Gli Andriani di Galatina, in seguito indicati anche come Andriani-De Vito, furono una famiglia nobile italiana di Galatina, in Terra d'Otranto, documentata nella città almeno dalla seconda metà del XVII secolo.
Storia La presenza degli Andriani a Galatina, allora denominata San Pietro in Galatina, è documentata con continuità almeno dalla seconda metà del XVII secolo, nel periodo in cui la città apparteneva agli Spinola, famiglia genovese che aveva acquisito il feudo tra il 1615 e il 1616 e che nel 1621 ottenne dalla corona spagnola il titolo ducale su San Pietro in Galatina. È all'interno di tale contesto politico e sociale che la famiglia consolidò progressivamente la propria posizione, dapprima attraverso l'esercizio delle professioni giuridiche e di funzioni amministrative e fiduciarie per conto dei feudatari, quindi mediante l'accrescimento patrimoniale, le alleanze matrimoniali e infine l'acquisizione di proprietà feudali.
Una delle prime attestazioni dettagliate riguarda don Francesco Andriani. Il 20 agosto 1662 egli presentò al capitolo della collegiata di Galatina la richiesta di ottenere una cappella o un altare all'interno della chiesa, insieme a uno spazio nel quale realizzare la sepoltura familiare, offrendo per la concessione trentacinque ducati. La decisione fu formalizzata con atto notarile del 20 febbraio 1663 e agli Andriani fu concessa l'ultima cappella sulla destra entrando dalla porta maggiore, accanto a quella dedicata a san Gorgonio, con facoltà di costruirvi la propria sepoltura. Francesco vi fece quindi innalzare un altare dedicato a sant'Oronzo, corredato da una tela raffigurante il martirio del santo insieme ai suoi compagni Giusto e Fortunato. L'iniziativa costituì anche l'origine di uno stabile patronato religioso della famiglia all'interno della collegiata.
La posizione raggiunta da Francesco Andriani non fu limitata alla sfera religiosa. Un atto del 13 dicembre 1663 lo qualifica infatti come procuratore del duca Giovanni Maria Spinola. La medesima fonte documenta che suo figlio Vincenzo Andriani, utriusque iuris doctor, assunse successivamente un ruolo ancora più rilevante nell'amministrazione feudale: tra il 1690 e il 1700 fu agente generale del duca Francesco Maria Spinola. La funzione di agente comportava la rappresentanza degli interessi dei feudatari genovesi nel territorio galatinese, particolarmente significativa in considerazione della prolungata assenza dei duchi dalla Terra d'Otranto. Giancarlo Vallone ha infatti sottolineato come gli Andriani abbiano mantenuto per più generazioni un intenso rapporto fiduciario con gli Spinola, inserendosi nell'amministrazione locale dei loro possedimenti e utilizzando anche l'esercizio delle professioni giuridiche quale strumento di ascesa sociale. Lo stesso Vincenzo ampliò il patrimonio familiare acquistando nel 1707 i due Castrì e il suffeudo di Gramignano.
Parallelamente al rapporto con la casa feudale, gli Andriani entrarono in relazione matrimoniale con altre famiglie radicate nella società galatinese. Nel 1678 un rogito notarile fissò i capitoli matrimoniali tra Giuseppe Andriani e Caterina d'Aruca, figlia di Aruca d'Aruca e di Antonia de Noha. Caterina, indicata come unica figlia legittima superstite, portò in dote anche un complesso di abitazioni situato nel vicinato detto della Piazza o di San Bartolomeo. L'atto costituisce una delle testimonianze della progressiva integrazione degli Andriani nella rete patrimoniale e matrimoniale dei ceti possidenti di Galatina nel corso del Seicento.
Il passaggio decisivo nell'ascesa patrimoniale della famiglia fu compiuto da don Domenico Andriani, nipote di Francesco, che nel 1692 acquistò per ducati il feudo di Santa Barbara, posto nel territorio di Galatina. Il possedimento aveva il proprio centro in una masseria fortificata di origine cinquecentesca, sorta probabilmente su un precedente insediamento medievale e organizzata attorno a una corte con strutture residenziali e produttive, una torre, una cappella, una torre colombaia, un pozzo e un mulino. Con l'acquisto di Santa Barbara gli Andriani entrarono dunque direttamente nel ceto dei possessori feudali, coronando quel percorso che Vallone descrive come una progressione «dal mestiere di giurista» alla proprietà feudale, secondo un itinerario non inconsueto nella società meridionale di antico regime.
