Dal 21 ottobre al dicembre del 1993 gli hutu, gruppo etnico maggioritario del Burundi, compirono uccisioni di massa a danno degli tutsi. Questa esplosione di violenza fu il risultato di un'escalation di tensioni inter-etniche e di rivolte scatenate dall'assassinio del presidente burundese Melchior Ndadaye durante un tentativo di colpo di Stato. I massacri avvennero in tutte le province del Paese, tranne Makamba e Bururi, e furono compiuti principalmente da contadini hutu. In molti casi, i tutsi si vendicarono e, in tutta risposta, diedero inizio a nuovi massacri.

Uno studio condotto dal Fondo delle Nazioni Unite per la popolazione e dal governo del Burundi nel 2002 concluse che durante i massacri morirono in totale 116059 persone. Si dibatte ancora molto, sia tra gli studiosi sia tra i burundesi direttamente coinvolti, se le uccisioni dei tutsi siano state il risultato di un genocidio pianificato o invece di violenze spontanee.

Premessa Dalla metà degli anni '60 il Burundi era dominato politicamente dalla minoranza etnica tutsi a scapito della maggioranza hutu. L'Unione per il progresso nazionale (UPRONA), che dal 1966 era il partito legalmente eletto al potere, era composto in modo schiacciante da tutsi. Gli ufficiali dell'esercito, saliti al potere attraverso colpi di Stato, dominavano la presidenza. Già in questo periodo si verificarono episodi di repressione etnica, in particolare nell'ambito dell'Ikiza del 1972, quando l'esercito burundese represse una ribellione hutu e poi uccise migliaia di civili.

Nel 1987, Pierre Buyoya divenne presidente del Burundi in seguito a un colpo di Stato. Inizialmente ignorò i conflitti etnici nel Paese e perpetuò il dominio dei tutsi nella vita pubblica. Nell'agosto del 1988 scoppiò la violenza e l'esercito massacrò migliaia di hutu. Di fronte alle forti pressioni esterne, Buyoya avviò delle riforme volte a porre fine alla violenza etnica sistematica in Burundi, mentre l'UPRONA cercò di incorporare più hutu nelle sue file. Tuttavia, l'establishment tutsi nell'esercito e nelle forze di sicurezza resistette al cambiamento. Una commissione nominata dal presidente elaborò una costituzione che prevedeva elezioni democratiche: il documento fu adottato tramite referendum nel marzo del 1992, seguito poco dopo dalla creazione di nuovi partiti politici. Buyoya indisse elezioni libere nel 1993 e si candidò come presidente dell'UPRONA, il cui principale rivale divenne il Fronte per la Democrazia in Burundi (FRODEBU), un partito ampiamente associato agli hutu. Nelle elezioni presidenziali del 1 giugno, Buyoya affrontò Melchior Ndadaye, sostenuto dal FRODEBU. Ndadaye vinse le elezioni con una maggioranza schiacciante, ottenendo il 64% dei voti popolari. Nelle successive elezioni parlamentari del 29 giugno, il FRODEBU ottenne il 71,4% dei voti e l'80% dei seggi nell'Assemblea nazionale. Il partito assunse anche il controllo di gran parte dell'amministrazione locale.

Preludio In Burundi iniziarono a circolare voci secondo cui l'esercito avrebbe tentato di intervenire per interrompere la transizione. Il 3 luglio venne scoperto un complotto ordito da un gruppo di ufficiali per impadronirsi della residenza di Ndadaye, poi fallito per mancanza di sostegno da parte di altre componenti dell'esercito e conclusosi in diversi arresti. Ndadaye prestò giuramento come presidente il 10 luglio; formò un governo composto da 23 ministri, tra cui 13 membri del FRODEBU e sei dell'UPRONA. Nove dei ministri erano tutsi, tra cui la prima ministra Sylvie Kinigi, membra dell'UPRONA.

