Pistoia, il cui nome antico è reso nella letteratura moderna con Pistoriae, era un centro dell'Etruria settentrionale, compreso da Plinio il Vecchio fra le comunità della regio VII dell'Italia augustea.Plinio il Vecchio, Naturalis historia, III, 52.
L'abitato occupava, a 65 metri di quota, una conoide alluvionale che i tre corsi d'acqua del territorio avevano formato ai piedi dell'Appennino: l'Ombrone in misura prevalente, la Brana e la Bure in misura minore.
Fino alla tarda età repubblicana l'insediamento non presenta i caratteri di una città, e chi lo ha studiato archeologicamente vi riconosce un centro di piccole dimensioni, forse un villaggio; i tratti propriamente urbani si delineano soltanto a partire dalla prima età imperiale.
Anche la condizione giuridica resta incerta. Plinio lo elenca fra i populi dell'Etruria senza qualificarlo, e la menzione di quattuorviri in due sole iscrizioni ha suggerito, con prudenza, di riconoscervi un municipio; la comunità risulta ascritta alla tribù Velina. Giovanni Uggeri e Maria Federica Petraccia Lucernoni datano invece il municipio all'89 a.C.Banti muoveva dallo stesso indizio, il quattuorvir, per supporre un municipio, ma non escludeva la colonia, poiché il centro compare nel catalogo pliniano ().
Quanto gli scavi hanno restituito riguarda in prevalenza la viabilità e le costruzioni destinate all'abitazione e alle attività artigianali, mentre non sono state individuate le strutture che altrove qualificano un centro urbano, a cominciare dal foro, dalle terme e dal teatro; ne risulta il quadro di un abitato poco urbanizzato, al quale mancò una cinta muraria fino all'età tardoantica.Ammiano Marcellino designa il centro come oppidum Pistoriense. Tommaso Braccini avverte però che dall'impiego di quel termine «non si può arguire assolutamente nulla in merito alle difese delle città nel IV secolo», sicché l'assenza di mura non discende dal lessico delle fonti ma dalla documentazione archeologica (). L'osservazione non è nuova: già nel 1950 Banti rilevava che nessun resto della cinta romana era mai stato riconosciuto e respingeva come infondata la deduzione che Arturo Solari traeva dal termine oppidum ().
Fra il III e il IV secolo l'insediamento attraversò una fase di contrazione, alla quale seguirono una ripresa nel corso del IV secolo e poi, ai primi anni del V, un'interruzione improvvisa; alla fine dello stesso secolo è ricordato il primo vescovo. Il sito non fu tuttavia abbandonato: i tracciati stradali di età romana restarono in uso fino al pieno alto medioevo, e su quell'area si formò il centro altomedievale.
Toponimo Le forme con cui le fonti antiche designano il centro non sono uniformi. La più antica è l'etnico Pistorenses, che Plauto impiega nei Captivi in un gioco di parole, perché la parola vale insieme «abitanti di Pistoia» e «fornai», da pistores. Seguono lager Pistoriensis di Sallustio, il Pistorium di Plinio, la di Tolomeo e loppidum Pistoriense di Ammiano Marcellino. Le fonti itinerarie e geografiche ne registrano altre ancora: Pistoris nella Tabula Peutingeriana e nellItinerarium Antonini, Pisturias nella Cosmografia ravennate, Piscaria in Guidone.Martina Giannini riferisce invece alla Tabula Peutingeriana la forma Pistoriae (), che è quella epigrafica; Pistoris e Pisturias sono i plurali dai quali Arturo Solari la ricavava. Il Dizionario di toponomastica riassume la tradizione nelle forme Pistorium e Pistoria, -ae, con l'etnico Pistoriensis, e qualifica il nome della città come latino.La voce Pistòia del Dizionario di toponomastica è firmata con le iniziali C. M., che nel volume corrispondono a Carla Marcato.
