Contro l'interpretazione (Against Interpretation and Other Essays) è una raccolta di saggi di Susan Sontag, pubblicata nel 1966 da Farrar, Straus and Giroux. Il volume riunisce scritti dedicati alla letteratura, al cinema, al teatro e alla cultura contemporanea, accomunati dall'interesse per le forme dell'esperienza estetica e per i modi in cui la critica si rapporta alle opere d'arte.

Nei saggi più programmatici della raccolta, Sontag mette in discussione il primato attribuito al contenuto e l'eccesso di pratiche interpretative, proponendo una critica maggiormente attenta alla forma, allo stile e all'esperienza sensibile dell'opera. Tra i testi più noti figurano il saggio eponimo Against Interpretation, On Style e Notes on "Camp", ai quali si affiancano interventi su autori, opere e fenomeni culturali molto diversi fra loro. Phillip Lopate ha considerato il libro uno degli esordi più rilevanti della saggistica letteraria statunitense del secondo dopoguerra, sottolineando la capacità di Sontag di mettere in relazione la cultura intellettuale europea con il cinema, la cultura popolare e le nuove sensibilità degli anni Sessanta.

Genesi e pubblicazione

I saggi raccolti in Against Interpretation and Other Essays erano stati in larga parte pubblicati precedentemente su riviste letterarie e culturali. Notes on "Camp" apparve sulla «Partisan Review» nell'autunno del 1964, mentre Against Interpretation fu pubblicato nel dicembre dello stesso anno sulla «Evergreen Review»; On Style uscì sulla «Partisan Review» nell'autunno del 1965. Nel passaggio alla raccolta alcuni testi furono sottoposti a revisione: la versione di On Style inclusa nel volume, in particolare, presenta diverse aggiunte rispetto a quella apparsa sulla rivista, mentre le modifiche apportate a Against Interpretation e Notes on "Camp" furono più limitate.

Nella nota introduttiva all'edizione del 1966, Sontag evitava di attribuire alla raccolta un'unica tesi sistematica. Spiegava piuttosto che quello che era iniziato come un insieme di interventi critici, concepiti anche come una forma di liberazione da precedenti interessi intellettuali, era progressivamente diventato una serie di casi attraverso i quali mettere alla prova un'estetica e una teoria della propria sensibilità. Questa impostazione contribuisce a spiegare l'ampiezza degli oggetti affrontati nel volume e la compresenza di testi polemici, saggi teorici e analisi di singoli autori e opere.

Struttura della raccolta

L'edizione originale è organizzata in cinque sezioni. La prima comprende soltanto Against Interpretation e On Style, i due saggi che espongono più direttamente le posizioni teoriche della raccolta. Le sezioni successive si allargano alla critica letteraria, con scritti dedicati tra gli altri a Cesare Pavese, Simone Weil, Albert Camus, Michel Leiris, Claude Lévi-Strauss, Jean-Paul Sartre, Jean Genet e Nathalie Sarraute, quindi al teatro e al cinema, con interventi su autori e registi quali Eugène Ionesco, Robert Bresson, Alain Resnais e Jean-Luc Godard. La parte conclusiva comprende saggi dedicati a fenomeni estetici e culturali più generali, fra cui Notes on "Camp" e One Culture and the New Sensibility.

Secondo Lopate, la raccolta alterna testi di forte carattere polemico ad analisi più misurate: Against Interpretation e On Style assumono il tono del manifesto, mentre i saggi dedicati a singoli scrittori e pensatori mostrano spesso maggiore cautela e disponibilità alla valutazione analitica. Questa oscillazione fra provocazione teorica e critica applicata costituisce uno dei tratti distintivi del libro.