Il mandato di Ndadaye fu prevalentemente pacifico, ma durante il suo mandato in Burundi si verificarono diversi disordini sociali e politici: i media, recentemente liberalizzati, spesso sfruttavano la loro libertà per discutere questioni pubbliche in modo provocatorio. Migliaia di rifugiati hutu burundesi fuggiti durante le violenze del 1972 iniziarono a tornare in massa e a rivendicare la restituzione delle loro proprietà. Sebbene Ndadaye suggerì di reinsediarli in terreni liberi, molti funzionari locali fecero spazio per loro sfrattando altre persone dalle loro case. Dal punto di vista politico, il governo di Ndadaye riesaminò diversi contratti e concessioni economiche stipulati dal regime precedente, minacciando gli interessi commerciali dell'élite tutsi. Le riforme militari portarono anche alla separazione del comando della gendarmeria dall'esercito, alla sostituzione dei capi di stato maggiore dell'esercito e della gendarmeria e all'introduzione di nuovi requisiti per l'arruolamento nell'esercito. L'esercito, a sua volta, avrebbe dovuto avviare la campagna di reclutamento annuale a novembre, e alcuni soldati tutsi temevano che questo processo sarebbe stato modificato in modo tale da minacciare il loro dominio sull'istituzione.

Fu a quel punto che alcuni membri dell'esercito iniziarono a complottare un colpo di Stato contro il governo di Ndadaye; le loro identità rimangono tuttavia ancora incerte.

Massacri

Le tensioni raggiunsero il culmine il 21 ottobre 1993, quando il presidente Ndadaye fu assassinato durante un tentativo di colpo di Stato e il Paese precipitò in un periodo di guerra civile. L'emittente radiofonica Radio Télévision Libre des Mille Collines (RTLM), con sede in Ruanda, annunciò che era avvenuto un colpo di Stato e che Ndadaye era stato catturato il 21 ottobre. Ciò spinse i giovani membri del FRODEBU ad armarsi e a prendere in ostaggio membri tutsi e hutu dell'UPRONA. Quando più tardi quel giorno la RTLM annunciò la morte di Ndadaye, gli ostaggi furono giustiziati.

Il 22 ottobre gli hutu attaccarono i tutsi residenti nelle province di Kirundo, Ngozi, Gitega, Muyinga, Ruyigi e Karuzi, e in alcune zone di Kayanza, Muramvya, Rutana e Bujumbura Rurale. La violenza fu meno intensa nelle province di Cibitoke e Bubanza, nel nord-ovest, e nella provincia di Cankuzo, nell'est. Solo le province di Makamba e Bururi furono interamente risparmiate dalla violenza. I contadini hutu furono i principali responsabili delle uccisioni, anche se in alcuni casi i membri del FRODEBU nei governi provinciali e comunali parteciparono alla violenza anti-tutsi. A Butezi, un amministratore del FRODEBU avrebbe ordinato l'uccisione di oltre tre dozzine di funzionari pubblici tutsi, che vennero arsi al rogo.

Ci furono diversi casi di rappresaglia da parte dei tutsi, particolarmente violenti nelle province di Karuzi, Gitega e Ruyigi. Il 24 ottobre, nella città di Ruyigi, i tutsi uccisero 78 funzionari pubblici hutu che avevano cercato rifugio presso un vescovo. Anche l'esercito, dominato dai tutsi, si rese responsabile di uccisioni di rappresaglia. Una delle poche eccezioni fu la provincia di Karuzi, il cui comandante locale, il maggiore Martin Nkurikiye, si recò nei villaggi, disarmato e insieme a due parlamentari del FRODEBU, per cercare di convincere gli hutu armati a deporre le armi. L'esercito protesse i tutsi trasferendoli in villaggi fortificati. Il ministro della Salute Jean Minani, che in quel momento si trovava in Ruanda, accusò l'esercito di aver commesso un genocidio. A novembre, l'Organizzazione internazionale della francofonia condannò le uccisioni.

Le stime iniziali sul numero di vittime delle violenze etniche variavano da 25.000 a 500.000. Uno studio congiunto condotto dal Fondo delle Nazioni Unite per la popolazione e dal governo del Burundi nel 2002 ha stimato che il numero di persone uccise dal 21 ottobre al 31 dicembre 1993 sia stato pari a 116.059, con almeno 100.000 morti avvenute alla fine di ottobre. Non è ancora chiara la proporzione di vittime tutsi e hutu.

