De haereticis, an sint persequendi (in italiano: Se gli eretici siano da perseguire) è un trattato di Sebastiano Castellione, scritto sotto lo pseudonimo di Martinus Bellius e pubblicato a Basilea nel 1554.
L'opera nacque come critica nei confronti di Giovanni Calvino che l'anno prima aveva sostenuto la condanna al rogo per Michele Serveto (in quanto eretico antitrinitario) e raccoglie svariati testi di teologi cristiani che hanno affrontato il tema dell'eresia.
Costituisce uno dei primi testi scritti a favore della tolleranza religiosa e della separazione tra Stato e Chiesa.
Pubblicazione Il trattato fu pubblicato nel 1554 con la collaborazione di Borrhaus, di Curione e di altri riformatori presenti a Basilea tra cui Gribaldi, Joris e Amerbach.
Contenuto Il De haereticis comprende, oltre a quelli di Castellione, testi di vari autori cristiani che si erano opposti alla pena di morte o ai processi per eresia, tra cui esponenti della patristica come san Girolamo, Giovanni Crisostomo, Lattanzio, sant'Agostino e autori contemporanei al teologo francese come Erasmo, Lutero e lo stesso Calvino.
Temi
L'eresia Fin dall'incipit, Castellione si domanda cosa sia l'eresia e quale atteggiamento si debba avere verso gli eretici.
L'autore, ripercorrendo gli scritti di numerosi teologi cristiani, afferma di non aver trovato altra definizione di eretico se non che:
Dato che nessun uomo conosce la verità assoluta di fede, la quale, secondo Castellione, può essere accessibile solo per mezzo del contatto diretto con Dio, nessuno può dirsi completamente nel giusto.
L'autore sostiene che non si possa uccidere un uomo per le proprie idee e dichiarare che questa sia la volontà di Dio, poiché il volere del Signore non è quello di punire l'eretico ma di riportarlo sulla retta via; cosa che non può avvenire se l'uomo si frappone al giudizio divino, elevandosi a giudice di fatti ultraterreni.
Castellione, quindi, è convinto che lo Stato e le magistrature civili debbano occuparsi di questioni terrene e non divine.
Propone, inoltre, di tornare a considerare l'eresia non come un peccato da punire con la morte ma come un errore da correggere attraverso l'illustrazione della vera fede, prevedendo, nel peggiore dei casi, l'allontanamento dell'eretico.
La tolleranza Castellione sostiene che sia stata questa convinzione di detenere la verità ad aver condotto alla frammentazione dell'unità cristiana per questioni dottrinali da lui giudicate non importanti ai fini della salvezza (quali la natura del Battesimo o dell'Eucaristia).
Egli paragona la varietà delle posizioni religiose nella sua epoca alle molte monete in circolazione tra città e regioni diverse dove una moneta che ha valore in un luogo non ha valore in un altro.
Al fine quindi di ricucire quest'unità perduta, Castellione auspica la nascita di una "moneta aurea" che abbia valore ovunque in Europa e che si basi sui fondamenti della religione cristiana che definisce come: Castellione quindi riduce le verità di fede agli elementi giudicati essenziali, ritenendo che riguardo alle questioni dottrinali minori si debba adottare un atteggiamento tollerante:
Al termine dell'incipit, l'invito di Castellione alla tolleranza va oltre il mondo cristiano per estendersi anche ad Ebrei e Musulmani (nel testo "Turchi"):
Eredità Nello stesso anno, col De haereticis a civili magistratu puniendis, Teodoro di Beza difenderà la decisione dei magistrati ginevrini di condannare Serveto.
Il trattato di Castellione sarà una fonte d'ispirazione per le idee di Iacopo Aconcio e probabilmente anche di Baruch Spinoza.
Note
Bibliografia
Mahlmann, Barbara; Schindler, Kilian; Klimek, Sonja; Kohler, Daniela (2024). Sebastian Castellio, De haereticis an sint persequendi (1554) Von Ketzeren (1555) Traicté des heretiques (1557). Synoptische Edition mit Kommentaren zu den Textauszügen. Basel: Schwabe, ISBN 978-3-7965-4359-3 (edizione con commento). S.Castellione, La persecuzione degli eretici, cura e traduzione di S.Visentin, La Rosa, Torino 1997.
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