La pirateria nel Mediterraneo antico fu un fenomeno endemico delle società costiere del bacino del Mediterraneo, dall'età del bronzo fino alla pacificazione di età augustea. Strettamente connessa allo sviluppo dei traffici marittimi, di cui condivideva rotte e tecniche, la depredazione per mare si intrecciò costantemente con il commercio, la guerra e il mercenariato, al punto che i confini fra queste attività furono a lungo labili o inesistenti.
La nozione stessa di "pirateria" è storiograficamente problematica. Nell'età del bronzo e nell'epoca arcaica non esisteva un concetto distinto di pirateria, né un lessico specifico, e la razzia per mare non era differenziata dalla guerra; il termine greco peiratés è attestato soltanto a partire dal III secolo a.C.. La qualifica di "pirata", inoltre, fu spesso un'etichetta applicata dall'esterno, dalle potenze terrestri o navali, per delegittimare gli avversari e giustificare la propria espansione: da Teuta d'Illiria a Mitridate, fino a Sesto Pompeo, ribattezzato "pirata" dalla propaganda di Augusto.
Le aree in cui la pirateria fiorì con maggiore intensità furono quelle in cui l'intensità dei traffici, la conformazione delle coste e la presenza di isole e stretti favorivano l'agguato e la fuga rapida: l'arcipelago egeo, la Cilicia, l'Etolia, l'Illirico e il Tirreno. Il fenomeno conobbe il suo apice tra il II e il I secolo a.C. con i pirati cilici, contro i quali Roma affidò a Pompeo il comando straordinario della lex Gabinia (67 a.C.), e si chiuse, almeno nella forma su vasta scala, con il monopolio romano della violenza marittima in età imperiale.
Terminologia Il greco antico non disponeva di un termine univoco corrispondente all'italiano "pirata". Le fonti usano soprattutto due parole, leistḗs (λῃστής) e peiratḗs (πειρατής), e più raramente katapontistḗs (καταποντιστής); dal greco peiratḗs deriva il latino pirata.. Peiratḗs si collega al verbo peiráō ("tentare, fare la prova di") e non implicava di per sé una connotazione di illegalità..
Nell'uso degli autori antichi leistḗs e peiratḗs funzionano in larga misura come sinonimi e indicano entrambi tanto il predone di mare quanto quello di terra: la distinzione moderna per cui il pirata opera sul mare e il bandito sulla terraferma non è insita nei due vocaboli greci. Strabone li impiega come equivalenti, talvolta nella stessa frase, e Polibio usa peiratḗs sia per una banda di briganti (a proposito dell'etolo Dorimaco) sia per veri pirati (nella battaglia navale di Mionneso). Il termine peiratḗs è attestato per la prima volta nel III secolo a.C. e risulta di uso comune già entro la fine del secolo..
L'unica parola greca che designa specificamente il pirata e non il bandito è katapontistḗs, letteralmente "colui che getta in mare", disponibile almeno dall'inizio del IV secolo a.C. ma poco frequente.. Lo storico Cassio Dione la adopera per distinguere esplicitamente i predoni del mare da quelli di terra, in particolare nella trattazione della lex Gabinia del 67 a.C. e dell'ascesa di Pompeo...
Ciò che distingue la pirateria dal banditismo non è dunque il lessico, ma l'uso delle navi: esso richiede un investimento maggiore di risorse e garantisce ai predoni raggio d'azione e libertà di movimento più ampi. Le navi necessitano inoltre di porti e approdi, sicché le basi diventano un fattore decisivo, e la repressione della pirateria passa anzitutto per il controllo di tali basi..
Definizione e problemi storiografici I pirati possono essere definiti come predoni armati la cui attività comporta di norma l'uso di navi; ma, soprattutto, sono individui designati come tali da altri, a prescindere dal fatto che si considerino o meno pirati.. "Pirata" è cioè spesso un'etichetta attribuita da nemici e vittime, con valore dispregiativo: la scelta di Polibio di chiamare peiratai gli Etoli risponde a un intento polemico più che a una qualifica tecnica.. Quanto fosse evocativa la parola lo mostra un decreto di Imbro di poco anteriore al 166 a.C., che loda un cittadino per aver dato l'allarme dell'arrivo dei pirati.IG XII.8.53, righe 1-13, datata a poco prima del 166 a.C. dagli editori; cfr. .
