La chiesa di sant'Eusebio è un luogo di culto cattolico monastico di Roma (Rione Esquilino), dedicata all'oscuro martire del IV secolo Eusebio di Roma; ; ; ; v. anche qui..

L'edificio, attualmente in posizione seminascosta, è incastrato fra i palazzi del Piano regolatore del 1873 nell'angolo fra piazza Vittorio Emanuele II e via Napoleone III. Chiesa titolare e parrocchia, ma non basilica minore, è uno dei monumenti cristiani più insigni del Rione.

Storia

Si ritiene tradizionalmente che la costruzione insista sulla domus del prete romano Eusebio (circa 319-357?), strenuo oppositore dell'arianesimo, condannato dall'imperatore Costanzo II a morire di fame rinchiuso in una stanza della propria abitazioneVetus Martyrologium Romanum, A.D. MDCCCCLVI, die 14 augusti: "A Roma il natale del beato Eusebio, Prete e Confessore, il quale dall'ariano Imperatore Costanzo (II), per aver difeso la fede cattolica, rinchiuso in una camera della sua casa, ivi, avendo perseverato costantemente sette mesi in preghiera, riposò in pace. Il suo corpo fu raccolto dai preti Gregorio ed Orosio e fu sepolto nel cimitero di Callisto, sulla via Appia". Fonti sul martire Eusebio di Roma: Gesta Eusebii, VI = Acta Sanctorum, Aug., III, 166 e Sept., VI, 297; Martyrologium Usuardi; Martyrologium Hieronymianum = Acta Sanctorum, Nov., II, 444; Francis Mershman, s.v. St. Eusebius in The Catholic Encyclopedia, vol. 5, New York, Robert Appleton Company, 1909. Un altro Eusebio fu martirizzato assieme a Vincenzo sotto Commodo, ed è ricordato nei martirologi il 25 agosto. A Roma fu inoltre attivo Eusebio di Vercelli, esiliato da Costanzo II per la sua avversione contro l'arianesimo a Scitopoli, in Cappadocia e nella Tebaide, che in realtà morì nel 371 a Vercelli, di cui fu primo vescovo, dopo la morte dell'imperatore (361), e che quindi non fu martire stricto sensu. Eusebio di Vercelli è stato definitivamente escluso dalla dedicazione della chiesa con il Novum Martirologium del 2001..

L'epitaffio di un clericus trovato nelle catacombe dei Santi Marcellino e Pietro ad duas Lauros dell'anno 474 è il documento più antico menzionante il titulus di EusebioJoseph Wilpert (1908). Beiträge zur christlichen Archäologie. Römische Quartalschrift für christliche Altertumskunde und Kirchengeschichte 22: pp. 73-195: 80; Inscriptiones Christianae Urbis Romae, 16002., ma il graffito funerario del lettore Olympus ne indizia la costruzione già nel IV secoloOlympi lectoris de D(ominico) Eusebii locus est. L'iscrizione è pubblicata in: Giovanni Battista de Rossi (1882). Bullettino di archeologia cristiana s. 4, anno I: p. 112; v. anche Orazio Marucchi, Éléments d'archéologie chrétienne. Notion générales, Paris-Roma, Desclée, Lefebure & C., 1899, p. 124. Armellini sostiene che l'uso del termine dominicum, riferito alle chiese più antiche, si diffonda molto agli inizi per scomparire alla fine del IV secolo. L'iscrizione ci riporta quindi in un ambito di IV, piuttosto che di V secolo (, in particolare pp. 3-4; 125: dominicum, voce usata nella prima metà del secolo IV a denotare la casa del Signore, e che verso la fine di quel secolo era andata già in disuso). Anche altri autori ( e ) datano al IV secolo l'iscrizione., probabilmente per volontà del pontefice Liberio (352-366) che, secondo la tradizione, lo consacrò nel 357Liber Pontificalis, ed. Duchesne 1886, I, s.v. Liberius, anche Introduzione.; il titulus Eusebii è anche ricordato nel 494 nel "Catalogo gelasiano"Concilium Romanum I (494): Valentinus archipresbyter in titulo S. Eusebii in Esquilinis. e i suoi presbyteri risultano fra i sottoscrittori dei sinodi romani del 499Cassiodoro, Variae, XII (ed. Mommsen, pp. 410-415) = Monumenta Germaniae Historica, Auctores Antiquissimi, Acta Synhodorum habitarum Romae, pp. 412 , 413 , 415 . e del 595Registrum Gregorii, lib. V n. 57a, vol. I, pp. 366-367 (ed. Ewald et Traube) v. qui..

