Il termine dizionario (dal lat. mediev. dictionarium, der. di dictio -onis «dizione») è usato con riferimento a due concetti. Può indicare: l'elenco alfabetico delle parole e delle locuzioni di una lingua (ed eventualmente anche altri elementi linguistici ad esso legati come ad esempio prefissi, suffissi, sigle, lettere) fornendone informazioni quali il significato, l'uso, l'etimologia, la traduzione in un'altra lingua, la pronuncia, la sillabazione, i sinonimi, i contrari (in questo senso, è detto anche lessico); un'opera che raccoglie, in modo ordinato secondo criteri anche variabili da un'opera all'altra, biografie e nozioni inerenti ad un particolare settore del sapere umano (una scienza, uno sport, un'arte, una tecnica ecc.) o anche il sapere umano nel suo complesso, fornendone una trattazione.
Storia Origini
Di qualche secolo successivo è lo Hurra=Qubullu, il maggior glossario sumero-accadico, usato a Babilonia. Risalgono al II millennio a.C. frammenti di un dizionario bilingue che traduceva parole egiziane in accadico, antica lingua semitica parlata nella Mesopotamia meridionale.
I più antichi dizionari consistono dunque in elenchi di parole comuni, tradotte in una seconda o terza lingua. L'esigenza pratica di tradurre in una lingua diversa dalla propria è all'origine delle prime compilazioni lessicografiche: gli intensi scambi commerciali e culturali che si svolgevano nel Vicino Oriente rendevano necessarie compilazioni nelle quali accanto ad un termine accadico veniva segnalata la corrispondente forma sumerica. Nel primo millennio a.C. ebbe inizio la tradizione dei dizionari monolingue, originariamente legata alla necessità di commentare e spiegare i testi antichi e sacri: in Egitto, India, Cina, Grecia e poi a Roma, in margine ai testi venivano annotate le spiegazioni delle forme difficili o rare. Esempio ne è lo Erya, glossario cinese del III secolo a.C..
In particolare, in Grecia, a partire dal V secolo a.C., nacque la necessità di corredare i poemi omerici di note di chiarimento, dette glosse, necessarie per interpretare correttamente i passi meno comprensibili dell'Iliade e Odissea. L'abitudine a glossare, a spiegare e chiarire i punti oscuri dei testi si trasformò in seguito, nell'età alessandrina, nella consuetudine di compilare elenchi di termini non comuni seguiti da spiegazioni, o dal sinonimo corrispondente. I maggiori autori di lessici greci furono Fileta di Coo, Zenodoto, Aristofane di Bisanzio, Cratete di Mallo, Apollonio Sofista, Eliodoro, Elio Erodiano, Callimaco.
Volendo citare le principali opere lessicografiche del mondo antico, bisogna citare per il latino il De Significatu verborum di Verrio Flacco (I secolo d.C.) e per il greco la Synagogé ("Raccolta") di Esichio di Alessandria.
Bisogna infine ricordare la Suda, la maggiore opera lessicografica bizantina.
Glossari e dizionari medievali
Il Medioevo è dominato dall'opera monumentale, in venti libri, realizzata nel VII secolo da Isidoro di Siviglia (570-636). Negli Etymologiarum sive Originum libri viginti, Isidoro consegnò ai posteri una summa di tutto il sapere dell'antichità, con un'attenzione particolare alle etimologie, talvolta corrette, talvolta fantasiose, in un tentativo costante d'arrivare alla conoscenza attraverso la spiegazione dell'origine e del significato delle parole. La raccolta d'Isidoro presente in ogni monastero e diffusa attraverso copie manoscritte, ha influenzato tutti i glossatori e i lessicografi medievali e rinascimentali.
Altra opera di carattere enciclopedico, in ventidue libri, è il De Rerum naturis o De Universo di Rabano Mauro, arcivescovo di Magonza (784-848), nella quale le voci latine erano tradotte in tedesco o spiegate con altre parole latine.
Gli etymologica, cioè i repertori d'etimologie che elencavano parole e cose in ordine sistematico, ebbero grande fortuna nel Medioevo. Invece, la consuetudine a concepire veri e propri glossari si trasformerà, col passar del tempo, in elenchi di parole non più concepiti solo come aiuto alla lettura e alla comprensione di testi, ma come strumento pratico per chi doveva scrivere in latino, quando questa lingua non era più parlata.