I confini della categoria sono labili anche verso il mercenariato. Per l'età ellenistica si è osservato che non esisteva una reale distinzione tra pirata e mercenario, e che i due ruoli potevano essere intercambiabili: uno stesso individuo è detto "pirata" pur svolgendo le funzioni di un soldato al soldo, e l'etichetta dipendeva spesso dalle sue attività precedenti..
Pirateria e commercio non sono fenomeni contrapposti ma correlati, poiché entrambi dipendono da una rete fiorente di scambi marittimi; nelle epoche più antiche, in particolare, le due attività risultano difficilmente separabili. Studi più recenti hanno mostrato che, lungi dall'essere la semplice controparte distruttiva del commercio marittimo, la razzia per mare costituiva una modalità di acquisizione di lunga durata (una "mentalità di razzia", raid mentality), radicata nelle strutture sociali ed economiche del mondo egeo: commercio, pirateria e mercenariato erano forme contigue di una stessa attività, fra le quali lo stesso individuo poteva spostarsi.. La contrapposizione netta tra il "pirata" e la potenza navale chiamata a reprimerlo è in parte un costrutto delle fonti antiche e della storiografia ottocentesca, che faceva coincidere la legittimità con il solo Stato che agiva "rettamente". Questa correlazione strutturale fra l'intensità dei traffici marittimi e la pirateria, di lunga durata nel Mediterraneo, è stata messa in rilievo, per l'età moderna, da Fernand Braudel.. Sul piano politico la pirateria tende a essere contenuta quando una potenza navale controlla le rotte, e a riespandersi nei vuoti di potere..
Sul piano storiografico, le ricostruzioni che spiegano la pirateria antica come esito quasi necessario della geografia mediterranea, formulate fra l'inizio e la metà del Novecento, sono oggi considerate datate: il loro determinismo ambientale è stato criticato, e si è messo in guardia contro un "neodeterminismo" capace di sfociare in indebite costruzioni su base etnica o razziale..
L'età del bronzo e il Vicino Oriente
L'applicazione della categoria di "pirateria" all'età del bronzo è oggetto di un dibattito aperto. I testi egizi e vicino-orientali della tarda età del bronzo registrano razzie via mare, navi nemiche e saccheggi di porti, ma nessuno di essi (in accadico, ittito o lineare B) contiene un termine traducibile con "pirata".. L'espressione "Popoli del Mare", con cui si designano i gruppi che attaccarono l'Egitto fra la fine del XIII e l'inizio del XII secolo a.C., è a sua volta una definizione collettiva moderna: gli Egizi nominavano genti distinte (Peleset, Tjekker, Shekelesh, Shardana, Danuna, Weshesh), note quasi solo dalle iscrizioni egizie e in gran parte prive di riscontro archeologico.. Le fonti registrano due ondate, sotto Merenptah (1207 a.C. circa: Shardana, Shekelesh, Eqwesh, Lukka, Teresh) e sotto Ramses III (1177 a.C. circa); i Lukka sono di norma riferiti all'Anatolia sud-occidentale (la futura Licia), mentre l'origine dei Teresh è incerta e talora collegata agli Etruschi.
La documentazione è in larga parte testuale. Le lettere di Amarna (XIV secolo a.C.), archivio diplomatico che raccoglie la corrispondenza del faraone con molti interlocutori (i re di Babilonia, Assiria, Mitanni, degli Ittiti e di Cipro, oltre ai vassalli levantini), registrano scorrerie via mare: in EA 38 il re di Alashiya respinge l'accusa di favorire i Lukka, attivi contro le coste cipriote ed egizie.. (Tab. 8.1, EA 38); cfr. . Testi da Ugarit segnalano navi nemiche al largo e flotte impegnate nelle "terre di Lukka", mentre documenti ittiti ricordano scorrerie anatoliche e battaglie navali presso Cipro sotto gli ultimi grandi re.. I Sherden, citati già nelle lettere di Amarna come mercenari nelle guarnigioni egizie, agirono sia come predoni sia come truppe al soldo dell'Egitto..