Domenico mantenne inoltre un forte legame con il patronato religioso istituito dai suoi predecessori. Nel 1702 destinò cento ducati alla cappella di sant'Oronzo nella chiesa matrice, da lui definita come fondata dai propri antenati, stabilendo che i proventi del capitale fossero impiegati per la celebrazione di messe. Trent'anni più tardi, nel proprio testamento del 10 agosto 1732, rogato nella sua abitazione situata nel vicinato della Santissima Trinità, dispose che il suo corpo fosse sepolto nella cappella di sant'Oronzo «de' miei maggiori» della collegiata di Galatina; nel caso in cui fosse morto ad Andrano, indicò invece come luogo di sepoltura il convento domenicano di quella località. Ancora nel 1760 una descrizione della collegiata attestava che l'altare di sant'Oronzo era de jure patronatus degli Andriani e che ai suoi piedi si trovava la sepoltura gentilizia della famiglia. La documentazione religiosa consente quindi di seguire per circa un secolo la continuità del patronato familiare, dal suo avvio nel 1662-1663 fino alla seconda metà del Settecento.
Il rapporto degli Andriani con gli Spinola continuò nello stesso periodo. In una memoria del 1736 gli avvocati ducali ricordavano espressamente gli «Andreani» tra coloro che per lungo tempo avevano esercitato l'attività di agenti dei feudatari di San Pietro in Galatina. Proprio la lunga permanenza degli Spinola lontano dal feudo rese particolarmente rilevante il ruolo degli amministratori locali, chiamati a curare gli interessi economici e giurisdizionali della casa ducale e a rappresentarla nei rapporti con l'università cittadina. Vallone interpreta la vicenda degli Andriani come esemplificativa della mobilità dei gruppi professionali e proprietari di antico regime: l'attività giuridica, le funzioni fiduciarie presso il feudatario e l'accumulazione di beni fondiari consentirono alla famiglia di inserirsi progressivamente nei livelli superiori della società locale e di conservare la proprietà feudale di Santa Barbara fino all'abolizione della feudalità.
Alla seconda metà del Settecento risalgono anche testimonianze della presenza della famiglia nella committenza artistica e religiosa galatinese. Nella chiesa di San Luigi, appartenuta al monastero delle Clarisse, il coro ligneo realizzato nel 1773 reca lo stemma degli Andriani. Gli Andriani-De Vito sono inoltre ricordati tra le famiglie committenti degli altari settecenteschi della chiesa di Santa Maria della Grazia, insieme agli Zamboi, ai Mezio e ai Tanza.
Sul finire del XVIII secolo agli Andriani si unì anche il cognome De Vito. Secondo la documentazione storico-artistica relativa ai palazzi galatinesi, la famiglia De Vito si estinse negli Andriani alla fine del Settecento. A testimonianza di tale passaggio, nel 1797 il barone Giuseppe Maria Andriani alienò alla famiglia Papadia il palazzo già appartenuto ai De Vito, successivamente noto come Palazzo De Vito-Papadia-Greco. Giuseppe Maria è indicato inoltre come proprietario del Palazzo Andriani-De Vito di via Lillo, costituito da due distinti nuclei edilizi: quello posto a sinistra dell'arco Andriani conserva in larga parte una struttura cinquecentesca, mentre quello a destra fu integralmente ricostruito agli inizi del XX secolo.
L'uso del doppio cognome Andriani De Vito è confermato anche dalla documentazione giudiziaria tra la fine del Settecento e l'inizio dell'Ottocento. Nell'inventario dei processi della Regia Bagliva di Lecce compare infatti Giuseppe Maria Andriani De Vito di Galatina, protagonista nel 1805-1806 di una controversia contro Giovanni e Nicola Veris e altri soggetti di Melpignano per un credito di mille ducati. La presenza del suo nome nella documentazione giudiziaria dei primi anni dell'Ottocento coincide con la fase di dissoluzione dell'ordinamento feudale nel Regno di Napoli, dopo la quale il patrimonio familiare cessò di avere natura feudale pur continuando a costituire una consistente base fondiaria.
