Lotta Continua (LC) fu un'organizzazione politica della nuova sinistra e della sinistra extraparlamentare italiana, attiva dal 1969 al 1976. Nacque a Torino nell'ambito delle mobilitazioni studentesche e delle lotte operaie sviluppatesi alla FIAT durante il ciclo di conflitti sociali culminato nell'Autunno caldo. Il gruppo ebbe origine dall'esperienza del comitato operai-studenti torinese e alla sua formazione contribuirono militanti provenienti da differenti esperienze della contestazione, tra i quali Mauro Rostagno, Marco Boato, Luigi Bobbio, Enrico Deaglio, Guido Viale, Adriano Sofri e Giorgio Pietrostefani.

La formazione si caratterizzò inizialmente per un'impostazione operaista e spontaneista, per la critica alle organizzazioni tradizionali del movimento operaio e per una concezione rivoluzionaria della lotta politica. Nel corso degli anni settanta estese progressivamente la propria attività oltre le fabbriche, rivolgendosi ad altri settori sociali e intervenendo anche nelle mobilitazioni del Mezzogiorno. Rispetto ad altre componenti della sinistra rivoluzionaria italiana mantenne inoltre una marcata eterodossia e posizioni critiche nei confronti dei regimi del cosiddetto socialismo reale.

Nel 1974-1975 Lotta Continua modificò parzialmente il proprio atteggiamento verso la sinistra parlamentare, giungendo a un avvicinamento tattico al Partito Comunista Italiano. In occasione delle elezioni politiche del 1976 partecipò al cartello elettorale di Democrazia Proletaria, insieme ad altre formazioni della nuova sinistra. Nello stesso anno, in un contesto segnato dal risultato elettorale, dall'emergere delle istanze del femminismo e dal mutamento della situazione politica e sociale italiana, l'organizzazione entrò in una profonda crisi e si sciolse in seguito al secondo congresso nazionale, tenutosi a Rimini tra il 31 ottobre e il 4 novembre. L'omonimo settimanale Lotta Continua, divenuto quotidiano nel 1972, proseguì invece le pubblicazioni fino al 1981.

Storia Origini e spontaneismo Le origini di Lotta Continua si collocano nel ciclo di mobilitazioni studentesche e operaie sviluppatosi in Italia nella seconda metà degli anni 1960. Una delle esperienze che contribuirono alla formazione del gruppo fu quella del Potere operaio pisano, attivo dalla seconda metà del decennio nelle lotte operaie della Toscana e legato all'area dell'operaismo. Da questa esperienza provennero, tra gli altri, Adriano Sofri, Giorgio Pietrostefani, Paolo Brogi, Carla Melazzini e Cesare Moreno, successivamente attivi in Lotta Continua.

Un'altra componente decisiva si sviluppò a Torino durante le lotte alla FIAT del 1969. Nella primavera di quell'anno, in particolare nello stabilimento di Mirafiori, si intensificarono le agitazioni operaie e si svilupparono forme di collaborazione tra lavoratori e militanti del movimento studentesco. Dal 27 maggio alcuni volantini elaborati dall'assemblea operai-studenti cominciarono a utilizzare l'intestazione «Lotta continua»; dal 21 giugno gli incontri tra operai e studenti assunsero una dimensione cittadina. Dal comitato operai-studenti torinese prese quindi forma una delle principali componenti della futura organizzazione nazionale.

Nella fase iniziale il gruppo si caratterizzò per una forte enfasi sull'autonomia delle lotte sociali e sul rifiuto della delega politica e sindacale. L'organizzazione non nacque infatti da una struttura partitica precostituita, ma dalla convergenza di nuclei e militanti provenienti da differenti esperienze della nuova sinistra. In una successiva intervista Enrico Deaglio ricordò come l'azione politica diretta e l'intervento nelle fabbriche avessero preceduto, nella formazione di Lotta Continua, la definizione di una struttura organizzativa e di una linea teorica unitaria.Intervista di Tom Welschen a Enrico Deaglio, tipografia di Lotta Continua, 2 dicembre 1982. Nella polemica politica contemporanea tale carattere venne interpretato in modi molto differenti dagli avversari dell'organizzazione, che impiegarono anche definizioni fortemente critiche nei suoi confronti.l'Unità, citato in Lotta Continua, 1º agosto 1976; Silverio Corvisieri, l'Unità, 24 ottobre 1982.

