LOrdine di San Benedetto (in latino Ordo Sancti Benedicti) è una confederazione che riunisce congregazioni monastiche e monasteri autonomi che perpetuano l'ideale religioso del monachesimo benedettino in conformità con la regola e lo spirito di san Benedetto; i monaci benedettini pospongono al loro nome la sigla O.S.B..
Le origini del monachesimo benedettino risalgono alla fondazione, attorno al 529, del cenobio di Montecassino a opera di san Benedetto da Norcia.
La regola redatta da Benedetto per la sua comunità si diffuse rapidamente anche grazie al sostegno di papa Gregorio MagnoA. Mancone, DIP, vol. I (1974), col. 1285. e venne adottata, spesso accanto ad altre, da numerosi monasteri europei: si affermò definitivamente nell'817, quando il capitolare monastico di Aquisgrana, di cui fu ispiratore Benedetto d'Aniane, la impose a tutti i monasteri franco-germanici.J. Leclerq, DIP, vol. I (1974), col. 1286.
I monasteri benedettini, tutti autonomi, iniziarono a riunirsi in congregazioni nel X secolo. Nel 1893 papa Leone XIII ha riunito le congregazioni e i monasteri benedettini in una confederazioneJ. Leclerq, DIP, vol. I (1974), coll. 1288-1289. sotto la presidenza di un abate primate residente nel monastero di Sant'Anselmo all'Aventino a Roma.
Storia Il fondatore
Le informazioni biografiche più antiche su Benedetto derivano dal secondo libro dei Dialoghi di Gregorio Magno,Vita S. Benedicti, in J.P. Migne (cur.), PL, vol. LXVI, coll. 125-204. scritto tra il 593 e il 594, cioè circa trent'anni dopo la morte del fondatore del monachesimo occidentale: malgrado si tratti di un testo agiografico, vi si possono rintracciare alcune informazioni storiche certe (Gregorio aveva potuto attingere informazioni dagli abati Costantino e Simplicio di Montecassino, Onorato di Subiaco e Valentiniano, che avevano conosciuto personalmente Benedetto)..
Benedetto nacque a Norcia, tra il 480 e il 490, da una nobile famiglia patrizia; dopo una breve esperienza di studi a Roma, disgustato dal clima di decadenza morale, si ritirò sui monti della Sabina e poi in una grotta nella valle dell'Aniene, presso Subiaco, per condurre vita eremitica. Ricevette l'abito monastico da Romano..
La fama di Benedetto si diffuse e venne chiamato a guidare la comunità di monaci di San Cosimato a Vicovaro, ma l'esperienza non fu proficua e il patriarca si ritirò nuovamente a Subiaco. Attorno alla sua figura si riunirono numerosi discepoli, che vennero raccolti in dodici monasteri tutti formati da dodici monaci: la comunità guidata da Benedetto eresse e si stabilì nel monastero di San Clemente a Subiaco.
A causa di un prete invidioso, Fiorenzo, il fondatore e la sua comunità lasciarono Subiaco e si rifugiarono a Montecassino,. dove era ancora vivo il culto pagano del dio Apollo: Benedetto e i suoi monaci si impegnarono nella conversione degli abitanti del luogo al cristianesimo ed eressero un oratorio dedicato a san Martino e poi un altro intitolato a san Giovanni Battista, posto sulla cima del monte..
Benedetto rimase a Montecassino come capo della sua comunità di monaci fino alla morte: intrattenne rapporti con personalità di rilievo (Gregorio Magno parla di una visita di Totila al monastero) e venne consultato da vescovi come Costanzo d'Aquino, Germano di Capua e Sabino di Canosa. (anche se Benedetto, probabilmente, non era neanche sacerdote)..
Benedetto morì a Montecassino il 21 marzo 547 e venne sepolto, secondo le sue volontà, nell'oratorio di San Giovanni Battista.
La Regola
Tra il quarto e il quinto decennio del VI secolo Benedetto redasse la sua regola monastica, pensata non solo per la sua comunità, ma adatta anche a monasteri di diversa grandezza o posti in altre zone geografiche.