Fa eccezione il Glossario di Monza, risalente al X secolo, destinato a chi, dovendo viaggiare in Oriente, aveva la necessità di conoscere parole e frasi della lingua greca: consiste in una lista di sessantacinque voci italiane provenienti dall'area lombarda, indicanti nomi comuni (parti del corpo, indumenti, animali domestici, giorni della settimana), affiancate alle voci corrispondenti greche e bizantine.
Volendo citare i glossari più rappresentativi, andrà ricordato il Vocabulista del grammatico lombardo Papias, che intorno al 1041 compilò un elenco in ordine alfabetico comprendente voci latine seguite da glosse di spiegazione, da definizioni, e da etimologie, fra le quali compaiono talvolta volgarismi, parole proprie della lingua volgare. Famoso e diffuso nel Medioevo fu anche il Liber derivationum o Magnae derivationes di Uguccione da Pisa (1150-1210), che raccolse centinaia di parole rare mescolate a volgarismi.
Dall'Italia settentrionale provengono: il Catholicon, un'enciclopedia di problemi grammaticali e sintattici, comprendente una raccolta in ordine alfabetico di voci latine e volgari di Giovanni Balbi; e il Vocabulista ecclesiastico del savonese Giovanni Bernardo Forte, consistente in un elenco in ordine alfabetico di voci latine seguite da brevi definizioni in volgare. L'attività lessicografica in Sicilia è testimoniata dal Liber declari o Declarus, dizionario latino corredato di spiegazioni in volgare siciliano, del benedettino Angelo Senisio abate di San Martino delle Scale (Palermo), scritto probabilmente dopo il 1352.
Queste opere si fondavano sulla tecnica dellexpositio – della glossa sinonimico-esplicativa – o della derivatio – basata sul raggruppamento dei termini legati da una comune base etimologica, con l'aggiunta di definizioni rudimentali, etimologie, indicazioni grammaticali, volgarismi. Accanto a tali opere vanno considerati i numerosi glossari latino-volgari redatti tra la fine del XIV e il XV secolo, opere nelle quali venivano registrate soprattutto voci comuni, mettendo a confronto le voci latine con le corrispondenti varianti locali. Fra questi bisogna citare il glossario latino-volgare di Goro d'Arezzo, composto intorno alla metà del secolo XIV; e il Vocabolarium breve latino-veneto del bergamasco Gasparino Barzizza, databile tra la fine del secolo XIV e i primi decenni del XV, i cui vocaboli erano registrati secondo una progressione gerarchica che partiva da Dio e arrivava, dopo le voci riguardanti le parti del mondo e le attività umane, all'uomo e al suo corpo.
Raccolte d'altro genere, compilati con intenti pratici, mettevano a confronto lingue diverse: come esempio si può citare il dizionario veneziano-tedesco stampato a Venezia nel 1477 col titolo Libro el quale se chiama introito e porta, consistente in un vero e proprio dizionario bilingue per mercanti e viaggiatori, con elenchi di parole suddivisi per settore.
L'Oriente medievale Contemporaneamente la lessicografia fiorì anche in Oriente. In Cina il primo dizionario largamente diffuso fu lo Shuowen Jiezi pubblicato all'inizio del II secolo. Comprendeva la definizione di 9353 ideogrammi, di cui 1163 con due significati. fu con questa opera che venne introdotto l'ordine degli ideogrammi basato sui cosiddetti radicali. Intorno al 543 venne redatto lo Yupian, comprendente la pronuncia e la definizione di più di 12.000 ideogrammi. Nel 601 venne pubblicato il Qieyun con più di 16.000 ideogrammi.
Lo Amarakosha fu il primo lessico sanscrito, redatto da Amarasimha probabilmente nel IV secolo alla corte dei Gupta.
In giapponese il primo dizionario conosciuto, il Tenrei Bansho Meigi dell'835, accanto agli ideogrammi cinesi indicava solo la pronuncia on. Lo Shinsen Jikyo del 900 fu il primo dizionario a indicare la pronuncia kun di 21.000 caratteri cinesi.