Ulteriori atti dell'Archivio di Stato di Lecce attestano la permanenza di diversi membri della famiglia tra i proprietari galatinesi nell'età della Restaurazione. Il 28 agosto 1822 un procedimento del Tribunale civile di Lecce relativo a due fondi olivetati denominati Bardella e Amendole indica come proprietari e domiciliati a Galatina i fratelli Domenico, Gaspare, Vincenza e Petrina Andriani, insieme a Pompeo Cavoti, marito di Petrina. La fonte conferma quindi la continuità di un nucleo di proprietari Andriani a Galatina nei primi decenni dell'Ottocento.
Lo stesso inventario archivistico documenta nel 1823 anche un nucleo omonimo residente a Oria: il 29 ottobre di quell'anno Domenico Andriani ed Elena Milizia risultavano coniugi, proprietari e domiciliati nella città; Elena agiva inoltre quale erede della defunta zia Anna Milizia in una procedura relativa a una casa situata a Latiano. Questa attestazione prova la presenza di Andriani anche a Oria, ma la sola documentazione processuale non permette di stabilire con sicurezza il rapporto genealogico tra tali soggetti e il ramo baronale di Galatina. Per tale ragione non è possibile ricostruire sulla base dell'inventario archivistico una derivazione diretta del nucleo oritano dagli Andriani di Santa Barbara.
La famiglia risulta coinvolta anche nelle vicende risorgimentali locali. Nel 1860 Pietro Andriani, ricordato come secondogenito del barone di Santa Barbara e allora avviato alla carriera ecclesiastica, abbandonò temporaneamente il seminario per unirsi ai garibaldini; dopo l'Unità d'Italia tornò successivamente allo stato ecclesiastico. L'episodio mostra come membri della famiglia fossero ancora riconosciuti localmente attraverso il riferimento storico al titolo di Santa Barbara nella fase di passaggio dal Regno delle Due Sicilie al Regno d'Italia.
La documentazione patrimoniale della seconda metà dell'Ottocento conserva ulteriori attestazioni degli Andriani-De Vito. Nell'inventario delle perizie del Tribunale civile e penale di Lecce figura nel 1868 un procedimento relativo a beni immobili situati tra Galatina e Copertino, comuni tra diversi contendenti e in parte provenienti dall'eredità del defunto Vincenzo Andriani de Vito; tra le parti compare anche un L. Andriani de Vito. La documentazione successoria consente di seguire la famiglia ancora più avanti nel secolo: l'Ufficio del Registro di Galatina registra la morte, avvenuta il 20 gennaio 1887, di Giuseppe Andriani De Vito fu Gaspare, domiciliato a Galatina. La relativa denuncia di successione testamentaria indicava un valore patrimoniale di lire e fu presentata tramite il procuratore Liberato Congedo.
Il legame degli Andriani con il centro storico di Galatina proseguì anche dopo la perdita delle prerogative feudali. La famiglia continuò infatti a risiedere nel Palazzo Andriani-De Vito fino alla seconda metà del XX secolo. In seguito la porzione posta a destra dell'arco Andriani fu acquistata dalla famiglia Sansò e restaurata; anche il nucleo cinquecentesco situato sul lato opposto dell'arco è stato successivamente sottoposto a interventi di restauro e ristrutturazione. Il palazzo, l'arco omonimo, le testimonianze araldiche negli edifici religiosi e il toponimo di piazza degli Andriani nella frazione di Santa Barbara costituiscono ancora oggi tracce della presenza plurisecolare della famiglia nel territorio galatinese.
Stemma Una testimonianza araldica della famiglia Andriani è conservata nella chiesa di San Luigi di Galatina, già appartenente al monastero delle Clarisse. Il coro ligneo collocato sopra l’altare maggiore, realizzato nel 1773, reca infatti lo stemma della famiglia.
Note