Struttura
Il testo della Regola di Benedetto, piuttosto breve, è costituito da un prologo e settantatré capitoli di diversa lunghezza.
I primi tre capitoli trattano della struttura istituzionale del monastero (varie specie dei monaci, abate, consiglio di comunità); i capitoli dal quarto al settimo sono dedicati ai fondamenti della dottrina spirituale ("strumenti delle buone opere", obbedienza, silenzio, umiltà); i capitoli dall'ottavo al ventesimo organizzano l'ufficio divino e la preghiera liturgica e privata; i seguenti capitoli, fino al cinquantaduesimo, trattano della disciplina e dell'organizzazione materiale del monastero (pasti, lavoro); i capitoli dal cinquantatreesimo al cinquantasettesimo parlano dei rapporti dei monaci con il mondo esterno;. i capitoli dal cinquantottesimo al sessantacinquesimo hanno per oggetto l'accoglienza dei novizi, l'elezione dell'abate e del priore; il capitolo sessantaseiesimo, probabilmente l'ultimo di una primitiva stesura, si occupa dell'ufficio del portinaio e della clausura..
I capitoli dal sessantasettesimo al settantaduesimo sono probabilmente delle aggiunte e hanno per oggetto alcuni particolari punti della disciplina. Nel settantatreesimo capitolo, una sorta di post scriptum, Benedetto chiarisce la modestia delle sue intenzioni e dichiara la sua Regola essere solo un punto di partenza per quanti desiderano progredire nella vita di perfezione.
L'ordinamento monastico Qualunque battezzato può entrare a far parte del cenobio benedettino: il postulante viene accolto nel monastero ed esaminato da un monaco esperto; dopo un anno di noviziato, redigendo una petitio che pone sull'altare dell'oratorio, fa voto di stabilità (il monaco non può cambiare comunità, ma è legato fino alla morte al medesimo monastero), di obbedienza e di conversione dei costumi. Per i pueri oblati è il padre a fare la petitio scritta..
Il capo del monastero è l'abate, eletto a vita nel seno della comunità monastica in base ai meriti e alla dottrina spirituale: egli è il "padre" dei monaci e responsabile della buona amministrazione del monastero. Accanto all'abate esistono i decani, ai quali sono affidati gruppi di monaci divisi in base all'attività, e il cellerario, che si occupa dell'amministrazione pratica..
La preghiera liturgica è divisa e distribuita lungo il corso della giornata e della notte in sette ore diurne e una notturna: il salmo 118 (119), infatti, recita "Sette volte al giorno io ti lodo" e "Nel cuore della notte mi alzo a renderti lode".. Poiché la comunità in origine era essenzialmente laicale, la celebrazione della Messa era prevista solo alla domenica e nelle feste..
I monaci hanno il dovere di dedicare le ore libere dal culto liturgico e dalla lectio divina allo svolgimento dei lavori manuali o intellettuali che l'abate ha loro assegnato, in modo che essi possano contribuire con le loro capacità e le loro energie a soddisfare i bisogni della comunità. Al lavoro viene dato un grande valore anche sul piano ascetico: esso è considerato un mezzo di santificazione perché finalizzato all'edificazione della Civitas Dei nel mondo..
Il testo
Il manoscritto originale della Regola andò disperso: abbandonando Montecassino nel 577, i monaci portarono con loro il testo a Roma presso la biblioteca del loro nuovo monastero di San Pancrazio al Laterano;. attorno al 717 l'abate Petronace promosse la ricostruzione di Montecassino e verso il 750 papa Zaccaria restituì il manoscritto; minacciati dai Saraceni, nell'883 i monaci trasferirono il testo a Teano, dove andò distrutto durante un incendio nell'896..
Del testo esisteva una copia ad Aquisgrana, fatta realizzare dall'abate di Montecassino Teodemaro per volere di Carlo Magno, utilizzato da Benedetto d'Aniane per la riforma monastica dell'Impero. Anche quella versione andò dispersa, ma nell'abbazia di San Gallo ne esiste una copia (cod. Sangallese 914) realizzata nell'817 da due monaci di Reichenau per il monastero di Inda e trasferita lì dall'abate Grimaldo..