In arabo il Lisan-al-Arab del XIII secolo e il Qamus-al-Muhit del XIV secolo erano organizzati in base all'ordine alfabetico delle radici lessicali, non delle singole parole. Il primo accanto al significato forniva anche esempi di uso del vocabolo, il secondo, più maneggevole, si limitava ad indicare la definizione.
Gli esordi della lessicografia moderna
Solo ed esclusivamente grazie all'invenzione della stampa, nella metà del XV secolo, i dizionari, sia quelli plurilingui sia quelli monolingui, iniziarono ad avere grande diffusione. Una delle opere più note è il Dictionarium latinum dell'umanista bergamasco Ambrogio Calepio, pubblicato nel 1502, la cui fama fu tale che servì da modello a numerose altre opere dello stesso genere (il cosiddetto calepino, diventato in seguito un nome comune, col significato di “dizionario” o, usato scherzosamente, col significato di “compilazione erudita”). Nel 1531 Robert Estienne, appartenente ad una famiglia di tipografi e librai attivi a Parigi e Ginevra, e suo figlio Henri diedero rispettivamente alla stampe il Thesaurus Linguae Latinae e il Thesaurus Graecae Linguae. Nel 1771 venne pubblicato, postumo, il Totius latinitatis lexicon dell'abate Egidio Forcellini in quattro volumi.
Dalla Spagna proviene la prima grande realizzazione lessicografica di una lingua moderna: il "Tesoro della lingua spagnola" (Tesoro de la Lengua española, 1611) di Sebastián de Covarrubias. Subito dopo, a Venezia nel 1612 venne pubblicata la prima edizione del Vocabolario della Crusca, i cui compilatori s'ispirarono al fiorentinismo bembiano, ma temperato dalla concezione di Leonardo Salviati, e riuscirono nell'intento di restituire il primato linguistico al fiorentino del Trecento. Nonostante le polemiche e le discussioni per la sua impostazione eccessivamente selettiva e arcaizzante, alla fine del Seicento nessun'altra lingua moderna disponeva di un vocabolario paragonabile a quello dell'Accademia, completo per ogni lemma di esempi tratti dai classici (Dante, Petrarca, Boccaccio, Ariosto) nonché dei modi di dire che utilizzano la parola in questione.
In Francia nel 1684 Antoine Furetière pubblicò lEssai d'un dictionnaire universel, ma l'Académie française l'accusò di plagio e lo espulse, e fu pubblicato solo nel 1690, postumo nei Paesi Bassi. Successivamente il dizionario fu rielaborato e pubblicato dai Gesuiti di Trévoux con il titolo Dictionnaire universel français et latin; nel 1694, a Parigi, apparve il Dictionnaire de l'Académie française, dedicato a Luigi XIV, in due volumi. A differenza del Vocabolario della Crusca, pur riprendendone l'impianto complessivo, gli esempi erano frutto dell'invenzione dei compilatori e i termini erano raggruppati in famiglie. L'opera, del resto, nasceva in una situazione profondamente diversa, da un punto di vista storico-culturale, rispetto al dizionario fiorentino. Nella Francia del Seicento il modello era rappresentato non dalla lingua scritta degli autori dei secoli antichi, ma dalla lingua di conversazione, dall'uso parlato della corte e dei salotti letterari, che coincideva con la lingua letteraria del tempo: diversamente da quanto avveniva in Italia, s'aveva la consapevolezza di disporre di una lingua nel momento del suo massimo splendore, e di poter offrire esempi tratti dall'uso contemporaneo, senza dover ricorrere agli scrittori dei secoli passati.
Il primo dizionario della lingua portoghese, il Vocabulario portughez e latino, venne pubblicato dal chierico regolare Raphael Bluteau a Coimbra tra il 1712 e il 1721. Diversamente dal Dictionnaire de l'Accadémie française e dal Vocabolario della Crusca, registrava termini appartenenti alla scienza, alla tecnica, alle arti, accoglieva i prestiti europei ed extraeuropei, citando molti esempi tratti non solo dagli autori portoghesi, ma anche da quelli latini.