A questa varietà Martina Giannini oppone un criterio di attendibilità: alla tradizione manoscritta di Plinio e di Tolomeo, che dà Pistorium e Pistoria, va preferita la forma epigrafica Pistoriae, attestata dal Corpus Inscriptionum Latinarum e che Arturo Solari ricavava dai plurali Pistoris e Pisturias. Nello stesso senso si era espressa Luisa Banti, che registrava Pistoriae come la forma garantita dall'epigrafia. È Pistoriae la forma che la letteratura recente adopera correntemente.
Quanto all'origine del nome, il Dizionario di toponomastica lo collega al latino pistor, -oris, «mugnaio, fornaio». La spiegazione non è moderna: la propone già il grammatico Prisciano.Prisciano, Institutiones grammaticae, IV, 28. Nella stessa direzione vanno David Herlihy e Natale Rauty, che vi leggono un riferimento al panificio, e Andrea Felici, per il quale il toponimo si spiega sia con l'attività di panificazione sia con la fertilità delle campagne circostanti. Giannini osserva però che l'etimo resta incerto e che dal medioevo in poi le proposte sono state numerose: i cronisti collegavano il nome a pestis, la peste, mentre Giuseppe Tigri e Alfredo Chiti lo facevano risalire a un greco , «confine d'acqua», che avrebbe alluso alla collocazione dell'abitato nelle paludi della vallata. Fra le proposte moderne Banti ricordava quella di Schulze, che riconduceva il toponimo al gentilizio latino Pistorius, e quella di Nieri, che ne supponeva invece un'origine preromana.Banti cita i due studiosi con il solo cognome.
Quelle spiegazioni erano già state raccolte e respinte da Emanuele Repetti, che le giudicava «ipotesi troppo vaghe o poco probabili congetture»: la nascita della città da una riunione di fornai chiamati dalla fertilità del suolo, la derivazione da una radice greca significante «fede», quella da una voce orientale che avrebbe posto il nome sul confine dell'Appennino, e infine, «anco più ridevole», quella dalla parola peste.
Le fonti antiche Le testimonianze letterarie sul centro sono poche e distribuite lungo più di cinque secoli. Ne ha dato una rassegna critica Tommaso Braccini. Erano già state raccolte e discusse da Giovanni Uggeri nel 1980, in un lavoro che Braccini giudica «esemplare per equilibrio e profondità», e riassunte nel 2006 dallo stesso Uggeri e da Maria Federica Petraccia Lucernoni nella voce Pistoriae del Brill's New Pauly.La voce, di poche righe, qualifica Pistoriae come centro ligure, ne colloca il sito lungo l'Ombrone e ne segnala la posizione allo sbocco di un valico appenninico ().
La più antica ricorre nei Captivi di Plauto, commedia che si data di norma al 190 a.C., dove compare l'etnico Pistorenses.Plauto, Captivi, 160-161. Se il gioco di parole allude davvero a questo centro, osservava Banti, la commedia prova che un insediamento vi esisteva già ai primi del II secolo a.C., e rende poco probabile l'idea, sostenuta da Arturo Solari e da Nieri, che la città debba la propria origine alla via Cassia, che allora non era ancora stata costruita.
Poco più di un secolo dopo il nome torna in Sallustio, che situa nellager Pistoriensis l'ultima battaglia e la morte di Catilina, nel 62 a.C.: lo scontro ebbe luogo quindi nel territorio della comunità e non nell'abitato.Sallustio, De coniuratione Catilinae, 57, 1. A guidare l'esercito che lo sconfisse fu Marco Petreio. Secondo Arnaldo Marcone il luogo dello scontro viene oggi cercato a Campo Tizzoro, poco a sud est di Cutigliano, fra il passo di Oppio e San Marcello Pistoiese. Pedro López Barja de Quiroga colloca la battaglia nel gennaio o nel febbraio del 62 a.C.: l'unico appiglio cronologico è un passo di Cicerone che ricorda la neve ancora presente sui rilievi.Cicerone, Pro Sestio, 12. Le cifre trasmesse sull'esercito di Catilina non concordano: Sallustio ne ricorda duemila all'inizio, e di essi solo un quarto disponeva di armamento adeguato, mentre Appiano e Plutarco arrivano a ventimila, cifra che lo studioso giudica manifestamente esagerata, e Cassio Dione conta tremila caduti.Sallustio, De coniuratione Catilinae, 56, 1-2.Cassio Dione, Storia romana, XXXVII, 40, 1. Fra i catilinari di nascita libera non vi furono prigionieri, perché caddero tutti sul campo; a Catilina fu poi eretta una tomba, della quale non si conosce l'ubicazione.Sallustio, De coniuratione Catilinae, 61, 5.Cicerone, Pro Flacco, 95. Al territorio pistoiese accenna per la stessa vicenda anche Giulio Ossequente.Giulio Ossequente, De prodigiis, 61a.
