La musica nella civiltà etrusca è l'insieme delle pratiche musicali della civiltà etrusca, documentate tra l'età orientalizzante e l'epoca ellenistica. Poiché non si è conservata alcuna composizione né alcun sistema di notazione, e non esiste in antico alcun trattato dedicato all'argomento, la sua conoscenza è ricostruita per via indiretta, combinando le rappresentazioni dell'arte etrusca (soprattutto la pittura funeraria, ma anche ceramica, bronzi e specchi), le testimonianze degli autori greci e latini e i pochi strumenti rinvenuti negli scavi. Le fonti concordano nell'attribuire alla musica un ruolo diffuso e quotidiano presso gli Etruschi e nel registrare la spiccata predilezione per gli strumenti a fiato, in particolare per l'aulos e per le trombe di metallo, queste ultime ritenute concordemente un'invenzione etrusca.

Fonti Non si è conservata alcuna musica etrusca né alcun sistema di notazione, e in antico non esiste alcuna opera dedicata specificamente alla musica o agli strumenti in Etruria. La conoscenza dell'argomento poggia perciò su tre ordini di fonti, ciascuno con limiti propri. Le immagini, in particolare, non intrattengono un rapporto diretto con la realtà: gli strumenti più frequentemente raffigurati non sono necessariamente quelli più diffusi nella pratica, e il loro aspetto può non corrispondere a quello reale.

Fonti letterarie Le notizie si ricavano da informazioni frammentarie disperse in autori greci e latini, spesso tardi, che dicono più sulla percezione degli Etruschi presso le altre culture che sugli Etruschi stessi. Il nucleo più antico riguarda la predilezione per l'aulos e la sua associazione a contesti quotidiani: Aristotele (fr. 608 Rose), confermato da Plutarco, si dichiarava sorpreso che gli Etruschi praticassero il pugilato, frustassero i servi o cucinassero al suono dello strumento, e Alcimo di Sicilia (in Ateneo, XII, 518c) aggiungeva il dettaglio della panificazione, Eliano (De natura animalium, XII, 46) quello della caccia. Allo stesso ambito appartiene l'aneddoto, sempre in Ateneo (XIII, 607), del filosofo ateniese Polistrato, allievo di Teofrasto, soprannominato "il Tirreno" perché solito indossare la veste dei suonatori di aulos.

All'impiego etrusco dell'aulos a Roma rimandano Varrone (De lingua Latina, VII, 35), Ennio (Saturae, 65), Virgilio (Georgiche, II, 193-194), Ovidio (Ars amatoria, I, 111) e Tito Livio (IX, 30). Informazioni sui materiali degli strumenti dà Plinio il Vecchio (Naturalis historia, XVI, 172).

Un secondo filone, particolarmente fitto, riguarda la tromba, presentata concordemente come invenzione etrusca: la salpinx tyrsenikè compare già nelle tragedie di Eschilo, Sofocle ed Euripide, e l'origine etrusca è ribadita da Diodoro Siculo (V, 40), che ne precisa la destinazione militare, da Polluce, Igino (Fabulae, 274), Isidoro di Siviglia e numerosi altri autori, scoliasti e lessicografi. Jannot rileva che molti di questi autori si limitano a citarsi a vicenda, il che non prova l'invenzione dello strumento ma ne attesta l'originalità riconosciuta. Sull'influenza romana informano infine Strabone (V, 2, 2) e di nuovo Livio (VII, 2).

Fonti iconografiche Le testimonianze figurate provengono da supporti molto vari. Oltre alla pittura funeraria e alla ceramica a figure nere e rosse di produzione etrusca e falisca, vi compaiono i rilievi dei sarcofagi e dei fregi architettonici fittili (come quelli di Acquarossa), gli specchi e i bronzetti, le situle bronzee dell'area padana e la situla d'argento detta "di Plikasna", da Chiusi. La scultura funeraria in pietra contribuisce con le stele di Fiesole e di Felsina, le urne di Volterra, Chiusi e Perugia e i cippi chiusini. Il contributo più ricco viene comunque dalla pittura funeraria: delle circa 180 tombe a soggetto figurato quasi l'80% appartiene a Tarquinia, e in 52 di esse, datate fra l'ultimo quarto del VI secolo e l'inizio del III, si contano almeno 129 strumenti, con netta prevalenza dell'aulos (67 attestazioni). Sui rilievi delle urne arcaiche chiusine Jean-René Jannot ha ottenuto risultati paralleli: 42 strumenti su 38 urne, fra la prima metà del VI e la metà del V secolo a.C., di nuovo con l'aulos in testa (22 esempi).Le due rilevazioni adottano criteri distinti: il conteggio di è per numero di tombe in cui compare ciascuno strumento, quello di per numero complessivo di strumenti raffigurati nel corpus.