Il titolo divenne chiesa intorno al 745, ampiamente restaurato per opera di papa Zaccaria (741-752) a seguito del crollo del tettoLiber Pontificalis, I 435..

Una memoria altomedievale è contenuta per l'anno 921 nel ChroniconMonumenta Germaniae Historica, Scriptores, tomo V, p. 715. di Benedetto di Sant'Andrea del Soratte e riferisce della ecclesia sancti Eusebii iuxta macellum parvum ("presso il mercato piccolo"), ovvero il Macellum Liviae realizzato sotto Augusto. La chiesa è inoltre menzionata al nº 12 nel catalogo di Cencio Camerario della fine del XII secolo.

Altri restauri dell'edificio sono attestati tra l'VIII e la fine del IX secolo sotto i papi Adriano ILiber Pontificalis, I 508., Leone IVLiber Pontificalis, II 11.21., Gregorio IVLiber Pontificalis, II 76. e Niccolò ILiber Pontificalis, II 154.; esso fu nuovamente riedificato da Onorio III (1216-1227). A questo periodo risale l'aggiunta del campanile.

Nel 1238, dopo una ricostruzione a fundamentis, la chiesa fu consacrata da papa Gregorio IX (1227-1241) e dedicata in honore beatorum Eusebii et Vincentii, come ricorda un'epigrafe ora nel portico della chiesa. Per l'iscrizione: Vincenzo Forcella, Iscrizioni delle chiese e d'altri edificii di Roma dal secolo XI fino ai giorni nostri, Roma 1869, vol. X, 405 n. 640; il testo è anche in ..

L'11 giugno 1289 papa Niccolò IV (1288-1292) concesse la chiesa a Pietro del Morrone., futuro papa Celestino V, ma i monaci celestini dovevano averla quasi abbandonata nei primi anni del XIV secolo se il "Catalogo di Torino"Codex Taurinensis lat. A, 381: habebat fratres ordinis sancti Petri de Morrone XXV riporta la presenza di soli venticinque frati nel complesso.

In un documento del 1323 conservato nell'Archivio di Stato di Roma la chiesa viene detta S. Eusebii de montibusFondo S. Silvestro, in Archivio Storico Italiano (1899), p. 336..

Nel 1470, sotto papa Paolo II, nel monastero annesso alla chiesa fu impiantata una delle prime stamperie di Roma, forse da Georg Lauer, dove furono impresse tra le altre opere le Homiliae super Iohannem di Giovanni Crisostomo latinizzate da Francesco Griffolini.

Nel 1627 il luogo di culto fu elevato da priorato ad abbazia. L'abate Ludovico Bellori così lo descrive nello "Stato temporale delle Chiese di Roma" (1662): È della congreg. celestina dell'ordine di s. Benedetto. È situata nel rione dei Monti; è nominata fra i monasteri celestini nella bolla di s. Pietro Celestino V data in Aquila alli 27 di settembre 10 del suo pontificato. La chiesa ha tre altari e 2 sepolture. Possiede molti horti, Grangìe tra la quale una fuori di Ferentino donata da s. Pio V in breve 1 febr. 1568. Possiede case, cappelle in Roma, in Albano, censi, canoni, luoghi di monti, alberi, vigne ecc. ...con un'entrata di sc. 1608: 80. Nel monastero furono prefissi nell'anno 1627, per decreto del capitolo generale in esecuzione della bolla di Urbano VIII di prefissare il numero, religiosi sacerdoti 8, conversi 4, serventi secolari 2. Di più vi sono otto studenti et un lettore.

Il monastero fu soppresso nel 1810 dall'amministrazione francese e la chiesa passò ai gesuiti per decisione di papa Leone XII dopo lo scioglimento dell'ordine dei celestini.

Il luogo di culto rimase titulus fino al pontificato di papa Gregorio XVI (1831-1846) che lo attribuì alla chiesa di San Gregorio al CelioBolla Romani Pontificis del 28 giugno 1839.; lo fu di nuovo sotto papa Pio IX (1846-1878)Concistoro segreto del 25 giugno 1877..

Nel 1873 i Gesuiti furono espulsi dal monastero, espropriato dallo Stato italiano a seguito dell'entrata in vigore delle Leggi eversive del clero.

Il 12 marzo 1888 la chiesa fu dichiarata parrocchia sussidiaria di quella della Basilica di Santa Maria Maggiore dal cardinale vicario Lucido Maria Parocchi e, infine, da quest'ultimo eretta parrocchia e affidata al clero secolare di RomaDecreto Spiritali christifidelium del 31 agosto 1889.. Il territorio è stato desunto da quello di Santa Maria Maggiore.