Conclusione Nel 1997 il governo del Burundi approvò una legge per sanzionare genocidi e crimini contro l'umanità; nello stesso anno, il governo incriminò centinaia di persone accusate di aver partecipato al massacro, e ne condannò 44 alla pena capitale.

Nel 2014 fu istituita la Commissione per la verità e la riconciliazione (CVR) per indagare sui crimini commessi durante le violenze etniche scoppiate dopo l'indipendenza nel 1962.

Designazione come genocidio Nel maggio del 1994, una commissione preliminare di accertamento dei fatti delle Nazioni Unite stabilì che i massacri dei tutsi non facevano parte di “nessun piano premeditato di sterminio del gruppo etnico tutsi da parte degli hutu”. Al contrario, l'anno successivo la Commissione internazionale d'inchiesta per il Burundi concluse che le uccisioni costituivano "un tentativo di distruggere completamente il gruppo etnico tutsi. I tutsi non furono semplicemente uccisi in un impeto di violenza, ma sistematicamente perseguitati [...] ci sono prove sufficienti per stabilire che il 21 ottobre 1993 e nei giorni successivi si sono verificati atti di genocidio contro la minoranza tutsi in Burundi". La commissione ha osservato che "non sussistono prove sufficienti per determinare se questi atti di genocidio siano stati pianificati o ordinati da leader di alto livello". Il FRODEBU ha accusato la commissione di parzialità e di aver ceduto alle richieste dei politici, delle figure ecclesiastiche e dei giornalisti tutsi di etichettare le violenze contro il loro gruppo etnico come genocidio.

La questione se le uccisioni dei tutsi siano state il risultato di un genocidio pianificato o di una violenza spontanea rimane fortemente controversa tra gli accademici e i burundesi che hanno vissuto gli eventi in prima persona: gli autori burundesi tutsi sostengono la prima ipotesi. Nel 1995 il politologo Filip Reyntjens scrisse che “non ci sono prove che sia mai esistito un piano genocida: le accuse in tal senso si iscrivono in una strategia per scagionare l'esercito e coinvolgere il FRODEBU”. L'accademico Nigel Watt ha considerato la violenza come un “doppio genocidio”, il primo perpetrato dagli hutu contro i tutsi e il secondo dall'esercito contro gli hutu. Ha anche scritto che non ci sono prove per dimostrare che i piani per uccidere i tutsi fossero stati formulati su scala nazionale, ma che “la rapidità della mobilitazione suggerisce che alcune persone temevano che potesse verificarsi [un colpo di Stato] e quindi si sono preparate”.

Conseguenze Gli omicidi hanno ricevuto scarsa attenzione da parte dei media internazionali e del mondo accademico. Des Forges ha scritto che “la mancanza di una risposta internazionale agli omicidi in Burundi ha portato al cataclisma in Ruanda”. I tutsi burundesi attribuiscono maggiore importanza ai massacri del 1993 che all'Ikiza del 1972, su cui si concentrano invece gli hutu. Alcuni burundesi considerano entrambi gli eventi come genocidi degni di essere ricordati, ma in generale si sono formate fazioni che rivendicano la precedenza di un evento sull'altro e li commemorano di conseguenza. Gli ideologi tutsi radicali, pur sottolineando che gli eventi del 1993 furono un genocidio contro i tutsi, spesso trascurano di menzionare le migliaia di hutu uccisi dall'esercito nello stesso periodo e la fuga di altre migliaia di rifugiati in Ruanda. Gli studiosi tutsi tendono a dedicare un'attenzione soltanto superficiale all'assassinio di Ndadaye nei loro resoconti; al contrario, gli scrittori hutu di solito sottolineano l'uccisione di Ndadaye e i massacri degli hutu per mano dall'esercito, ignorando invece le uccisioni dei tutsi. Il gruppo estremista tutsi AC Genocide-Crimoso ha successivamente eretto diversi monumenti per commemorare i tutsi uccisi nel 1993. Il governo burundese ha eretto un monumento nel 2010 per commemorare le vittime di tutte le violenze postcoloniali nel Paese.

Note

Categoria:Conflitti etnici Categoria:Storia del Burundi