Il 1º novembre 1969 uscì a Milano il primo numero del periodico Lotta Continua, inizialmente settimanale e successivamente bisettimanale. La nascita del giornale contribuì a collegare esperienze locali sviluppatesi soprattutto nell'Italia settentrionale e centrale e accompagnò la graduale costituzione di un'organizzazione nazionale. Il giornale divenne quotidiano il 18 aprile 1972.

Tra i principali esponenti della prima fase dell'organizzazione figuravano Adriano Sofri, Giorgio Pietrostefani, Mauro Rostagno, Guido Viale, Marco Boato, Cesare Moreno, Paolo Brogi, Lanfranco Bolis e Carla Melazzini. La struttura rimase inizialmente relativamente fluida: accanto alle riunioni nazionali operavano nuclei di fabbrica, di quartiere e strutture locali, mentre il giornale svolgeva una funzione crescente di elaborazione e coordinamento politico.

Tra il 1970 e il 1971 Lotta Continua estese progressivamente il proprio intervento oltre le fabbriche. La parola d'ordine «Prendiamoci la città», elaborata tra la fine del 1970 e il secondo convegno nazionale del luglio 1971, sintetizzò il tentativo di collegare le lotte operaie con quelle per la casa, contro l'aumento dei prezzi, nelle scuole, nelle carceri e nei quartieri popolari. Nell'ambito di questa impostazione furono sostenute campagne di autoriduzione, occupazioni abitative e iniziative legate alle condizioni dei detenuti.

A Lotta Continua fu inoltre collegata l'esperienza dei Proletari in divisa (PID), sviluppatasi tra i militari di leva e incentrata sulle condizioni nelle caserme e sui diritti dei coscritti. Il movimento pubblicò per un breve periodo anche un giornale omonimo.Proletari in divisa. 1975

Dallo spontaneismo alla strutturazione organizzativa

Tra il 1971 e il 1974 l'organizzazione conobbe una progressiva strutturazione. Pur continuando a richiamarsi all'autonomia dei movimenti, furono creati organismi nazionali di coordinamento e venne rafforzato il ruolo della direzione politica. Il passaggio fu particolarmente evidente al terzo convegno nazionale, svoltosi a Rimini dal 1º al 3 aprile 1972, durante il quale venne discussa la prospettiva di uno «scontro generale» e fu rafforzata l'organizzazione dei servizi d'ordine.

L'accentramento non eliminò tuttavia le differenti culture politiche presenti al suo interno. Alla componente originariamente spontaneista si affiancarono concezioni maggiormente orientate alla costruzione di un'organizzazione rivoluzionaria stabile; questa tensione tra movimento e organizzazione rimase una caratteristica della storia di Lotta Continua fino alla sua dissoluzione.

Nel campo dell'antifascismo Lotta Continua sostenne una linea di mobilitazione militante contro il Movimento Sociale Italiano, inserita nel più generale clima di violenza politica che caratterizzò una parte degli anni di piombo. Parallelamente continuarono le campagne nelle fabbriche, nei quartieri, nelle carceri e nel Mezzogiorno.

Nel 1974 alcuni militanti o ex militanti provenienti dalle esperienze di lotta nelle carceri si orientarono verso la clandestinità armata e contribuirono, insieme ad altri gruppi, alla formazione dei Nuclei Armati Proletari (NAP). Questi ultimi costituirono tuttavia un'organizzazione distinta da Lotta Continua.

Il 29 ottobre 1974, durante una rapina a una banca di Firenze, morirono in uno scontro a fuoco Luca Mantini e Giuseppe Romeo, legati ai NAP e provenienti da precedenti esperienze nell'area di Lotta Continua. Il giornale di LC prese le distanze dalla scelta della lotta armata individuale, interpretandola come espressione dell'incapacità di collegare la ribellione a una più ampia mobilitazione politica di massa.Lotta Continua, 1º novembre 1974. Una posizione analoga fu ribadita nel marzo 1975 in riferimento alle successive attività dei NAP.Lotta Continua, 14 marzo 1975.