Against Interpretation

Il saggio eponimo, articolato in dieci sezioni numerate, prende le mosse dalla distinzione tradizionale fra forma e contenuto dell'opera d'arte. Sontag riconduce questa separazione alla concezione dell'arte come mimesi formulata da Platone e Aristotele e sostiene che la critica moderna abbia finito per attribuire al contenuto un primato tale da trasformare l'interpretazione nella ricerca di un significato nascosto dietro o sotto la forma dell'opera. In questa prospettiva, l'interpretazione tende a tradurre l'opera in un altro sistema concettuale, sostituendo alla sua esperienza immediata una spiegazione di ciò che essa dovrebbe significare.

La critica di Sontag non riguarda tuttavia ogni possibile forma di interpretazione. Phillip Lopate osserva che il saggio riconosce esplicitamente l'esistenza di momenti storici nei quali pratiche interpretative, come quelle associate a Marx e Freud, avevano potuto svolgere una funzione liberatoria. Il bersaglio è piuttosto quella che Sontag considera una sovrabbondanza di interpretazione nella cultura contemporanea, capace di frapporsi fra l'opera e l'esperienza del lettore o dello spettatore. Lopate interpreta perciò il titolo come una presa di posizione polemica e in parte utopica, più che come la proposta letterale di abolire ogni attività interpretativa.

In alternativa, Sontag auspica una critica maggiormente descrittiva e attenta alle proprietà formali delle opere. Indica, tra gli esempi possibili, alcuni aspetti del lavoro di Erwin Panofsky, Northrop Frye e Roland Barthes, e attribuisce particolare importanza al cinema, la cui immediatezza visiva le appare allora relativamente resistente alla riduzione dell'opera a un contenuto da decifrare. Il compito della critica diventa così quello di recuperare la capacità di vedere, ascoltare e sentire l'opera, indebolita secondo Sontag da una cultura caratterizzata dall'eccesso e dalla sovrapproduzione. Il saggio si conclude con la celebre contrapposizione fra l'ermeneutica e una «erotica dell'arte», formula che riassume il primato assegnato all'esperienza sensibile rispetto alla ricerca del significato.

On Style

On Style sviluppa alcuni dei presupposti del saggio eponimo concentrandosi sulla distinzione fra forma e contenuto. Sontag osserva che, anche quando la critica afferma teoricamente l'indissolubilità dei due elementi, continua spesso a considerare lo stile come qualcosa di aggiunto o esterno all'opera. Al contrario, sostiene che non esista uno stile neutro o trasparente e che lo stesso «contenuto» debba essere inteso come una convenzione stilistica dotata di proprie funzioni formali. In questa prospettiva, l'opera d'arte non trasmette semplicemente una conoscenza di qualcosa, ma offre una forma o uno stile del conoscere, che richiede la partecipazione percettiva dello spettatore o del lettore.

La riflessione sullo stile conduce Sontag anche al rapporto fra arte e morale. Il rifiuto dell'autonomia estetica, secondo il saggio, nasce spesso dalla falsa alternativa fra un'arte moralmente responsabile e una fruizione puramente sensoriale. Sontag distingue invece il giudizio morale sul contenuto rappresentato dall'esperienza dell'opera come forma e considera le opere d'arte modelli autonomi di coscienza, capaci di ampliare e nutrire l'esperienza senza dover essere giustificate attraverso un messaggio morale o una funzione utilitaria. L'attenzione allo stile non equivale quindi, nella sua argomentazione, a un semplice formalismo, ma riguarda il modo in cui l'opera organizza la percezione e stabilisce una determinata distanza rispetto al mondo.

La relazione fra estetica e morale presente nel saggio è stata letta anche alla luce dell'evoluzione successiva di Sontag. Bonita Rhoads ha osservato che già nella difesa giovanile dell'autonomia estetica era presente una forte tensione etica: Sontag trasformava in un imperativo quasi morale la difesa della «neutralità» dell'arte. Negli anni successivi questa posizione sarebbe stata sottoposta dalla stessa Sontag a una revisione, particolarmente evidente nella sua nuova valutazione dell'estetica di Leni Riefenstahl, assunta da Rhoads come uno dei casi più significativi del passaggio dall'enfasi sull'autonomia dello stile a una maggiore attenzione alle implicazioni etiche e politiche delle immagini.

