Onomacrito è ricordato soprattutto per la sua attività mantica e come cresmologo, ossia raccoglitore, ordinatore e interprete di oracoli. Le fonti antiche e la successiva tradizione erudita gli attribuiscono un ruolo nella raccolta o nella redazione di opere associate soprattutto a Orfeo e Museo e, in testimonianze più tarde e discusse, nella trasmissione dei poemi di Omero e di materiale attribuito a Esiodo.
La testimonianza più antica e principale sulla sua vita è quella di Erodoto, che lo colloca nell'ambiente dei Pisistratidi, prima ad Atene e in seguito alla corte persiana di Serse.
Biografia Erodoto lo definisce «ateniese» e lo presenta come cresmologo e ordinatore degli oracoli attribuiti a Museo. La qualifica non consente però di stabilirne con certezza la città di nascita; restano inoltre ignote le date della nascita e della morte.
Onomacrito operò nell'ambiente dei Pisistratidi e fu in rapporti con Ipparco. Secondo Erodoto, Laso di Ermione lo sorprese mentre inseriva nella raccolta degli oracoli attribuiti a Museo una profezia secondo la quale le isole vicine a Lemno sarebbero scomparse nel mare; Ipparco, venuto a conoscenza dell'episodio, lo bandì da Atene. L'allontanamento avvenne necessariamente prima della morte di Ipparco, nel 514 a.C.
Secondo Javier Martínez, durante il periodo dell'esilio Onomacrito potrebbe essersi recato in Persia insieme ad alcuni membri della propria famiglia. Dopo la cacciata dei Pisistratidi da Atene nel 510 a.C., Onomacrito si riconciliò con loro. Erodoto lo colloca successivamente insieme ai Pisistratidi a Susa, alla corte di Serse, dove recitava al sovrano gli oracoli favorevoli a una spedizione persiana contro la Grecia, tralasciando quelli di segno sfavorevole. Arnaldo Momigliano colloca la presenza di Onomacrito alla corte persiana intorno al 485 a.C.; una datazione analoga è accolta da Giorgio Colli.
Una diversa cronologia compare in due fonti cristiane più tarde. Taziano e Clemente Alessandrino collocano infatti Onomacrito al tempo dei Pisistratidi e, contemporaneamente, intorno alla cinquantesima Olimpiade, cioè circa nel 580-577 a.C. Clemente, infatti, scrive che "Onomacrito l'Ateniese, che si dice essere l'autore delle composizioni poetice attribuite a Orfeo, risulta vissuto al tempo del dominio di Pisistratidi, intorno alla cinquantesima olimpiade". La data è incompatibile con la cronologia dei Pisistratidi e con il racconto di Erodoto. Colli ha spiegato la discordanza ipotizzando un errore nella fonte comune utilizzata dai due autori. Anche la critica moderna ha rilevato il carattere problematico di questa cronologia e la stretta dipendenza fra le testimonianze di Taziano e Clemente.
Opere e attribuzioni Non è possibile stabilire con certezza quali testi Onomacrito abbia composto autonomamente e quali abbia invece raccolto, redatto o interpolato a partire da materiale preesistente: una difficoltà già implicita nelle fonti antiche e centrale nella ricostruzione della sua attività letteraria. La Suda, nella voce dedicata a Orfeo (ο 654 Adler), attribuisce a Onomacrito due opere della tradizione orfica: Oracoli (, Chresmoí); Riti (, Teletaí), testi di carattere misterico o «misteriosofico» secondo Momigliano.
Momigliano afferma inoltre che Onomacrito avrebbe composto sotto il proprio nome oracoli, poemi e scritti di carattere misterico. L'esistenza, o almeno la circolazione, di testi conosciuti nell'antichità come opere di Onomacrito è attestata anche da Pausania. Discutendo la genealogia delle Cariti, Pausania osserva che la versione presente in un «poema di Onomacrito» concordava con quella attribuita a Esiodo: Zeus ed Eurinome erano i genitori delle tre Cariti, Aglaia, Eufrosine e Talia. La testimonianza non permette però di stabilire se si trattasse di una composizione interamente originale o della rielaborazione di materiale tradizionale.