Gli strumenti compaiono nei contesti più diversi: nel banchetto e nel komos, nelle danze (talora armate), nelle gare atletiche e nei numeri acrobatici, nelle scene di commiato, nelle processioni e nei cortei magistratuali, nelle cerimonie funebri e nelle raffigurazioni del viaggio oltremondano, oltre che in episodi mitologici (come Caco alla lyra) e nelle immagini in cui gli strumenti pendono dalle pareti della tomba. La dipendenza dell'arte etrusca dai modelli greci impone cautela, ma non annulla il valore di questa documentazione: Jannot ha osservato che, mentre la ceramica attica predilige la lyra eptacorde e la grande "cithara da concerto", i pittori di Tarquinia e gli scultori di Chiusi moltiplicano invece le immagini di uno degli strumenti più rari in Grecia, la kithara "a culla", segno che almeno per gli oggetti d'uso corrente le rappresentazioni etrusche non dipendono dai modelli iconografici greci.

Fonti archeologiche Gli esemplari superstiti sono rari, dato che molti strumenti erano in materiale deperibile, e provengono in prevalenza dalle tombe, ma anche da depositi votivi nei santuari e dai carichi dei relitti navali. La prevalenza dei rinvenimenti tombali riflette sia il precoce orientamento della ricerca archeologica sulle necropoli, sia le migliori condizioni di conservazione offerte dalle tombe; molti reperti, inoltre, provengono da scavi mal documentati o dal mercato antiquario.

Tra i reperti più significativi vi è la tromba-lituo bronzea rinvenuta nell'area sacra di Pian di Civita a Tarquinia: piegata in tre punti per renderla inservibile, fu sepolta come offerta votiva fra il 700 e il 675 a.C. accanto a un'ascia e a uno scudo trattati nello stesso modo. Si aggiungono un cornu bronzeo dal Tumulo dei Carri di Populonia (prima metà del VII secolo a.C.) e i frammenti lignei e ossei di aulos restituiti dal relitto di Campese, all'Isola del Giglio (inizio del VI secolo a.C.), insieme a un frammento osseo dal territorio di Chianciano. Dal relitto del Giglio provengono anche alcuni plettri d'avorio a forma di cucchiaio, databili alla metà del VII secolo a.C.: insieme ad altri esemplari da Caere, Tarquinia e Vulci, costituiscono l'unica traccia materiale superstite degli strumenti a corda, dei quali non si è conservato alcun esemplare. Non si sono conservate neppure le ance dell'aulos, parte più fragile dello strumento.

Strumenti Gli Etruschi mostrarono una netta predilezione per gli aerofoni, confermata sia dalle fonti letterarie sia dalla schiacciante prevalenza degli strumenti a fiato nell'iconografia. Uno spoglio delle tombe dipinte di Tarquinia, Chiusi e Orvieto, comprese fra la seconda metà del VI e la seconda metà del IV secolo a.C., registra l'aulos in 52 tombe, la kithara in 21, la lyra in 12, i danzatori con krotala in 11, cornu e tromba-lituo in 9 e il barbiton in 5.

Strumenti a fiato Aulos Lo strumento più diffuso era l'aulos (in latino tibia, al plurale tibiae), un aerofono a doppia canna ad ancia. Poiché era costruito quasi sempre in legno o in osso, se ne sono conservati pochissimi esemplari: i frammenti del relitto di Campese (canne di bosso e di avorio) e un frammento osseo con quattro fori dal territorio di Chianciano. Trattandosi di uno strumento ad ancia, la consuetudine moderna di chiamarlo "doppio flauto" è organologicamente scorretta: nelle raffigurazioni i suonatori sono quasi sempre rappresentati con le guance gonfie, tratto tipico dell'esecuzione con l'ancia. L'ancia, parte più fragile, non si è conservata, sicché non è possibile stabilire se fosse semplice o doppia.