Partendo dall'analisi e dal confronto delle varie recensioni della Regola, i filologi hanno tentato di ricostruire l'originale autografo elaborato da Benedetto. Accanto al codice di San Gallo esistono altri codici realizzati nel IX secolo derivati dalla copia realizzata per Carlo Magno (Vindobonese 2232, Monacense 28118, Monacense 19408 di Tegernsee) che riportano una versione della regola molto simile, detto testo "puro"; esistono anche codici più antichi ma con un testo diverso, frutto di alcune modifiche di carattere istituzionale e stilistico apportato da altri monasteri in base a loro particolari esigenze (il testo "interpolato"), come il codice Hatton 48, conservato alla biblioteca Bodleiana di Oxford; esistono, infine, codici che riportano il cosiddetto "textus receptus", frutto di una sistematica correzione del testo "puro" dal punto di vista linguistico.. Rudolf Hanslik, confrontando circa 300 manoscritti, nel 1977 ha pubblicato un'edizione critica della Regola.R. Hanslik (cur.), Benedicti regula, in Corpus Scriptorum Ecclesiasticorum Latinorum, vol. 75 (Vienna 1977).
La questione benedettina L'autore della Regola utilizza gli scritti di Pacomio, Basilio, Giovanni Cassiano, Cesario di Arles, Agostino. Cita poi Cipriano, Girolamo, Leone Magno: studi paleografici e filologici hanno però portato per primo Augustin Genestout, studioso benedettino di Solesmes, a ipotizzare che il testo tradizionalmente attribuito a Benedetto, in realtà, derivi dalla cosiddetta Regula Magistri, di autore anonimo.A. Genestout, La Règle du Maître et la Règle de S. Benoît, in Revue d'ascétique et de mystique, 21 (1940), pp. 51-112. La Regula Magistri, che ebbe questo nome da Benedetto d'Aniane, era sempre stata considerata una prolissa amplificazione di quella di Benedetto e l'ipotesi di Genestout accese una delle più importanti controversie del campo storico-patristico, contrapponendo i difensori della posizione tradizionale ai sostenitori della nuova teoria..
L'ipotesi che la Regula Magistri costituisca la principale fonte di Benedetto è ormai accettata dalla maggioranza degli studiosi. Nei passi comuni (per esempio laddove si citano Giovanni Cassiano e i salmi) la Regula Magistri è più fedele alle fonti utilizzate, mentre Benedetto tende a discostarsi dal loro senso letterale..
L'affermazione del monachesimo benedettino
Non c'è nulla che dimostri che la regola data da Benedetto alla sua comunità fosse stata adottata da altri monasteri mentre egli era ancora in vita, neanche nel caso del monastero di Santo Stefano a Terracina, l'unica filiazione antica di Montecassino (è invece leggendaria la tradizione secondo cui Benedetto avrebbe inviato i suoi discepoli Mauro e Placido a fondare monasteri, rispettivamente, in Francia e Sicilia).L. Halphen, La «Vie de S. Maur», in Revue historique, 88 (1905), pp. 287-295; U. Berlière, Le culte de S. Placide, in Revue bénédictine, 33 (1921) pp. 19-45.
Alla diffusione del monachesimo benedettino diede un decisivo contributo l'opera di Gregorio Magno: componendo i suoi libri dei Dialoghi mise in grande rilievo la vita di san Benedetto, celebrandone il ruolo di legislatore monastico; fondò sei cenobi nei suoi possedimenti in Sicilia e trasformò in monastero anche la sua abitazione ad Clivum Scauri sul Monte Celio a Roma, dove egli stesso visse da monaco; tra i monaci del Celio scelse anche i missionari da inviare in Inghilterra (come Agostino, che fondò un monastero a Canterbury, e Mellito fondatore dell'abbazia di Westminster).. In tali monasteri, tuttavia, la regola di san Benedetto era utilizzata, assieme ad altre, solo come fonte per gli statuti redatti per le singole comunità monastiche dai rispettivi abati..