L'8 dicembre 1930 vi si costituì la futura congregazione delle Figlie della Madonna del Divino Amore.

È tradizione che il 17 gennaio di ogni anno, in occasione della ricorrenza di sant'Antonio abate, presso la chiesa di sant'Eusebio si celebri il rito della benedizione degli animali, qui spostato dalla chiesa di Sant'Antonio Abate all'Esquilino nel XX secolo per motivi di ordine pubblico.

Descrizione Esterno

La chiesa appare oggi rialzata rispetto al piano stradale, collegata con esso mediante una scalinata a doppia rampa. Tale assetto è conseguente ai lavori di urbanizzazione di fine XIX secolo per il nuovo quartiere Esquilino. Le antiche incisioni, come quella di Giuseppe Vasi (1753), mostrano la situazione di partenza, antecedente ai lavori del 1877-1880 per l'impianto di piazza Vittorio Emanuele II, che comportarono ampie movimentazioni di terreno e la cancellazione della viabilità originaria. Prima della fine del XIX secolo la chiesa si trovava, infatti, sul punto di giunzione fra quattro importanti assi viari oggi scomparsi: la via di santa Bibiana, la via Labicana, la strada Felice e la via/vicolo di san Matteo in Merulana.

La chiesa medievale era di tipo basilicale, ripartita in tre navate da quattordici colonne di marmo pregiato, con transetto e portico all'ingresso. L'altare maggiore, rialzato di sei gradini, era coperto da un ciborio sostenuto da quattro colonne. I muri erano adorni di affreschi raffiguranti scene dell'Antico e del Nuovo Testamento, fra i quali molti fatti eseguire da un certo cardinale Roberto, titolare della chiesa. Fra questi affreschi si conservavano ancora alla fine del XVI secolo quelli raffiguranti sant'Eusebio e san Vincenzo su un pilastro di sinistra presso l'altare maggiore assieme all'iscrizione HAEC DESERTA PRIUS VOBIS RENOVATA DUOBUS D. ROBERTUS CARDINALIS. La schola cantorum, rialzata di un gradino rispetto al piano della chiesa, era probabilmente dotata di un pavimento in opus sectile, molto rovinato nel XVI secolo.. Una testimonianza di Giovanni Antonio Bruzio (1614-1692) riferisce dell'esistenza di numerose iscrizioni sepolcrali nel pavimento della chiesa, moltissime delle quali da lui trascritteCodice Vaticano Latino 11886, f. 309. riporta, a titolo di esempio, l'iscrizione della nobile famiglia romana dei Capocci..

Lo stile romanico della costruzione del XIII secolo non è sopravvissuto ai restauri dei secoli XVII, XVIII (1711-1712 e 1750-1759) e XX, che hanno profondamente alterato l'assetto del luogo di culto. Esso resiste soltanto in parte nel campanile a tre ordini di trifore impostate su colonnine, risalente all'epoca di papa Onorio III e appena visibile dall'esterno nella sistemazione attuale di piazza Vittorio Emanuele II.

La facciata attuale della chiesa è frutto della ricostruzione dell'architetto svizzero Carlo Stefano Fontana (circa 1675-1740), nipote del più celebre Domenico. Egli si attenne nella progettazione a principi di notevole sobrietà stilistica, al punto che l'edificio, privo di ogni enfasi di carattere ieratico, sembra assomigliare più a un palazzo che a una chiesa. Al piano terra si sviluppano le cinque arcuazioni del portico, sostenute da pilastri dorici, che diventano ionici al piano superiore. Qui i pilastri inquadrano cinque finestre munite di cornici lisce, sormontate da frontoni mistilinei a linee rette e curve. Il cornicione di coronamento forma un fastigio semitondo nello specchio centrale, ove si trova lo stemma papale di Clemente XII. La chiesa è decorata nella balconata con sculture di santi (due per lato) e angeli inginocchiati (fastigio centrale), mentre il timpano superiore, sormontato da una croce in metallo, è lievemente arretrato rispetto alla facciata falsamente palladiana. Di fatto sono le quattro statue terminali e il timpano arretrato a denunciare il carattere religioso della costruzione, mentre nelle decorazioni dell'arco centrale del portico, nelle cornici e nei timpani delle finestre emergono gli elementi barocchi dell'intervento del Fontana, realizzato fra il 1711 ed il 1712.

Interno