Notes on "Camp"

Notes on "Camp" è costruito come un prologo seguito da cinquantotto note numerate, intervallate da epigrammi di Oscar Wilde. La scelta della forma frammentaria risponde alla difficoltà, dichiarata da Sontag, di racchiudere una sensibilità in un sistema concettuale: il camp viene presentato non come una dottrina, ma come una forma di gusto dotata di una propria logica. Sontag dichiara fin dall'inizio un rapporto ambivalente con il proprio oggetto, dal quale si sente fortemente attratta ma quasi altrettanto respinta; secondo Lopate, proprio questa combinazione di simpatia e distanza costituisce uno dei motori del saggio.

Nella descrizione di Sontag il camp privilegia l'artificio, la stilizzazione, l'esagerazione e la teatralità; nulla di interamente naturale può essere camp. La sensibilità camp è attratta dall'androginia, dal doppio senso e da ciò che appare diverso da ciò che è, trasformando persone e oggetti in ruoli o citazioni di se stessi. Sontag distingue inoltre il camp «puro», che nasce involontariamente, dal camp deliberato: il primo conserva una forma di innocenza e può derivare da tentativi seri che, attraverso l'eccesso e l'ingenuità, finiscono per produrre un effetto comico. Lopate sottolinea a questo proposito il carattere paradossale del saggio e la molteplicità dei fenomeni che Sontag riconduce al camp, dal manierismo e dall'artificio alla teatralità e alla visione comica del mondo.

Il gusto camp mette inoltre in discussione la tradizionale opposizione fra «buono» e «cattivo» gusto. Diversamente dall'alta cultura, che Sontag considera fondamentalmente moralistica, e dall'avanguardia, nella quale passione estetica e passione morale restano in tensione, il camp assume un atteggiamento distaccato e ludico e trasforma la serietà fallita in una visione comica del mondo. Questa sospensione del giudizio morale non implica tuttavia una completa indifferenza: nelle note conclusive Sontag descrive il camp come una modalità di godimento e apprezzamento fondata anche sulla generosità e sull'amore per gli oggetti che recupera.

Particolare rilievo ha nel saggio il rapporto fra camp e cultura omosessuale. Sontag ne riconosce esplicitamente l'affinità con il gusto degli omosessuali urbani, che considera l'avanguardia e il pubblico più consapevole di questa sensibilità, pur rifiutando di identificarli completamente. Il camp diventa così anche una forma di autolegittimazione attraverso l'estetismo, l'ironia e il gioco, capace di neutralizzare l'indignazione moralistica.

Ricezione

Alla sua uscita Against Interpretation and Other Essays suscitò reazioni contrastanti. Diversi recensori riconobbero a Sontag la capacità di interpretare le trasformazioni della cultura contemporanea e di mettere in comunicazione l'avanguardia europea, il cinema e nuove forme di sensibilità estetica. Benjamin DeMott, sul «New York Times Book Review», sottolineò la vitalità e il carattere specificamente americano del libro, mentre altri critici ne apprezzarono la difesa di un'esperienza artistica meno condizionata dalle tradizionali gerarchie culturali.

Non mancarono tuttavia riserve nei confronti delle tesi più programmatiche. Peter Brooks, sulla «Partisan Review», giudicò particolarmente efficace la critica formale di Sontag quando applicata a media poco discorsivi come il cinema, ma ritenne troppo schematica la sua rappresentazione della critica angloamericana. Alicia Ostriker contestò invece l'opposizione fra interpretazione ed esperienza sensibile, sostenendo che il rimedio alla pedanteria critica non fosse una riduzione dell'attività interpretativa ma un uso più rigoroso dell'intelligenza; altri recensori rilevarono nel libro un rischio di dogmatismo, estetismo o adesione alle mode culturali del momento.