.
Sino all'anno 1797, ogni 17 novembre la chiesa era meta della corsa dei berberi che rievocava la dedizione della città alla Repubblica Serenissima.
La chiesa fu chiusa al culto nel 1808. Il 19 aprile 1808 fu emanato un decreto riguardante soprattutto la topografia religiosa della città, che comprese il disfacimento di molte parrocchie: alcune in stato di abbandono e altre poste a poca distanza l’una dall’altra. La comunità parrocchiale della chiesa di San Martino, che contava 378 anime, venne quindi aggregata alla parrocchia di Sant’Andrea. In seguito venne stilato un’inventario degli elementi liturgici, dell’arredo e di tutti gli oggetti presenti nella chiesa di San Martino; l’inventario è oggi custodito nell’archivio della curiaMassari, Inventario. Al posto della chiesa di San Martino furono erette delle abitazioni abbattute a loro volta per lasciare spazio alla monumentale facciata del municipio, di epoca fascista. Alcune lastre marmoree decorate provenienti dalla chiesa, datate all'età longobarda, sono esposte al lapidario dei Musei civici Eremitani.
Descrizione La prima fase edilizia risale al IX secolo, le strutture rinvenute si conservavano solo a livello di fondazione; quindi, non si conosce la tecnica costruttiva superiore. Con il parziale scavo archeologico effettuato l’aula sembrava essere larga 5m per 14m di lunghezza, non sono pervenuti resti della facciata. Era presente un abside, rivolto verso S, il quale risultava ammorsato ai muri perimetrali. Ma purtroppo la scomparsa della chiesa rende la comprensione difficile.
Alla fine del XIII secolo ci fu un ampliamento dell’aula di culto, è stato possibile datare questa modifica grazie ad un’incisione del XVIII secolo e ad alcune descrizioni geografiche specifiche settecentesche. Questa nuova struttura era orientata est-ovest, aveva l'ingresso ad est, era provvista di un’abside quadrangolare e aveva una pianta a croce latina. La navata era lunga 23 m e larga 18 m e la struttura possedeva una copertura in parte a volta e in parte piana.
Dal corpo principale si estendeva un’ala corta, probabilmente aveva la funzione di cappella coperta da un tetto a doppio spiovente, ad est invece era presente una torre campanaria quadrata con monofore utilizzate per l’inserimento di campane e una copertura conica in cotto.
Tramite descrizioni del XVIII secolo sappiamo che la facciata principale, rivolta verso il Palazzo del Bo, era adornata da cinque statue rappresentanti i protettori della città: San Prosdocimo, Santa Giustina, San Daniele, Sant’Antonio da Padova e al centro San Martino. Le statue della Speranza e della Carità erano invece disposte all’interno di due nicchie separate da pilastri composti.
I verbali delle visite pastorali, redatti fino al XVII secolo, sono gli unici elementi che ci permettono di conoscere le suppellettili liturgiche, gli arredi e lo stato della chiesa. In questi verbali notiamo i solleciti per gli interventi di ridipintura del soffitto e la presenza di un'umidità importante nella zona del vestiario. Le fonti indicano anche la presenza di sette altari all’interno della chiesa di San Martino, rispettivamente dedicati a: San Martino, Corpus Christi, Maria Vergine, Santa Marina, San Hieronymus e al Crocefisso.
Negli stessi verbali, viene inoltre descritta la pala sopra l’altare principale che raffigurava San Martino Vescovo portato in cielo dagli Angeli, attribuibile alla scuola del Padovanino. Dagli inventari compilati al momento della cessata attività della chiesa, sappiamo che questa pala fu spostata nella chiesa di Sant'Andrea.
Arredo scultoreo I frammenti litici ritrovati durante gli scavi della prima metà del 1900 erano in buono stato e di qualità elevata, e sono ora conservati presso i Musei Civici Eremitani ed il Palazzo Zuckermann. I frammenti si possono dividere, per forma stilistica e per confronto, in due macro categorie: il primo gruppo databile ai primi decenni del IX secolo mentre il secondo in stile preromanico databile tra il X e l’XI secolo. Tutti i frammenti presentano dei rilievi molto simili e possiedono delle caratteristiche peculiari come lo spessore, non più alto di 1 cm. Sono tutti in calcare tenero dei Colli Berici e presentano una disposizione ben organizzata. Il repertorio decorativo utilizzato era tra i più diffusi della scultura architettonica carolingia: come il motivo a cerchi o quadrati annodati ripetuti, oppure rosette a nove petali con bottone centrale e croci gigliate. Alcuni di questi elementi sono stati riutilizzati nel corso del tempo.
Durante gli scavi è stato ritrovato anche un grande capitello rappresentante un Kymation (modanatura classica a profilo ondulato o a doppia curva), mal conservato ma certamente attribuibile alla prima fase dell’edificio.
Grazie all'analisi delle decorazioni lapidarie ritrovate, e ad alcune fonti scritte del IX secolo, si può ipotizzare che sotto l’episcopato di Olderico (1064-1080) vi sia stata una nuova fase di attività rinnovativa nella città. Sia tramite la fondazione di nuove chiese, che attraverso un rinnovamento della cattedrale della città. A lui farebbe capo anche il rinnovamento liturgico della chiesa di San Martino, attestata dalle analisi degli oggetti ritrovati.
L'analisi di questi reperti ha permesso di rivedere l’idea sull’edilizia religiosa di Padova tra il IX e l’XI secolo, che ha probabilmente visto un rinnovamento in concomitanza con il rientro del Vescovo, che aveva prestato servizio per lungo tempo a Malamocco.
Note
Bibliografia
Alle foci del Medoacus, Esedra editrice, 2011, ISBN 88-6058-040-4.
Pietro Brandolese, Pitture, sculture e architetture di Padova nuovamente descritte, Padova 1795, p.240.
Voci correlate Chiese di Padova Diocesi di Padova Monumenti di Padova
Collegamenti esterni
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