Su questa base, una parte della ricerca recente legge i Popoli del Mare come una cultura marittima e piratesca, etnicamente composita e organizzata su base tribale, con componenti egee, italiche, anatoliche, cipriote e levantine; la pirateria, in questa prospettiva, accompagna l'espansione dei traffici marittimi e si intensifica nei momenti di crisi delle grandi potenze.. A sostegno di una mobilità guerriera fra Mediterraneo centrale e orientale si richiama la diffusione, fra XIII e XII secolo, di armi di tipo italico (le spade Naue II, le punte di lancia a cannone fuso) e della ceramica d'impasto, ricondotta allo spostamento di genti dall'Italia, in connessione con i movimenti dei Popoli del Mare.. Questa interpretazione si appoggia in misura rilevante all'analogia comparativa con fenomeni di pirateria meglio documentati (corsari barbareschi, pirateria caraibica, incursioni vichinghe).
L'interpretazione è contestata su due piani distinti. Sul piano terminologico, Philip de Souza osserva che nei testi del Bronzo la pirateria non è differenziata dalla guerra e manca un lessico apposito: gli scontri navali documentati a Ugarit e dagli Ittiti sono più propriamente "guerra", e chi usa navi per saccheggiare coste non viene chiamato "pirata", sicché la categoria non si applica in senso stretto.. Su un piano più ampio, A. Bernard Knapp nega l'esistenza di una "cultura della pirateria" archeologicamente isolabile, ritiene che chiamare "pirati" i Popoli del Mare riproduca il solo punto di vista delle potenze terrestri che li registrarono, e giudica metodologicamente fragile il ricorso ad analogie con fenomeni di pirateria di epoche lontane.
Sul piano storiografico più generale, l'immagine di un'unica ondata catastrofica di distruzione e migrazione è una costruzione otto-novecentesca, consolidata nel 1901 da Gaston Maspero sulle sole prove epigrafiche, prima degli scavi nei siti distrutti.. La ricerca recente tende a ridimensionarla: i Popoli del Mare sarebbero stati, almeno in parte, vittime quanto aggressori, e il collasso di fine Bronzo è ricondotto a una concomitanza di fattori (mutamento climatico, siccità, sciami sismici, crollo del sistema commerciale internazionale)..
Grecia arcaica e classica Il concetto di pirateria emerge con chiarezza solo nell'età arcaica (VIII-VI secolo a.C.): i poemi omerici, composti in Ionia verso la fine dell'VIII secolo a.C., sono le prime fonti scritte che designano individui e gruppi come predoni di mare.. La tradizione di Minosse che avrebbe "ripulito il mare dalla pirateria" per accrescere le proprie entrate (Tucidide 1.4; Erodoto 1.171 sui Cari al suo servizio) non costituisce prova di una pirateria dell'età del bronzo: come già rilevava George Grote, si tratta di una congettura modellata sull'impero ateniese di età classica e retrodatata al nome di Minosse, sicché la cosiddetta talassocrazia minoica è priva di fondamento storico sicuro..
Nel mondo omerico pirateria e guerra sono per finalità e metodi quasi indistinguibili, e la razzia è compatibile con l'etica eroica: il predone è guardato con una certa riprovazione, ma la sua attività può conferire prestigio e non è di per sé vergognosa... Lo mostra la formula con cui gli stranieri giunti per mare vengono interrogati ("viaggiate per commercio, oppure errate come predoni, a rischio della vita, portando danno ad altri?", Odissea 3.71-74 e 9.252-255): essere scambiati per pirati non era un'offesa, e Tucidide osservava che in tempi antichi l'attività non era ancora considerata disonorevole..