Anche Sesto Empirico menziona Onomacrito in relazione agli scritti «orfici», attribuendogli una dottrina cosmologica secondo cui i principi delle cose sarebbero stati fuoco, acqua e terra; il passo è raccolto da Otto Kern fra le testimonianze su Onomacrito. Anche in questo caso la testimonianza non consente da sola di distinguere fra composizione, redazione e attribuzione pseudepigrafica.
Tradizione omerica ed esiodea Una parte della tradizione posteriore mise Onomacrito in relazione anche con la trasmissione dei poemi omerici. In particolare, una tradizione scolastica gli attribuiva un'interpolazione nell'XI libro dell'Odissea, in corrispondenza del passo dedicato a Eracle e alla sua presenza tra gli dèi, con Ebe come sposa. Momigliano riferisce specificamente l'attribuzione al verso XI, 604.
Colli prende in esame i versi XI, 602-604 e li mette in rapporto con materiale esiodeo trasmesso anche per via papiracea, rilevandone la stretta corrispondenza. Lo stesso Colli interpreta la presenza di Eracle in questi materiali come un possibile elemento di collegamento fra la tradizione omerico-esiodea e quella orfica, nella quale l'eroe assume un ruolo significativo. Tale collegamento va tuttavia considerato un'interpretazione dello studioso e non una conseguenza certa dell'attribuzione antica.
Una testimonianza ancora più tarda, trasmessa da Giovanni Tzetzes nei suoi prolegomeni alla commedia greca, riferisce che alcuni attribuivano la sistemazione dei poemi omerici al tempo di Pisistrato a quattro redattori: Orfeo di Crotone, Zopiro di Eraclea, Onomacrito di Atene e un quarto personaggio il cui nome è trasmesso in forma problematica, tradizionalmente letto come Epiconcilo o Epicongilo. La storicità di questa tradizione è discussa: Federico Condello, recensendo l'edizione dei frammenti di Onomacrito curata da Ettore D'Agostino, sottolinea sia la tarda datazione della testimonianza sia i problemi più generali legati alla presunta «redazione pisistratea» di Omero.
Interpolazione degli Oracoli
Erodoto riferisce che Laso di Ermione lo sorprese mentre inseriva nella raccolta la profezia sulla scomparsa in mare delle isole vicine a Lemno, circostanza che portò Ipparco a bandirlo da Atene nonostante i precedenti rapporti amichevoli. La natura esatta dell'episodio e il significato da attribuire al concetto di «falsificazione» sono stati discussi dalla storiografia moderna. Colli, anche attraverso il confronto con la raccolta delle testimonianze di Kern, interpreta con cautela la rappresentazione erodotea di Onomacrito come semplice falsificatore, inserendo invece l'episodio nel più ampio processo arcaico di raccolta, sistemazione e rielaborazione di materiale poetico e oracolare.
Javier Martínez ha proposto una lettura politica dell'episodio, prendendo in considerazione la possibilità che l'interpolazione fosse legata agli interessi dei Pisistratidi. Nella sua discussione delle ipotesi avanzate da Gregory Nagy e S. R. Slings, Martínez prende inoltre in esame il possibile ruolo di Laso e il valore che lo smascheramento di Onomacrito avrebbe potuto avere per la sua reputazione. Anche Condello sottolinea che le circostanze descritte da Erodoto consentono interpretazioni diverse: Laso avrebbe potuto confrontare l'oracolo con una tradizione parallela o precedente, ma ogni ricostruzione di questo genere rimane ipotetica.
Alla stessa immagine di Onomacrito come manipolatore del materiale oracolare contribuisce il passo di Erodoto sulla corte di Serse: qui il cresmologo seleziona gli oracoli da recitare al sovrano, omettendo quelli che preannunciano sciagure per i Persiani e scegliendo quelli favorevoli alla spedizione contro la Grecia; fra questi figura una profezia relativa alla costruzione di un ponte sull'Ellesponto. Una testimonianza tarda e ostile si trova anche in Plutarco, che nel De Pythiae oraculis include Onomacrito fra coloro ai quali veniva imputato di aver screditato gli oracoli attraverso aggiunte poetiche enfatiche e artificiose.