Plinio il Vecchio annota la forma Pistorium nell'elenco delle comunità dell'Etruria che trasmette secondo la discriptio augustea, senza precisarne lo statuto. Tolomeo la annovera fra i centri dell'interno e ne fornisce le coordinate.Claudio Tolomeo, Geografia, III, 1, 48.La numerazione segue l'edizione di riferimento adoperata da Tommaso Braccini (); Banti citava lo stesso passo come III, 1, 43 (). La forma 3, 1, 48 è anche quella della voce Pistoriae del Brill's New Pauly ().
L'ultima testimonianza letteraria è anche la più estesa. Ammiano Marcellino racconta che intorno al 364 un asino, portatosi sul tribunal della località, prese a ragliare, e che il fatto fu poi messo in relazione con l'ascesa di Terenzio al governo della provincia; Terenzio sarebbe stato condannato a morte dieci anni più tardi.Ammiano Marcellino, Storie, XXVII, 3, 1-2. Nello stesso passo, che designa la località come oppidum Pistoriense, compare per la prima volta il nome della Tuscia Annonaria, e proprio per questo il luogo è stato letto in modi diversi quanto alla cronologia e alla natura di quella circoscrizione.
Il centro figura inoltre come stazione della via Cassia nelle fonti itinerarie, la Tabula Peutingeriana e lItinerarium Antonini.
La documentazione epigrafica è a sua volta esigua, e in buona parte è andata dispersa o proviene da ritrovamenti dei quali non resta relazione. Dall'area urbana vengono due stele che ricordano dei quattuorviri: la prima, in arenaria, riguarda un Lucius Baebius, della tribù Velina, quattuorvir iure dicundo; la seconda, un frammento di lastra in alberese, nomina un quattuorvir quinquennalis. A queste si aggiunge il ricordo di una dedica all'imperatore Alessandro Severo, rinvenuta nella cattedrale insieme a frammenti di colonne: è l'unico appiglio per supporre che in città vi fosse un edificio pubblico.Sulle circostanze del ritrovamento le due ricostruzioni non coincidono. Martina Giannini, sulla scorta dell'erudito Arferuoli, lo riferisce ai lavori del 1599 per la tribuna nuova della cattedrale, dai quali vennero anche frammenti di colonne e monete, e assegna a una seconda campagna, quella del 1772, il rinvenimento di un pavimento a mosaico (). Paola Perazzi e Cristina Taddei collocano invece la scoperta nel XVIII secolo e la mettono in relazione con colonne e pavimenti in marmo ().
Prima della conquista romana La presenza etrusca
Di una frequentazione etrusca del sito occupato più tardi dall'abitato romano restano indizi sparsi, che non bastano a definirne l'estensione né la natura. I più consistenti appartengono al gruppo delle cosiddette pietre fiesolane, segnacoli funerari in arenaria che Petra Amann colloca negli ultimi decenni del VI secolo a.C. e nei primi del V: se ne conosce una quarantina, quasi sempre in situazione di reimpiego, e la loro distribuzione, che da Fiesole si spinge a occidente fino a Pistoia, è per la studiosa un indizio dell'ampiezza che il territorio fiesolano aveva in età tardo-arcaica. Pistoia è uno dei pochi luoghi in cui quelle pietre si addensano.