Il primo congresso e la scelta elettorale Dal 7 al 12 gennaio 1975 si tenne a Roma il primo congresso nazionale di Lotta Continua, preceduto da 84 congressi provinciali. Vi parteciparono 483 delegati e oltre 200 osservatori. Il congresso formalizzò ulteriormente la struttura organizzativa attraverso l'elezione, a scrutinio segreto, di un Comitato nazionale e affrontò il problema dei rapporti con il Partito Comunista Italiano.

In vista delle elezioni regionali del 1975 l'organizzazione decise di indicare il voto per il PCI, pur mantenendo una posizione politica autonoma e critica nei confronti della sua strategia. L'avvicinamento tattico al PCI nel 1974-1975 rappresentò una modifica significativa rispetto alla forte contrapposizione alla sinistra istituzionale che aveva caratterizzato gli anni precedenti.

Nel 1976, in seguito allo scioglimento anticipato delle Camere, Lotta Continua decise per la prima volta di partecipare direttamente alle elezioni politiche aderendo al cartello di Democrazia Proletaria, insieme al Partito di Unità Proletaria per il Comunismo, ad Avanguardia Operaia e ad altre formazioni della nuova sinistra. Alle elezioni del 20 e 21 giugno il cartello ottenne circa l'1,5% dei voti e sei eletti alla Camera. Tra i candidati provenienti da Lotta Continua entrò successivamente alla Camera Domenico Pinto, subentrato a Vittorio Foa dopo le dimissioni di quest'ultimo.

Il risultato elettorale, inferiore alle aspettative delle organizzazioni aderenti al cartello, contribuì ad approfondire il dibattito interno a Lotta Continua. Contemporaneamente acquistavano crescente rilievo le istanze del femminismo, le rivendicazioni operaie e le critiche alla struttura e alle forme tradizionali della militanza politica.

Il congresso di Rimini e la dissoluzione Dal 31 ottobre al 4 novembre 1976 si svolse a Rimini il secondo congresso nazionale di Lotta Continua. Il congresso mise in evidenza profonde divergenze interne riguardo alla funzione dell'organizzazione, alla centralità delle lotte operaie, al rapporto tra dimensione personale e militanza politica e alle questioni poste dal movimento femminista.

Una parte particolarmente rilevante del dibattito riguardò i rapporti tra uomini e donne all'interno dell'organizzazione. Le militanti femministe contestarono modalità di funzionamento, linguaggi e rapporti di potere che ritenevano riproducessero, anche all'interno della sinistra rivoluzionaria, forme di subordinazione delle donne. Parallelamente, settori operai espressero la preoccupazione che la trasformazione dell'organizzazione riducesse la centralità politica delle lotte nelle fabbriche.

Il congresso non deliberò formalmente lo scioglimento di Lotta Continua. Nei mesi successivi, tuttavia, le strutture nazionali e locali cessarono progressivamente di funzionare: gli organismi dirigenti non furono rinnovati e il Comitato nazionale eletto a Rimini smise di riunirsi dopo alcuni mesi. Lo storico Luigi Bobbio ha definito questo processo una «dissoluzione organizzativa», sottolineando l'assenza di una dichiarazione formale di scioglimento. Treccani colloca pertanto nel 1976 la fine dell'organizzazione politica.

Secondo le ricostruzioni storiografiche, alla crisi contribuirono più fattori: l'esito delle elezioni del 1976, il mutamento del quadro politico ed economico, la crisi delle organizzazioni della nuova sinistra, l'emergere di nuovi movimenti e soprattutto l'impatto del femminismo sulle culture e sulle strutture della militanza. In una testimonianza successiva Deaglio valutò positivamente la cessazione della struttura organizzata di LC, ritenendo che la prosecuzione della forma-partito avrebbe acuito alcune contraddizioni emerse al suo interno; riconobbe tuttavia che la dissoluzione lasciò una parte dei militanti priva del precedente punto di riferimento politico.