La Questione Orfica
Il rapporto fra Onomacrito e la letteratura attribuita a Orfeo è attestato da numerose testimonianze, ma la loro interpretazione non è univoca. Taziano afferma che le opere attribuite a Orfeo erano state «composte» o «ordinate» da Onomacrito ateniese al tempo dei Pisistratidi; Clemente Alessandrino formula l'attribuzione in maniera più netta, definendo Onomacrito autore dei poemi attribuiti a Orfeo e degli oracoli attribuiti a Museo. Il significato del verbo utilizzato da Taziano è stato discusso: può indicare tanto la composizione quanto la raccolta e sistemazione di materiale precedente.
Un'altra testimonianza è conservata da Giovanni Filopono nel suo commento al De anima di Aristotele. Commentando l'espressione aristotelica «cosiddetti versi orfici», Filopono riferisce che le dottrine sarebbero appartenute a Orfeo, mentre Onomacrito le avrebbe sviluppate o messe in versi. La testimonianza non va confusa con quella di Cicerone: nel De natura deorum Cicerone riferisce che Aristotele negava l'esistenza storica del poeta Orfeo, ma aggiunge che i pitagorici attribuivano un poema orfico a un certo Cercops, senza nominare Onomacrito in questo passo.
Di particolare importanza è una testimonianza di Pausania relativa ai Titani. Parlando del santuario di Despoina a Licosura, Pausania afferma che Onomacrito prese da Omero il nome dei Titani, compose o istituì riti in onore di Dioniso e fece dei Titani i responsabili delle sofferenze del dio. Il passo è stato tradizionalmente messo in relazione con il mito orfico delle sofferenze e dello smembramento di Dioniso da parte dei Titani. La formulazione di Pausania, tuttavia, parla propriamente delle «sofferenze» del dio e non descrive esplicitamente lo smembramento.Colli interpreta questa testimonianza come un indizio dell'attività di Onomacrito nel mettere in relazione la tradizione religiosa olimpica con quella orfica e dionisiaca.
Pausania attribuisce inoltre a Onomacrito alcuni versi nei quali si narrava che Museo avesse ricevuto da Borea il dono di volare. Lo stesso Pausania dichiara di non conoscere nulla che potesse essere attribuito con certezza a Museo, eccetto un inno a Demetra composto per i Licomidi. Il passo costituisce una delle testimonianze più significative sul ruolo attribuito a Onomacrito nella trasmissione e rielaborazione di materiale poetico arcaico, pur non permettendo di definire con precisione quanto di tale materiale fosse di sua composizione.
Nel complesso, le testimonianze antiche hanno valore e contenuto differenti: alcune riguardano la redazione o composizione di opere attribuite a Orfeo e Museo, altre dottrine conservate negli scritti orfici o, in chiave negativa, l'attività di Onomacrito nel campo degli oracoli. Proprio questa varietà spiega perché la tradizione moderna gli abbia attribuito un ruolo importante, benché difficile da definire con precisione, nella formazione e nella trasmissione della letteratura orfica.
Identificazione con l'Onomacrito locrese Un problema distinto è costituito da un passo della Politica di Aristotele. Lo Stagirita riferisce che «alcuni» tentavano di collegare genealogicamente diversi antichi legislatori e, in questo contesto, affermavano che un Onomacrito originario della Locride fosse stato il primo a distinguersi nell'arte legislativa. Secondo questa tradizione, egli avrebbe soggiornato a Creta esercitando l'arte mantica, sarebbe stato compagno di Talete e avrebbe occupato una posizione all'inizio di una successione di maestri e discepoli che comprendeva Licurgo, Zaleuco e Caronda. Aristotele stesso osserva immediatamente che questa ricostruzione è incompatibile con la cronologia.