Quanto al nome etrusco, i Latini chiamavano subulo il suonatore dello strumento, il che lascia supporre che la voce etrusca suplu indicasse il suonatore, e forse lo strumento medesimo. Il termine subulo è attestato in Varrone (De lingua Latina, VII, 35) e in Ennio (Saturae, 65), che per questo tipo di musicista non usò il latino tibicen ma proprio l'etrusco subulo. Sui materiali informa Plinio il Vecchio (Naturalis historia, XVI, 172): le tibiae suonate nei riti erano di bosso, mentre quelle per l'intrattenimento erano di legno di loto, osso d'asino o argento.

Le raffigurazioni etrusche dell'aulos presentano alcune particolarità rispetto a quelle greche. Jannot distingueva due grandi famiglie, una di aspetto cilindrico e una di aspetto conico, e considerava queste ultime, che costituiscono circa un terzo della documentazione e sono prive di equivalente greco, una peculiarità locale. Studi più recenti hanno aperto un dibattito, ancora non risolto, sul fatto che gli Etruschi avessero realmente auloi a canna conica oltre a quelli a canna cilindrica, oppure che i profili conici siano rese più libere di strumenti con il padiglione svasato. Jannot rilevava inoltre che in Etruria le due canne sono spesso di lunghezza diseguale (quella di sinistra più lunga e più grave), e che la phorbeia, la fascia di cuoio applicata sulle guance per sostenere lo sforzo del soffio, è relativamente rara, comparendo soprattutto nelle parate militari e nelle scene di prothesis: un indizio, secondo lo studioso, che lo sforzo richiesto all'auleta etrusco fosse minore di quello del collega greco.

Trombe: tuba, lituus e cornu Un secondo gruppo di aerofoni comprende le lunghe trombe, che gli antichi consideravano concordemente un'invenzione etrusca. I Romani le designarono con tre termini, corrispondenti ad altrettante forme: la tuba, tubo diritto che si allarga gradualmente verso il padiglione; il lituus, tubo diritto che si incurva all'indietro solo all'estremità; e il cornu, tubo interamente ricurvo, talvolta munito di una traversa di sostegno. A differenza dell'aulos, questi strumenti non compaiono nelle scene di banchetto, ma sono legati a contesti civili, militari e religiosi, come insegne di rango.

Diodoro Siculo (V, 40) precisa che la tromba fu ideata per scopi bellici, come strumento per dare ordini all'esercito. Per il lituus, Jannot, sulla scorta di Polluce (Onomasticon, IV, 84) e di studi moderni, ne descrive il suono cupo e terrificante e ritiene che servisse in guerra a trasmettere ordini, ipotizzando che la sua funzione primaria fosse la comunicazione fra navi; gli esemplari superstiti misurano tra 135 e 147 cm. La somiglianza del lituus con il bastone augurale fece sì che in latino i due oggetti portassero lo stesso nome, come nota Cicerone (De divinatione, I, 30); lo strumento compare anche nei riti di fondazione delle città. La più antica raffigurazione di una tromba diritta da un centro etrusco è una salpinx, lunga circa due metri e impiegata in uno scontro navale, dipinta sul Cratere di Aristonothos da Cerveteri (650 a.C. circa).

I rinvenimenti confermano questo ruolo: oltre alla tromba-lituo di Pian di Civita, un cornu proviene dal Tumulo dei Carri di Populonia, e due cornua conservati al British Museum vengono dalla tomba della famiglia Vipinana a Tuscania. Si è osservato infine che, dei nomi latini di strumenti musicali, soltanto tre non derivano dal greco, tibia, lituus e tuba, tutti aerofoni: un indizio dell'esistenza di una solida tradizione locale di strumenti a fiato nell'Italia centrale.

Bucina e corni